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Quelli che il paradiso lo vogliono offshore |
Tolleranza zero. O quasi. È quello che i leader mondiali hanno promesso contro i paradisi fiscali e bancari. Dalla politica della carota si è passati a quella del bastone. La crisi economica e finanziaria ha modificato lo status quo. Sulla scia della globalizzazione dei mercati finanziari e in particolare alla luce della crisi finanziaria, molti governi (a partire dagli Stati Uniti) si sono accorti della necessità di regolare le piazze finanziarie per ragioni più economiche che morali. In una fase in cui la maggior parte degli Stati sta mettendo sul campo migliaia di miliardi di euro per rilanciare le rispettive economie è sempre più difficile tollerare la presenza di “buchi neri fiscali” che alimentano la fuga di capitali.
È stato stimato che per gli Stati Uniti il mancato guadagno ammonterebbe a circa 100 miliardi di dollari. In Germania si stima in 30 miliardi di euro, mentre in Francia e Regno Unito (che in realtà detiene diversi territori offshore) è di 20 miliardi a testa.
In passato, in nome della concorrenza imprenditoriale, della libera circolazione dei capitali e della necessità di ridurre al minimo l’intervento dello Stato nell’economia di mercato, i paradisi fiscali erano diventati roccaforti inespugnabili.
«Si chiama pianificazione fiscale internazionale il sistema per pagare meno tasse escogitato dai più ricchi. Diventa evasione fiscale se ad adottare in modo più artigianale gli stessi sistemi sono i contribuenti meno illustri e finanziariamente organizzati». È la battuta di un fiscalista che rende però l’idea di come nell’equità fiscale non sia facile raggiungere la par condicio.
Il segreto bancario sarà meno segreto?
In passato, erano diverse le strade intraprese da chi voleva pagare (non proprio legalmente) meno tasse, ma spesso avevamo un unico obiettivo. Far custodire il proprio tesoretto in banche domiciliate in Paesi dove vigeva un segreto bancario quasi impenetrabile.
di Roberta Rossi - consulente finanziario indipendente (www.moneyexpert.it)
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