Mollare tutto e trasferirsi ai Tropici. Cercare lavoro in Giamaica o in Brasile. Aprire un bar su una spiaggia e vivere tutto l’anno in costume da bagno. Sogni, propositi, grida d’aiuto. I forum di discussione on line (per esempio, sul sito di Turisti per caso www.turistipercaso.it) ne sono pieni. E ogni giorno sono migliaia le persone che cercano di mettere insieme energie, risorse, soldi e informazioni per partire. E conquistare il proprio posto al sole, in tutti i sensi.
Il mondo è pieno di italiani: sono oltre due milioni, secondo il ministero degli Affari esteri. La Ciim, Confederazione degli imprenditori italiani nel mondo fa il punto sulla distribuzione territoriale. Spiega Emiliano Cardoni del Centro studi: «Attualmente la nostra banca dati ha censito circa 20 mila imprenditori, ma alcune stime indicano un potenziale molto superiore. Circa il 30% opera in Europa, una quota simile in Sud America. Tra i Paesi spiccano Germania, Cina, Sud Africa, Brasile, Argentina e Stati Uniti. Tra i settori merceologici più sviluppati, rimangono forti quello della ristorazione e delle attività manifatturiere, ma sono in continua crescita le attività di servizio alle imprese».
Ristoranti, alberghi, società di import-export, bar, stabilimenti balneari, società di servizi... Ma non tutti hanno la stessa fortuna. Perché se sognare è facile, partire non lo è altrettanto. E può capitare anche di trovare realtà molto diverse da quelle immaginate. E ritornare in patria con la coda fra le gambe.
Ci sono Paesi meravigliosi, in cui è estate tutto l’anno, si va al mare anche a Natale e la gente è allegra e cordiale. Negli stessi Paesi, però, gli stranieri sono tenuti a distanza, la criminalità è a livelli inaccettabili e la forza lavoro si dimostra spesso inaffidabile. «L’errore più frequente – spiega un imprenditore che oggi lavora in Argentina – è quello di aspettarsi un paradiso terrestre e con gli stessi standard e le infrastrutture dell’Europa. Per poi fare i conti magari con un Sistema sanitario approssimativo, un apparato pubblico corrotto, grandissimi contrasti che portano a una delinquenza diffusa».
Le cronache “ufficiose” (perché quelle ufficiali riportano solo i casi di successo) sono piene di storie di espatriati prive del lieto fine. Truffe immobiliari, soci inaffidabili, coniugi stranieri che rivelano i propri secondi fini. E l’aspirante imprenditore sulla spiaggia si ritrova in breve da solo, al verde, disoccupato e senza permesso di soggiorno. Non dimenticando, in questo quadro, anche l’inevitabile nostalgia per l’Italia, la famiglia, gli amici, i ponti che ci si è interrotti alle spalle. La conclusione è nota: il rientro mesto in patria, dopo aver perso il capitale impiegato nell’impresa.
«Di solito, sono due le categorie di persone a cui riesce l’operazione del “mollo tutto e cambio vita”: gli scriteriati, quelli che non hanno nulla da perdere e quelli che pianificano tutto meticolosamente, fino all’ultimo dettaglio. Chi non è motivato o preparato fino in fondo di solito non parte neanche» spiega Massimo Dallaglio, che ha realizzato un sito di aiuto ai potenziali “espatriati”.
C’è poi un’altra categoria di persone: quelle che riescono a conciliare la vita in Italia con quella all’estero, la routine con il sogno. Spesso si tratta di persone che vivono di rendita e che si possono permettere di alternare sei mesi ai Caraibi (o in qualsiasi altro paradiso naturale) con sei mesi in Italia. Ha fatto parlare di sé recentemente l’ex calciatore Nicola Berti. «Ho cominciato a pensare che un giorno sarei potuto vivere di rendita nel 1987, dal primo ingaggio all’Inter. Ho giocato fino al 2000 e mi sono amministrato bene. Ho sempre avuto la mania del mattone e ho raffinato un fiuto che mi ha permesso di fare ottimi affari. Oggi vivo sei mesi ai Caraibi e sei mesi a Salsomaggiore (PR), dove sono nato. E poi viaggio molto: dallo Yemen all’Australia. Non certo con l’aereo privato, però».
Questa scelta è invece impensabile per chi all’estero impianta delle imprese. «L’occhio del padrone ingrassa il cavallo» ha sintetizzato un imprenditore espatriato. Guai ad allontanarsi, specie se non si può contare su soci e collaboratori di assoluta fiducia.
Per saperne di più, Millionaire ha fatto il giro del mondo e non ha trovato solo storie di successo. C’è chi ha costruito all’estero dei business solidi e una vita piacevole, ma c’è anche il “rovescio della medaglia”. Ecco come partire, massimizzando le proprie chance di successo.
Un italiano in Brasile: da chef ad agente di viaggio
Chi è: Cesare Vecchi, 53 anni, mamma argentina e papà italiano
Dov’è: a Natal, Nordeste del Brasile
Che cosa fa: ha un’agenzia di turismo e noleggio veicoli
I suoi consigli: «Se avete tanti soldi, il Brasile può andarvi bene: c'è tutto. Però siamo in Sud America, non in Europa. Bisogna brasilianizzarsi».
«Sono nato in Argentina, dove mio padre si era trasferito per cercare fortuna. Lui fece i lavori più diversi e anche cinque figli. Il sesto è nato a Milano, dove tornammo nel ’62. Dopo la fine del mio matrimonio, durato 15 anni, ho conosciuto una ragazza brasiliana. Per vari motivi, abbiamo deciso di trasferirci in Brasile. Io vengo da una famiglia di ristoratori e avevo sempre fatto lo chef di cucina. Ho passato quattro anni fra i fornelli di Rio de Janeiro. Devo dire che l’iter burocratico è stato agevolato dal fatto di essere sposato con una brasiliana. Una volta stabilito a Rio ho fatto i documenti: ho il visto permanente e mantengo il passaporto italiano. Poi è finito anche il secondo matrimonio. A quel punto ho deciso che, a 50 anni, potevo ricominciare tutto da capo. Lontano da Rio, però. Ho conosciuto Veridiana, la mia attuale compagna, e insieme ci siamo trasferiti a Natal, nel Nordeste del Brasile. Adesso ho un’agenzia di turismo e noleggio veicoli. Per fare questo bisogna avere un socio nato in Brasile, basta dargli anche l’1%. Qui il Governo cerca di incentivare chi viene per lavorare: non danno soldi ma è tutto abbastanza facile da ottenere. Gli svantaggi? Strade malandate, pulizia scarsa, ospedali pubblici fatiscenti. In più, è meglio non dimostrare che hai i soldi e andare in giro malvestiti, senza cose di valore addosso e stando molto attenti. Oppure averne talmente tanti da potersi permettere una scorta armata, elicottero, casa a prova di assalto. E questo non sempre basta a salvarsi dai sequestri. Ho nostalgia dell'Italia ma siamo a sole nove ore da Milano o, se preferite, a 800 euro da casa».
Addio Italia, me ne vado! Un sito spiega come
Massimo voleva fuggire da un lavoro “normale”, che non lo appagava. Pur restando in Italia, ha trovato la sua strada. E ora aiuta on line quelli che vogliono andare più lontano...
«L’idea del sito nasce in un momento un po’ particolare. Laureato in sociologia, riuscivo a fare solo lavori “canonici”: in banca, nelle assicurazioni... Ma avevo voglia di cambiare - spiega Massimo Dallaglio - e di fare qualcosa di più creativo. Così ho realizzato un sito che desse consigli e idee a chi voleva cambiare vita. Ci sono riuscito, trasformando in un lavoro il mio hobby per la fotografia (info: www.massimodallaglio.it)».
Intanto il suo sito http://digilander.libero.it/maxdll è diventato un punto di riferimento per chi vuole cambiare vita.
Fra i consigli targati Mollo tutto:
1) Fai una vacanza. Per cominciare, concedersi una lunga vacanza (almeno un mese) nel Paese di interesse, per farsi un’idea delle condizioni di vita e di lavoro.
2) Cerca un consulente. Trovare un professionista di riferimento nel Paese, con cui verificare l’iter burocratico da seguire.
3) Manteni la cittadinanza italiana. Almeno nei primi tempi. Questo permette di continuare a usufruire dell’assistenza sanitaria in Italia. Verificare se il fatto di essere stranieri dà poi dei vantaggi fiscali e contributivi.
4) Se proprio vuoi… Se ci si vuole trasferire all’estero, bisogna iscriversi all’Aire (Anagrafe italiana residenti all’estero), obbligatoria per soggiorni all’estero superiori ai 12 mesi. L’iscrizione all’Aire consente di ottenere certificati e documenti e di non perdere i diritti elettorali.
Da Torino a Rio de Janeiro, per amore
Chi è: Aldo Poma, 35 anni, torinese, perito elettronico
Dov’è: in Brasile, a Rio de Janeiro
Che cosa fa: si occupa di turismo ricettivo
Come c’è riuscito: grazie al matrimonio con una ragazza brasiliana, a un’attenta analisi di mercato e all’appoggio di professionisti in loco
I suoi consigli: «Consultare, per informazioni e suggerimenti, il sito www.promobrasil.it, di cui sono il corrispondente per Rio (e anche il sito ufficiale dell’Ente brasiliano del turismo: www.braziltour.com, ndr). E non rinunciare mai ai propri sogni. Non lasciarsi abbattere dai primi insuccessi e continuare a credere nelle proprie idee».
«Sono atterrato per la prima volta in Brasile all’inizio del 2001. L’occasione è stata una visita ai genitori di mia moglie (brasiliana, ma conosciuta in Italia), ma poi abbiamo deciso di restare. L’unione con mia moglie mi dà diritto di permanenza e lavoro in Brasile. Ci siamo subito appoggiati a un avvocato e a un ragioniere, che seguono tutti gli aspetti burocratici. Mi è bastato iscrivermi all’Aire (Associazione italiana residenti estero) presso il Consolato. Il settore che senza ombra di dubbio offre sempre ampio spazio è quello della ristorazione, in tutte le forme e a qualsiasi livello. Si parte dal chiosco sulla spiaggia al ristorante di lusso, a seconda dell’importo che si è in grado di investire. Io ho scelto di puntare su un’agenzia di turismo: affitto appartamenti e residence per le vacanze e prenoto tour, hotel, aerei. Uno dei vantaggi consiste nel grande spazio disponibile in cui è possibile operare, nonostante la concorrenza. Naturalmente, per avere successo, è necessario differenziarsi e puntare sulla qualità dei servizi. Fra gli aspetti positivi del Brasile: clima piacevole, cordialità delle persone, voglia di divertirsi dei cariocas. Fra i lati negativi, ritmo decisamente più rilassato, a cui noi (abituati alla frenesia delle nostre città) fatichiamo ad abituarci. Chi fallisce lo fa perché commette degli errori classici. Primo: usare le risorse dell’azienda per spese personali. Secondo: partire senza aver prima fatto una ricerca di mercato che dia qualche idea sulle possibilità di successo della propria attività. Terzo: affidarsi ai prestiti, che hanno interessi molto alti. Meglio partire, quando possibile, da un capitale proprio. La nostalgia dell’Italia c’è, inutile negarlo. Ma l’esigenza di seguire da vicino il business impedisce di allontanarsi».
Il mio ultimo paradiso ha... otto denti!
Chi è: Alex Stecchezzini, 29 anni, di Reggio Emilia
Dov’è: A Reggio Emilia, ma prima è stato ovunque nel mondo, dalla Francia all’Inghilterra, dalla California alla Thailandia
Che cosa faceva: di tutto, dal grafico al postino, dall’istruttore di arrampicata all’animatore. E’ tornato in Italia per la nascita di sua figlia Mailee.
I suoi consigli: «Chi ha davvero voglia di mollare tutto deve farlo e basta, senza pensarci troppo. Basta partire per rendersi conto di poter costruire nuove radici altrove».
«Adesso ho una famiglia, una bambina piccola, una casa a Reggio Emilia e un mutuo. Incredibile per uno come me, abituato a girare il mondo dall’età di 16 anni. Tutto è cominciato dalla mia passione per l’arrampicata sportiva, sport che ho praticato anche in modo agonistico e che mi ha permesso di fare i primi viaggi. Poi mi sono appassionato al base jump (sport che consiste nel buttarsi col paracadute da luoghi e monumenti alti almeno 60 metri). E così ho cominciato a girare il mondo, scegliendo i luoghi adatti per praticare i miei sport. Ho fatto mille lavori: bagnino, animatore, imbianchino... A 20 anni sono andato in America. In tre mesi ho percorso 56 mila km con un’auto di terza mano comprata in Messico. Mi mantenevo con i lavori che trovavo, alla giornata: bagnino in California, manutentore nei parchi naturali. Per un periodo ho fatto la stagione turistica invernale in posti come Courmayeur (AO) e Madonna di Campiglio (TN). Sono andato anche a Sharm: accompagnavo i turisti in qualche immersione. La svolta è avvenuta durante un viaggio in Thailandia, dove in una spiaggia deserta ho conosciuto Julia, una trapezista inglese. E’ stato amore a prima vista e dopo poche settimane abbiamo deciso di fare un figlio. Adesso abbiamo Mailee (gelsomino, in thailandese) una splendida bambina con otto denti, che ci ha completamente rivoluzionato la vita. Sono tornato a Reggio Emilia. Abbiamo comperato casa e paghiamo un mutuo, come quasi tutti. Julia fa la mamma e la traduttrice. Io ho un lavoro nel settore dei presidi medici e continuo a viaggiare, anche se non più quanto vorrei. Mi manca respirare arie diverse, accostarmi a molte culture, la libertà. Ma appena nostra figlia sarà un po’ più grande, cercheremo di riprendere, almeno in parte, la nostra vita da nomadi».
Info: www.excentrum.it/cd
Lo psicologo consiglia «Partite presto»
Paolo Crepet invita a fare esperienze all’estero sin da giovani. Perché altrimenti, poi, è più difficile...
Psichiatra, psicologo, scrittore e presenza fissa di talk show e trasmissioni di attualità. Paolo Crepet ha da poco pubblicato I figli non crescono più (Einaudi, 11,50 euro) in cui racconta, fra le altre, la storia di un giovane che riesce a coronare il sogno di andare negli Usa. Il tema del viaggio all’estero è quindi centrale.
Ma non solo nelle sue opere: anche nella sua vita. A un certo punto della sua carriera, infatti Crepet ha lasciato l’Italia per un po’. «Ho colto al volo una borsa internazionale dell’Organizzazione mondiale della sanità e ho girato il mondo, lavorando in Danimarca, Inghilterra, Germania, Svizzera, Cecoslovacchia e India. Viaggiare è stata un’eccezionale opportunità formativa. Più tardi i contatti internazionali sono stati fondamentali per insegnare in varie università, da Toronto a Rio de Janeiro».
Ma oggi che situazione vede Crepet? «I giovani vivono in luoghi ristretti e questo non aiuta né autostima né crescita individuale. Adesso non c’è più neanche il servizio militare: ragazzi e ragazze hanno le stesse opportunità di... restare a casa! E nessuno si occupa di favorire i viaggi all’estero dei giovani». Viceversa, uno sguardo sul mondo aiuta a capire meglio ciò che ci circonda. Prosegue Crepet: «Chi è stato all’estero ha una visione più allargata anche in azienda: sa capire i mercati, i flussi finanziari, le ragioni delle crisi. Passare dei periodi scolastici all’estero aiuta a maturare. Certo, se si pensa di fare il grande salto da adulti, senza essersi mai mossi di casa, ci si trova in uno stato d’animo negativo. Si è frenati nel cambiamento, perché tutto ciò che è diverso, e non conosciuto, fa paura. E invece bisogna sperimentare, confrontarsi con chi è diverso da noi. E muoversi. Il viaggiatore ha un’idea, una passione. Non sempre chi resta a casa ha la stessa grazia».
INFO: www.paolocrepet.it
Un lavoro sotto il mare (senza rimpianti)
Chi è: Patrizia Coli, 41 anni, romana
Dov’è: ha girato il mondo (dalla Thailandia, alla Repubblica Domenicana, all’Indonesia) e ora è a Sharm.
Che cosa fa: l’istruttrice di subacquea
I suoi consigli: «Chiunque può fare quello che ho fatto io. Ma non bisogna pensare che basti un altro luogo a regalarci la felicità...».
«Tutto è cominciato con una vacanza in Thailandia, quando ho fatto le prime immersioni subacquee. E’ stato amore a prima vista. Tornata a Roma ho cominciato a seguire dei corsi che mi hanno permesso, in circa un anno, di diventare istruttrice. Nel frattempo, stavo assommando varie insoddisfazioni. Facevo un lavoro che non mi appagava e mi sentivo a disagio nella mia città. Il colmo l’ho raggiunto quando ho preso quattro multe in cinque settimane: praticamente lavoravo per pagarmi le multe che prendevo andando a lavorare. Così ho mollato tutto. Era il ’97. Il trucco, psicologico, è quello di non vedere questo grande salto in chiave definitiva. Sono andata in Thailandia, ho affittato un bungalow sulla spiaggia e sono andata a propormi come istruttrice. Conoscere anche l’inglese e il francese poi mi ha messo in contatto con un più alto numero di clienti potenziali. Le leggi erano abbastanza restrittive e ogni tre mesi (con il visto turistico) ero costretta a lasciare temporaneamente il Paese. Lì sono rimasta qualche mese, poi sono venuta a Sharm el Sheikh. Questo è il posto in cui la macchina turistica funziona meglio. Adesso sto qui, come base. Ma sono sempre alla ricerca de “l’Isola che non c’è”. Molti i vantaggi: si lavora all’aria aperta, in un posto in cui la temperatura non scende mai al di sotto dei 15 °C (e a fine novembre, quando in Italia nevica, ce ne sono 28, ndr). In compenso, c’è sempre la massima incertezza riguardo al rischio attentati ed epidemie. Io continuo a lavorare come libera professionista. Ho da poco compiuto 41 anni e, in prospettiva, mi piacerebbe comperare un centro diving. I miei familiari, all’inizio, hanno contrastato la mia decisione. Poi, quando li ho portati a fare un’immersione, hanno capito che cosa mi aveva spinto a cambiare. Qui frequento persone di culture diverse e faccio la vita che voglio. Senza nessun rimpianto per quello che ho lasciato».
Partire sì ma dove?
Come trovare il posto giusto
Il buon senso suggerisce di partire dalle proprie inclinazioni personali. Il passo successivo è costituito da valutazioni di tipo più imprenditoriale: Millionaire ne ha parlato con Emiliano Cardoni, del Centro studi della Ciim, la Confederazione degli imprenditori italiani nel mondo (www.ciim.it, tel. 06 87420003), nata nel 2004 per sostenere gli imprenditori italiani all’estero e presente in 11 Paesi.
Che consigli si possono dare a chi medita il "grande salto"?
«Ci vogliono idee chiare sulla proposta da fare e soprattutto conoscere le caratteristiche del mercato: difficile improvvisare in corsa. Avere la possibilità di incontrare in partenza dei partner commerciali con la capacità di supportare la nuova azienda, dotati dei legami necessari, costituisce un vantaggio determinante».
Che qualità servono per operare all'estero?
«La creatività. Da non confondere con l’ improvvisazione. E’ sempre necessario avere un progetto chiaro e studiare le singole fasi da sviluppare. Fondamentale anche la capacità di prevedere gli sviluppi del mercato, anticiparne i cambiamenti e adattare la produzione».
Ci sono Paesi, e settori, che voi indicate come più promettenti?
«Romania, Estonia, Lettonia e Lituania. I più dotati di spirito d’iniziativa potrebbero rivolgere la loro attenzione a quei Paesi ancora non presenti in Europa, ma che risentiranno della vicinanza con l’Ue, tipo la Moldavia. E’ evidente l’appeal della Turchia, un mercato potenziale di 70 milioni di cittadini, che si caratterizza per una riforma del diritto societario attuata nel 2003 e una chiara intenzione di attirare investimenti esteri. I settori che sembrano più promettenti sono quelli delle nanotecnologie, delle costruzioni e quelli relativi alle fonti energetiche rinnovabili».
Tycoon del Venezuela
Chi è: Vincenzo Conticello, 46 anni, palermitano
Dov’era: in Venezuela, nell’arcipelago di Los Roques
Che cosa faceva: aveva investito in immobili e turismo
I suoi consigli: «Il segreto sta nel trovare un paradiso ancora sconosciuto, in cui la terra e la manodopera costano poco. Segnalo Panama (in particolare l’isoletta Boca del Toro) e la costa atlantica del Nicaragua. Nell’isola di Little Corn Island un mq di terreno costa 10 dollari (8,50 euro). Per fare buoni affari, bisogna studiare il territorio e avere il coraggio di partire da zero».
«Per anni ho girato il mondo seguendo progetti ecoturistici. Quando sono arrivato in Venezuela, ne ho capito le potenzialità. Ho studiato il territorio e mi sono reso conto che l’arcipelago di Los Roques era turisticamente tutto da scoprire. I prezzi delle case e della manodopera erano bassissimi. Ho investito un miliardo di lire (eravamo nel 1989) per acquistare una serie di abitazioni. Alcune le ho rivendute subito, altre le ho ristrutturate. Ho fatto arrivare l’acqua potabile grazie a un desalinizzatore. Ho ripopolato la vegetazione con un migliaio di palme. Mi sono dato da fare per assicurare un regolare collegamento aereo, oltre a procurare i catamarani per le escursioni. Mi sono occupato di far arrivare una banca e una piccola farmacia. Ho impiegato i lavoratori locali per le mansioni più semplici, mentre per quelle specializzate sono ricorso a giovani intraprendenti di Caracas. Al massimo dell’attività, gestivo 200 collaboratori. Dopo aver creato le infrastrutture e messo a punto la formula turistica, ho invitato giornalisti da tutto il mondo. L’investimento è stato notevole, ma il risultato impressionante. Nel tempo, di noi hanno parlato 300 testate. E i turisti hanno cominciato ad arrivare a frotte. Nel ’93 il dollaro è schizzato alle stelle e io ho registrato un ulteriore guadagno. Sapevo però che il ciclo di vita del mio complesso turistico ci avrebbe messo una decina di anni a raggiungere il momento del declino. Con il passare del tempo, aumentava la conoscenza della località e questo aveva varie conseguenze: aumento dei prezzi delle case e della manodopera, minor convenienza a intraprendere. Così, prima dell’inversione di tendenza, ho venduto parte delle mie proprietà, con l’idea di restare comunque a vivere in Venezuela. A quel punto, però, il caso ha deciso per me: è rimasta scoperta l’attività di famiglia a Palermo. Si tratta dell’Antica Focacceria S. Francesco (www.asf.it), il secondo ristorante più vecchio d’Italia. Sono tornato: e ho applicato a questa attività gli stessi principi utilizzati in Venezuela. Che porto nel cuore. Ci vado un paio di volte all’anno, trascorrendoci lunghi periodi. Lì ho molti amici, tutta la colonia italiana che continua a viverci felicemente».
In Polinesia: dopo l’11 settembre non è tutto facile
Chi è: Italo Grignani, 44 anni di Salerano al Lambro (LO)
Dov’è: a Moorea, Polinesia francese
Che cosa fa: si è occupato di varie attività (profumeria, negozio di souvenir, piccolo supermercato)
Come c’è riuscito: grazie a una forte volontà e un notevole spirito di adattamento
I suoi consigli: «Partire solo se si ha una motivazione molto forte e sapere che i primi sette-otto mesi sono i più difficili. Chi tiene duro nei primi tempi, poi ce la fa».
«Sono a Tahiti da 14 anni e per me è stata una scelta di vita. Sono partito dall’Italia dopo aver letto un annuncio sul Corriere della Sera: io stavo cercando la mia strada nella vita, lui era un italiano che cedeva una profumeria in Polinesia. I primi tempi sono stati i più difficili: con me c’era la mia fidanzata di allora e subito ci siamo resi conto che eravamo noi a doverci adattare ai ritmi e alle abitudini locali. E non viceversa. E poi la mancanza di tutto ciò che avevamo in Italia, all’inizio, è stata fortissima. In particolare, ci mancava la famiglia, gli affetti più cari. Non conoscevamo bene la lingua, il francese, ma quello è stato un ostacolo superabile. Tanto che adesso di lingue ne parliamo, e scriviamo, agevolmente quattro. Dal punto di vista del business, non sono mancate le difficoltà. La mentalità qui è completamente diversa. Capitava spesso che non ci arrivasse la merce perché il barcaiolo si era dimenticato di caricarla a Tahiti! Ci siamo resi conto a un certo punto che la profumeria non era l’attività più adatta. Abbiamo capito di doverci rivolgere non al mercato dei locali, ma a quello dei turisti. E così abbiamo puntato su souvenir (magliette, statue in legno). E qui è venuto fuori un altro aspetto di divergenza con i locali. Le racconto un aneddoto: ho chiesto a un artigiano quanto chiedeva per una statua in legno e lui mi ha risposto 500 franchi. “E per realizzarne 100?”. Mi ha stupito, dicendomi “Duemila”, perché ci metteva più tempo a farle! E’ chiaro che la logica commerciale era completamente diversa. Ed era altrettanto evidente che, ancora una volta, eravamo noi a doverci adattare. Poi le cose hanno cominciato ad andarci bene per un bel periodo, fino agli attentati negli Stati Uniti del 2001. In seguito a questi, il Club Med ha chiuso 17 villaggi che aveva nel mondo. Uno di questi è stato quello di Moorea. Ci è venuto così a mancare all’improvviso un grosso bacino di turisti e i nostri affari ne hanno molto risentito. Da allora, stiamo ancora aspettando quale sarà la destinazione del terreno del Club Med. Non so ancora quale sarà il futuro del nostro business. Di positivo c’è che in questi anni abbiamo fatto un’incredibile esperienza di vita, a contatto con persone di tutto il mondo. Di negativo, c’è l’incertezza che pesa ancora di più, stando a 20 mila km dall’Italia. Sono stati anni difficili, ma ora è arrivato il momento di prendere delle decisioni!».
Isole in vendita
Una società di Amburgo è specializzata nella vendita (e nell’affitto) di isole e isolette in tutto il mondo. In 25 anni di attività, pare ne abbia piazzate 600. E così si può trovare una deliziosa isola di dieci acri al largo di Grenada (un milione e 200 mila euro), l’isola di Santo Stefano nell’arcipelago di Gaeta (20 milioni di euro) o anche l’Isla Paraiso, cinque acri al largo del Cile, a 700 mila euro.
INFO: www.vladi-private-islands.com
Nonsolomare
Non tutti cercano la felicità sulle spiagge assolate. Erica Pungolino (30 anni, di Genova) l’ha trovata a Parigi.
«Era il 2003 e lavoravo a Milano, nel settore della comunicazione. Non era un bel periodo sul piano professionale e avevo voglia di cambiare, di parlare lingue diverse. Il francese non lo sapevo e ho deciso di andare a Parigi, a impararlo. A luglio ho dato le dimissioni e avevo tutti contro. A settembre sono partita per Parigi e mi sono iscritta a un corso di francese. Mi ero data un anno di tempo per trovare lavoro e invece già a febbraio lavoravo in una società di comunicazione che ha contatti con l’Italia. Da un punto di vista burocratico, è stato tutto semplicissimo: ho dovuto fare solo una dichiarazione di domicilio in Francia. Parigi è un luogo pieno di arte, bellezza e cultura. Ti appaga completamente. Qui ci sono tanti vantaggi: stipendi più alti (anche a fronte di un costo della vita superiore), più chance per le donne nel mondo del lavoro, spese sanitarie rimborsate quasi al 100%, reali agevolazioni alle famiglie. Gli aspetti negativi? I parigini sono individualisti, nazionalisti e a volte anche arroganti. E poi, rispetto all’Italia, c’è molta più freddezza. Per questo penso che, prima o poi, tornerò a casa. Consigli? Non si deve sperare di trovare lavoro dall’Italia: spesso le aziende scartano automaticamente i curriculum di chi risiede ancora all’estero. Conviene verificare come funziona il sistema universitario: in Francia, basta iscriversi per poter fare stage in aziende importanti».
Fortaleza: inferno e ritorno
Chi è: Francesco N., 45 anni, della provincia di Milano
Dov’era: a Fortaleza, nel Nordeste del Brasile
Che cosa faceva: gestiva un piccolo bar sulla spiaggia
I suoi errori: Partire senza le idee chiare e un adeguato business plan; ignorare le leggi del Paese; aver investito un capitale a fronte di nessuna garanzia o titolarità.
«Lavoravo in banca da 15 anni e non ne potevo più. La routine, il traffico, il grigiore mi avevano tolto ogni gioia. L’unica cosa che mi faceva andare avanti era la promessa di una promozione. Poi, quando la promozione è stata data a un collega che per di più era lì da meno tempo di me, sono crollato. La domenica successiva, un amico di famiglia ha raccolto il mio sfogo. E mi ha presentato la soluzione su un piatto d’argento. «Ho un piccolo bar a Fortaleza, nel Nordeste del Brasile. Perché non vai a gestirlo?». Lì per lì, mi sembrava una follia. Ma, visto che ero stanco, ho preso due settimane di ferie e sono andato a dare un’occhiata. Non l’avessi mai fatto! Fortaleza mi ha conquistato, perché era il contrario di tutto quello da cui stavo scappando. Clima meraviglioso, spiagge incantevoli, popolazione cordiale, donne bellissime. Mentre in Italia faceva freddo, io mi abbronzavo, facevo il bagno, mangiavo l’aragosta sulla spiaggia, facevo tardi tutte le sere e ballavo... in buona compagnia. Dico la verità, nel corso di quel soggiorno mi sono concentrato più sulla vacanza che sul business. Ho però visto che il bar del mio amico era in una zona turistica in grande espansione. Al momento era chiuso, perché il gestore precedente se ne era andato, ma mi sembrava che sarebbero bastati pochi ritocchi per renderlo nuovamente operativo. Sono tornato in Italia entusiasta e pronto a buttarmi nella nuova avventura. Il mio amico mi ha procurato anche un socio in loco, necessario per iniziare l’attività. Senza più dubbi, mi sono licenziato dalla banca. Sono partito pieno di sogni e aspettative. Appoggiandomi al socio, un brasiliano mio coetaneo, ho dato inizio ai lavori di ristrutturazione. In base alle previsioni, tutto si sarebbe dovuto risolvere in due mesi e invece i lavori andavano per le lunghe. Il primo conto, poi, è stato molto più salato del previsto: 30 milioni di lire (siamo nel 1999). Il socio brasiliano non voleva saldarlo. L’amico dall’Italia mi diceva che già mi stava dando l’immobile in uso gratuito. E così ho pagato. Col trascorrere del tempo, procedeva la mia bella vita, ma i lavori non decollavano. In più, per problemi di residenza, ero costretto ad andare e venire dal Brasile. Finché il mio socio mi ha proposto di ottenere il permesso di soggiorno grazie a sue conoscenze negli uffici pubblici. Mi sono fidato, ho accettato, e gli ho dato 20 milioni. Nel frattempo, i lavori si sono conclusi e siamo riusciti ad aprire il nostro bar. I clienti erano numerosi, avevo bisogno di aiuto e i locali erano inaffidabili: a volte non si presentavano al lavoro, senza preoccuparsi di avvisare. Inoltre dovevo fare i conti con la criminalità locale, che spesso assaltava il camioncino che ci portava i rifornimenti. E così mi trovavo con il bar pieno di clienti e niente da dar da bere e da mangiare. In più, i tempi si allungavano per i miei documenti e mi ritrovavo in Brasile senza alcun titolo. Per agevolare le cose, avrei dovuto investire una grossa somma. E così decisi di rilevare il bar dal mio amico, che per questo mi chiese 200 milioni. Non avevo tutta la cifra e ho chiesto di pagarlo a rate. Ho versato 50 milioni e l’ho fatto con grande tempismo, perché una settimana dopo parte del bar è andata a fuoco. A incendiarlo, molto probabilmente, il proprietario di un bar poco lontano a cui noi davamo fastidio. Ad andare in fumo, in quel momento, è stata la mia fiducia. Mi ritrovai solo, al verde, senza niente in mano. Camminavo sulla spiaggia, mi guardavo intorno e pensavo che il paradiso che avevo intorno non giustificava l’inferno che stavo vivendo. Sono tornato in Italia. Ho avuto un confronto con l’amico di famiglia da cui era partito tutto. Secondo me lui era in malafede fin dall’inizio, ma questo non potrò mai provarlo. Ho chiesto indietro i miei soldi, lui si è rifiutato. Oggi ho trovato lavoro in un piccolo supermercato. Non mi fermerò qui. Di sicuro non tornerò in banca. Ma nemmeno in Brasile».