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Se mentire fa bene alla carriera

Sono le bugie di chi bluffa sul curriculum e lo sovraccarica di competenze. O di chi dice di aver terminato un lavoro mentre ancora non lo ha neppure iniziato. Senza arrivare alle estreme conseguenze di Jayson Blair, il reporter del New York Times che nel 2003 ha rimpinzato il quotidiano di dozzine di finti reportage, ora dall'Australia si apre un piccolo varco per i bugiardi d'ufficio (e non solo).
«Una frottola nasce dal timore di non essere ben visti dagli altri, quando mentiamo tentiamo semplicemente di convincere il mondo del nostro valore», spiega nel suo libro Why we lie la psicologa Dorothy Parker. Le good lies, le piccole, buone bugie pronunciate senza estremismi. Una tesi supportata anche da una recente inchiesta della Harvard Business Review che ha stabilito che le persone di maggior successo sono anche quelle più bugiarde. Un elogio del polite charme, quel fascino gentile tipico delle persone di successo, che mentre pensano (e fanno) una cosa sanno dichiarare l'esatto contrario. «Quando il mio direttore mi chiede: Ehi, a che punto sei con il tuo articolo? Io rispondo che ho quasi fatto, ma in realtà ho appena iniziato», confessa la Kellaway. Chi sa mentire arriva più facilmente al successo perché è più intelligente. «È la capacità di modificare il proprio comportamento a seconda delle circostanze e io sono orgogliosa delle mie bugie». «Il lavoro contemporaneo, competitivo e forsennato, rende necessaria la bugia. Chi riesce ad attribuirsi meriti migliori di quelli che appaiono, chi millanta credito per presunte capacità lavorative ha la strada spianata rispetto al lavoratore indefesso che non pubblicizza il suo operato», sostiene Domenico De Masi, professore di Sociologia. «Nelle riunioni emerge chi è più bravo a comunicare: anche l'abuso di termini inglesi serve a creare confusione e a buttare fumo negli occhi». Se la strada verso il successo è costellata di piccole bugie, per il suo mantenimento è necessaria una certa faccia tosta. Fa scuola quella sfoggiata dall'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, che ha negato strenuamente la relazione con la stagista Monica Lewinsky salvo poi ammettere la sua menzogna in tv. Il filosofo Schopenhauer avrebbe assolto la scivolata di Bill come "legittima difesa", Rousseau avrebbe parlato di "bugia innocente". Confortati da una massima incrollabile di Winston Churchill: "In tempi di guerra la verità è così preziosa da essere protetta da una barriera di bugie".
da Corriere della Sera, 1 giugno, pag. 29

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