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Sento puzza di questo business |
Più di quattrocentomila contatti, tra visite sul sito, telefonate e messaggi di posta elettronica. Più di seimila richieste di affiliazione in cinque mesi. Potenziali imprenditori interessati all’idea in tutta Italia, da Nord a Sud, distribuiti in centinaia di comuni, con picchi di richiesta in Sicilia, Campania, Calabria, Lazio e Toscana. Tutti pronti a comprare rifiuti dai normali cittadini e rivenderli ad aziende private e consorzi pubblici. Questa è l’idea di Recoplastica Srl (www.recoplastica.com), un’azienda piemontese che, a due anni dall’apertura, ha deciso di lanciare sul mercato un franchising che al momento è ancora in fase di rifinitura progettuale ma ha già fatto il botto. Gli Ecopunto, come quello inaugurato sperimentalmente a Moncalieri, nel torinese, il 23 maggio, saranno negozi in grado di acquistare ferro, alluminio, carta e plastica scartati dagli avventori, capitalizzandoli e rivendendoli, nel nome dell’ecologia, dell’impresa sostenibile, della bontà globale. Ma non del profitto, perché di soldi ne gireranno pochi. Funzionerà? E a livello pratico come si struttura l’idea? E chi c’è dietro? Noi di Millionaire ci siamo infiltrati come ipotetici futuri franchisee al primo meeting di Recoplastica, svoltosi nel mese di settembre proprio a Moncalieri, e seguito da un bis a Messina e da progetti di replica – al momento di andare in stampa – a Milano, Bologna, Firenze, Roma, Lecce e Matera. In platea alcune centinaia di ascoltatori, dai 25 ai 60 anni. Imprenditori, disoccupati, famiglie intere. Gente che vuole capire, nell’anno più critico per i rifiuti in Italia, se proprio dalla spazzatura può nascere guadagno. Sul palco un manipolo di relatori. Il primo è Ugo Bardi, docente all'Università di Firenze e presidente di AspoItalia (la versione italiana dell'associazione internazionale che studia il picco petrolifero).
di Alessandro Calderoni -
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. L'articolo è pubblicato su Millionaire di novembre 2008.
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