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Febbre gialla
Martedì 01 Febbraio 2005



Il balzo in avanti è compiuto. C’è da scommetterci: in breve tempo, la Cina diventerà il motore dell’economia mondiale, battendo anche gli Stati Uniti. In meno di 30 anni, è passata da un’economia agricola e arretrata a una industriale così forte, da essere una vera potenza internazionale. Le cifre del suo sviluppo hanno dell’incredibile: la crescita annua è superiore all’8%. Il Pil è di 1.409 miliardi di dollari (rispetto ai 1.080 di quattro anni fa) e gli investimenti stranieri sono più di 60 miliardi di dollari. Una cifra superiore a quella degli Usa. Il potere d’acquisto è aumentato del 14% l’anno. «Tutto è cominciato nel ’78, quando l’allora presidente Deng Xiaoping decise di eliminare la povertà e l’arretratezza delle campagne, per avviare una sorta di capitalismo controllato» spiega a Millionaire Christian Orio, segretario generale della Camera di Commercio italo-cinese di Milano.
Da allora è scattata una rincorsa alla modernizzazione, che ha portato la Cina a compiere veri passi da gigante e ha innescato il boom economico che nel 2001 è stato affermato con l’ingresso nell’Organizzazione mondiale per il commercio Wto. Così la Cina ha riaperto le barriere nazionali agli investimenti stranieri e ha eliminato tante restrizioni, a partire da quella doganale in entrata (basta pensare che la tassa sul vino è passata dal 100% al 14%). Ma oltre all’economia, è cambiato lo stile di vita. Oggi in Cina la proprietà privata non è più un furto (ci sono già 340 milioni di proprietari di case), le automobili straniere hanno sostituito le biciclette e i concorsi di bellezza sono di nuovo consentiti. Una rivoluzione che ha catturato l’attenzione di tutte le nazioni più moderne, interessate ai vantaggi di un Paese dove prodotti e manodopera hanno un costo molto competitivo (il salario di 50 operai cinesi è pari a quello di uno italiano), il cambio fisso della moneta è molto favorevole, il fisco non chiede tasse alle imprese nei primi due anni di attività e i consumatori sono più di un miliardo.
La Cina è diventata l’obiettivo primario di tutte le economie più evolute, soprattutto dopo che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha dichiarato nel maggio scorso che non ci sono stati nuovi casi di Sars. Anche l’Italia è in lizza: il ministero del Commercio con l’estero nell’aprile scorso ha varato il cosiddetto “Progetto Marco Polo”, finalizzato a ottimizzare i nostri sforzi in loco. Un’iniziativa che ha visto l’organizzazione di 200 eventi tra sfilate di moda, rassegne cinematografiche e degustazioni gastronomiche, tutte all’insegna del made in Italy. Il progetto ha avuto il suo punto culminante nella visita del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nello scorso dicembre. «Il progetto Marco Polo ha già raccolto risultati concreti, a partire dall’incremento delle nostre esportazioni, che da aprile a ottobre 2004 sono cresciute del 19%» commenta Adolfo Urso, viceministro delle Attività produttive. L’aperture di punti vendita italiani (come il megastore di Armani a Shangai, le cinque boutique di Valentino, le tre di Ferrè) confermano che l’Italia si sta muovendo per cogliere le opportunità all’interno della Grande Muraglia. E non è solo moda: Fiat, Merloni, De’ Longhi, Ferrero, Agip, Eni, Perfetti, Illy, Gancia, Divella e molti altri imprenditori sono già attivi nel nuovo mercato. «Nel passato la legislazione locale avvantaggiava i grandi colossi internazionali. Ma le nuove norme, in vigore a partire dalla prossima primavera, prevedono che anche le aziende con un capitale sociale tra i 30 e i 50 mila euro potranno operare nella distribuzione, commerciando prodotti stranieri» dichiara Antonino Laspina, direttore Ice a Pechino. «Un’opportunità che dovrebbe indurre anche molti dei nostri imprenditori a investire qui, per abbattere i costi di produzione e ingrandire il giro d’affari. Ora le strutture produttive sono più concorrenziali, le materie prime sono ottime ed è più facile trovare interlocutori d’affari. Questo Paese è diventato strategico e non essere qui significa spianare la strada ai concorrenti».
Ma in pratica, chi aiuta gli imprenditori che vogliono fare business in Cina? A disposizione diverse formule di finanziamento, come la legge 394 dell’81, gestita dal ministero delle Attività produttive (che dà crediti agevolati fino all’80% del capitale necessario), le proposte di venture capital della Società italiana per le imprese all’estero (Simest) e gli strumenti di assicurazione crediti ed esportazioni offerti dai Servizi assicurativi del commercio estero (Sace).
Le opportunità più concrete sono nell’informatica, nella tecnologia e nella meccanica (molto richiesto il know how di macchinari, soprattutto tessili), nell’illuminazione, nell’edilizia e nell’arredamento. Tra i business più interessanti c’è poi il turismo, perché dal settembre scorso il Governo cinese ha abolito le restrizioni sui visti turistici in uscita. «Da qui al 2010 si calcola che 100 milioni di cinesi si muoveranno nel mondo: il 75% di questi ha indicato l'Italia come prima meta» afferma il viceministro Urso.
La formula vincente potrebbe essere quella di abbinare la produzione locale con la cultura del made in Italy. Spiega Laspina: «Così si ottiene una valore aggiunto unico sul mercato. L’obiettivo deve essere quello di puntare su 150 milioni di persone benestanti, che già riconoscono la qualità della produzione italiana. Attenzione, però: per affermarsi è necessario spiegare la nostra proposta, perché la Cina è davvero l’altra metà del mondo e le differenze culturali sono enormi» suggerisce Laspina. Le barriere da superare per fare impresa in loco sono impegnative: innanzitutto le distanze (sia dall’Italia, sia all’interno della Grande Muraglia), molto superiori a quelle nostrane (il collegamento tra Nord e Sud richiede quattro-cinque ore di volo), come anche la cultura e la lingua, tra le più complesse al mondo. «Indispensabile il ricorso a un interprete, senza il quale all’inizio non si riesce nemmeno a prendere un taxi, perché l’inglese è diffuso solo nei livelli più alti dei professionisti» aggiunge Orio. Chi vuole operare in Cina infatti non può dimenticare che lo sviluppo locale è ancora a macchie, con regioni più ricche sulle coste e zone meno abbienti all’interno. Al momento è in atto una vera corsa all’Ovest, per conquistare i mercati meno sviluppati dell’interno e sfuggire agli aumenti generali di prezzi già in atto nelle grandi città costiere.
Gli ostacoli comunque non sono insormontabili, come spiega Marco Sartor, ricercatore presso l’Università di Udine e autore di un testo sulle strategie di acquisto in Cina: «Per approfittare della convenienza dei costi cinesi, basta organizzare con cura la logistica, oppure appoggiarsi a società locali che si occupano di selezione dei fornitori, controllo qualità e spedizione». Un’altra soluzione è rappresentata dalle joint venture con società cinesi. E’ il caso di BasicNet, azienda torinese produttrice di abbigliamento sportivo. «Sia per la produzione sia per la distribuzione preferiamo appoggiarci a partnership con imprese locali» spiega l’amministratore delegato Franco Spalla. La selezione delle società più adatte con cui collaborare ha richiesto due anni di lavoro, ma ne è valsa la pena, perché grazie al loro apporto siamo riusciti a ottenere prezzi competitivi e a collocare nel modo migliore i nostri prodotti in un mercato così diverso dal nostro».
Gli addetti ai lavori sono concordi nello sconsigliare l’improvvisazione perché, nonostante il boom economico, si possono già citare casi di fallimento di imprenditori stranieri. «La Cina esaspera i difetti di un’azienda ed enfatizza i suoi pregi. Dieci anni fa tanti sono venuti qui spinti solo dall’entusiasmo per un dinamismo economico unico al mondo, e in molti sono tornati in Italia. Oggi le iniziative sono più meditate: è vincente chi ha un progetto preciso, nato dall’osservazione delle nuove necessità di questo popolo, della sua cultura e delle sue diversità regionali. Purtroppo il tempo stringe, perché le opportunità di oggi non dureranno a lungo» conclude Laspina.
E il mercato dei prodotti contraffatti fa ancora paura? Negli anni scorsi, la Cina produceva il 18% dei falsi che invadevano l’Europa, perché non esisteva il concetto di marchio o brevetto. Anzi, per un cinesi era un vanto riuscire a produrre copie perfette degli originali. L’apertura al commercio internazionale e l’adesione alla Wto ha però significato un cambiamento nella mentalità locale. Le leggi di recente introduzione, simili a quelle europee, hanno portato chiarezza e sono applicate con impegno dalle autorità. Tutto semplice, quindi? «Non proprio. Innanzitutto, le imprese si devono cautelare con la registrazione di marchi e brevetti anche in Cina: attenzione, perché secondo la normativa, il primo che si registra è il legittimo proprietario. Per fortuna, è possibile farlo anche dall’Italia, con una spesa di circa 900 euro. Inoltre, chi avvia procedure legali contro i falsari ha una buona possibilità di vincere, a fronte però di cause lunghe e costose» conclude Orio.

I numeri
617: le aziende italiane attive in Cina.
500 mila: le aziende straniere operanti in Cina.
2,5 milioni: le imprese di recente formazione attive in Cina.
10 milioni: le Pmi attive in Cina.
5,5 miliardi di euro: fatturato delle aziende italiane in Cina.
65 miliardi di dollari: i capitali stranieri investiti in Cina.
125 miliardi di dollari: il volume dell’interscambio Europa-Cina nel 2003.
410 miliardi di dollari: il volume complessivo delle esportazioni cinesi.

In pillole
Posizione: Situata nell’Asia orientale, la Cina confina a Sud con Vietnam, Laos, Myanmar e Bhutan, a Ovest con Nepal, India, Pakistan, Afghanistan, Tagikistan e Kirgizistan, a Nord con Kazakistan, Russia e Mongolia, a Est con la Corea del Nord, il Mar Giallo e il Mar Cinese.
Superficie: 9.600.000 kmq.
Popolazione: 1.295.090.000.
Forma di governo: Repubblica socialista.
Capitale: Pechino (ora Beijing), popolata da 6.619.000 abitanti.
Città principali: Shanghai (cuore finanziario della Cina, molto attiva anche nella tecnologia, nel commercio e nell’edilizia, centro di arte contemporanea), Canton (industrie manifatturiere e capitale dell’informazione), Wuhan (industria leggera), Chongqing (polo affaristico e culturale), Hangzhou (centro di produzione di seta e tè), Dàlian (uno dei porti principali) e Ningbo (importante per le industrie ittiche, tessili e alimentari).
Clima: Data la vastità del territorio, il clima varia dalle temperature tropicali dell’estate (che raggiungono i 47°) a quelle estremamente rigide dell’inverno, che scendono fino a –40°.
Lingua: Putonghua (cioè il cinese mandarino parlato a Pechino). Lingue non ufficiali sono l’ue (cioè il dialetto di Canton) e il wu (la lingua parlata a Shanghai).
Religione: Lo Stato non dichiara alcuna religione ufficiale. Le pratiche più comuni sono taoismo, buddismo e islamismo.
Moneta e cambio: renminbi, di cui l'unità principale è lo yuan. Un euro è pari a 11 yuan circa, il cambio è fissato in rapporto al dollaro Usa.
Principali settori economici: Elettronica di consumo, prodotti tessili, arredamento e illuminazione, calzature, giocattoli, petrolio e combustibili sono i più importanti settori di attività economici. Le maggiori produzioni agricole: riso, frumento, patate, arachidi, tè, miglio e orzo; allevamento di maiali e pesca.
Fuso orario: Otto ore avanti rispetto a quella del meridiano di Greenwich. Quando a Roma è mezzogiorno, a Pechino sono le 19.
Prefisso telefonico: 0086.

L’imperatore Giorgio invade Shanghai
E’ già diventato un mito anche in Cina. Giorgio Armani, stilista italiano che la scorsa primavera ha organizzato sfilate di moda a Shanghai e Hong Kong, è già conteso dai media del Celeste Impero come una vera e propria star. I fotografi lo ritraggono con i bambini in braccio come se fosse un leader politico, i giornali fanno carte false per intervistarlo e la gente lo ferma per strada per chiedergli un autografo. E tutti fanno a gara per visitare la sua boutique di Shanghai, che si estende su 1.000 metri quadri.

Ci vuole il visto?
Per entrare in Cina è necessario un visto: fa eccezione Hong Kong, visitabile liberamente per soggiorni al di sotto dei 90 giorni. Per ottenere il visto, bisogna recarsi presso i Consolati di Roma o Milano, compilare un modulo di richiesta e allegare una foto, il passaporto e la ricevuta di una prenotazione alberghiera. Il visto viene rilasciato in una settimana circa, è valido per tre mesi e consente soggiorni di uno. Il costo si aggira sui 16 euro.
INFO: Ambasciata di Cina - via Bruxelles, 56 - 00198 Roma, tel. 06 8848186, www.it.china-embassy.org
Ambasciata italiana a Pechino - 2, San Li Tun Dong Er Jie - 100600 Pechino, Cpr - tel. 0086 10 65322131, www.italianembassy.org.cn

Da leggere
- Cina, edizioni Edt, 32 euro. Per chi è appassionato della collana Lonely Planet e vuole leggere i consigli dei viaggiatori di tutto il mondo.
- Cina, edizioni Il Sole 24 Ore Libri, 29,95 euro. Foto, cartine, indicazioni pratiche e informazioni storico-sociali per la traduzione italiana della collana inglese Insight Guides.
- Approvigionamenti in Cina. Strategie, metodi, esperienze, di G. Nassimbeni e M. Sartor, edizioni Il Sole 24 Ore, 30 euro. Per chi punta al business.

«Così ho portato la pizza a Shanghai»
«La Cina mi ha dato ciò che l’Italia mi aveva negato» esordisce Antonello Carlino, imprenditore siciliano che con la socia Annarosa Carnovale ha avviato a Shanghai. nel ’98, una catena di pizzerie. Un obiettivo raggiunto dopo aver superato alcune difficoltà. «Sono venuto qui alla ricerca di quello che non trovavo in Italia. Il mio primo viaggio di lavoro in Cina risale all’86: avevo avviato un’attività di intermediazione. Allora collaboravo con un socio cinese, purtroppo dimostratosi inaffidabile: una disavventura che però non è riuscita a smorzare il mio entusiasmo. Gli italiani mi davano del matto, e io non riuscivo a spiegare loro la grande voglia di miglioramento che ha sempre caratterizzato i cinesi. Un’effervescenza che modificava le città a vista d’occhio: basta dire che dopo un mese di assenza, a Shanghai non riuscivo più a orientarmi! Nel ’96, con Annarosa, ho aperto un’agenzia di consulenza per imprese italiane e due anni più tardi un nostro cliente ci ha proposto di diventare suoi partner, dandoci carta bianca nella scelta del business. Avevamo due assi nella manica: una buona conoscenza dell’ambiente e la consapevolezza che era necessaria una ricerca di mercato. La scelta della pizzeria non era scontata, perché il colosso americano Pizza Hut era già leader di mercato e i cinesi consideravano la Margherita come un alimento tipicamente americano. Siamo partiti con un investimento contenuto e mille difficoltà, non ultime quelle burocratiche: le leggi locali sono in continua evoluzione e la lingua dà spazio a tante incomprensioni. Oggi possiamo dire di aver raggiunto i nostri obiettivi: abbiamo cinque locali, dieci persone che lavorano nell’organizzazione aziendale e progettiamo di aprire altri cinque punti vendita entro il 2008». INFO: Pizza Italia, www.pizzaitalia.com.cn

Franchising d’Oriente
Anche il franchsing è un affare all’interno della Grande Muraglia. Lo testimonia Terranova, marchio in affiliazione di abbigliamento giovane, presente sul mercato cinese dal 2001 con una formula al dettaglio. Millionaire ne ha parlato con il direttore commerciale Pierluigi Marinelli.
Che difficoltà avete incontrato in Cina?
«Burocratiche e culturali, oltre che commerciali, perché l’atteggiamento di acquisto della gioventù cinese è molto diverso da quello europeo. Differenti anche le potenzialità di vendita nei vari periodi dell’anno: le nostre festività non coincidono con quelle cinesi».
Quali gli accorgimenti adottati?
«All’inizio pensavamo di applicare anche in Cina la nostra formula di affiliazione in conto vendita, ma ci siamo dovuti ricredere. Ora stiamo valutando l’ipotesi di aprire negozi diretti».
Obiettivi per il futuro?
«Stiamo cercando la location giusta per inaugurare il nostro primo punto vendita monomarca. Prevediamo di aprirlo entro la fine del 2005... salvo imprevisti».
INFO: www.terranova-on-line.com

In viaggio verso l’altra metà del mondo
Fascino e complessità del Regno di Mezzo. Accanto a città modernissime, dove l’inquinamento tocca livelli record, ci sono praterie, deserti, le montagne del Tibet e le rovine imperiali.
«Viaggiare in Cina è davvero bello e ora è diventato anche facile, perché le infrastrutture sono molto migliorate» spiega Renata Pisu, giornalista e autrice del libro Le vie della Cina (edizioni Sperling & Kupfer, 9,20 euro). «Due gli itinerari principali: quello della Cina classica, che visita Pechino, Shanghai e l’esercito di terracotta di Xi’an, e quello della Cina costiera delle grandi città, per conoscere anche Canton e Hong Kong. Meglio partire in primavera o in autunno, quando le temperature sono più moderate» aggiunge Pisu.
Ma si può anche scegliere il percorso della Via della Seta, in un viaggio che arriva fino alle città mongole di Urumqui e Kashgar. «Così è possibile conoscere anche la Cina centrale, differente per cultura, cucina e abbigliamento da quella costiera. Per chi ama la natura, da non perdere la città meridionale di Guilin, dai paesaggi bellissimi in cui si riconoscono tanti temi della pittura tradizionale. In ogni caso, è meglio affidarsi a un tour operator, per le difficoltà della lingua e le condizioni igieniche poco agevoli di alcune zone. Un’avvertenza: la cucina locale è ottima, ma non ha nulla a che vedere con quella che troviamo in Italia» consiglia Forte.

Saperne di più
- www.tuttocina.it: Il sito dell’Istituto italo-cinese pubblica un menù molto vario, dalla cultura all’economia cinese, oltre a proposte di corsi e viaggi.
- www.italiacina.org: L’indirizzo dell’Associazione Italia-Cina presenta informazioni su viaggi, economia e cultura.
- www.chinatoday.com: Un portale verticale ricco di link locali. In inglese.
- Camera di Commercio italo-cinese, via M. Camperio, 1 - 20123 Milano, tel. 02 862765, www.china-italy.com
- Camera di Commercio italiana in Cina, Jing Guang Centre, Unit 3605 - Hu Jia Lou, Chao Yang Qu - 100020 Pechino, tel. 0086 10 65973025, 6, e-mail Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo , www.cameraitacina.com
- Ice, ufficio di Pechino, Chaoyang - Hu Jia Lou, Jing Guang Center - 38th Floor, Unit 02 - 100020 Pechino, tel. 0086 10 65973797, e-mail Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
- China Council for the Promotion of International Trade - Consiglio cinese per la promozione del commercio internazionale, via S. Tecla, 2 - 20122 Milano, tel. 02 8056371
- Sace, Servizi assicurativi del commercio estero, c/o Ice - corso Magenta, 59 - 20123 Milano, tel. 02 4693245, www.isace.it
- Simest, Società italiana per le imprese all’estero, corso Vittorio Emanuele II, 323 - 00186 Roma, tel. 06 686351, www.simest.it

Investire in Cina tramite le azioni si può. Ecco come
Partecipare al boom dell’economia cinese senza muoversi di casa? Si può. Basta investire sul mercato azionario cinese, diventando soci delle imprese quotate per condividere le possibilità di sviluppo e crescita. Esclusa la possibilità di acquistare direttamente azioni di imprese cinesi per le difficoltà di intermediazione e fiscali, la strada più percorribile può essere quella di ricorrere al risparmio gestito, puntando sui fondi d’investimento specializzati su quell’area.
Ma si fa presto a dire Cina. Una ricerca di Morningstar.it, il sito N. 1 specializzato sui fondi d’investimento, ha messo in rilievo che il peso delle Borse di Shanghai e Shenzen è quasi nullo (pari al 15% circa). Circa il 75% dei fondi venduti come “cinesi” è, infatti, sovente investito nelle Tigri asiatiche, in particolare Hong Kong e Taiwan. Il mercato cinese è complesso, con diversi tipi di azioni, poco trasparente e di difficile accesso. Per questo motivo i gestori preferiscono spesso puntare sulla Borsa di Hong Kong, dove sono quotate le cosiddette “Red-chips” (società cinesi incorporate a Hong Kong) e “H-shares” (società cinesi scambiate in dollari di Hong Kong). Un mercato interessante e con un grado di trasparenza maggiore. Nel 2004 molti si attendevano già un boom della Borsa cinese, ma la performance (indice MSCI China) è stata negativa. “L’anno del Dragone” era stato in realtà il 2003, quando la Borsa cinese salì del 85%, convincendo molti esperti che questa tendenza inarrestabile sarebbe continuata.
Fra i fondi d’investimento venduti in Italia che investono in quest’area è difficile trovarne che hanno ottenuto performance interessanti nel 2004, mentre risultati migliori hanno realizzato alcune Sicav (fondi di diritto lussemburghese che possono essere venduti in Italia), gestite dai colossi mondiali del risparmio gestito (fra le migliori Schroder, Pictet, Templeton, Fidelity). Il problema che si pone è che sovente questi fondi sono espressi in dollari Usa, moneta strettamente agganciata a quella cinese, la cui caduta ha condizionato negativamente i rendimenti espressi in euro, nel caso che non si sia protetti da questa eventualità.
Un’altra possibilità annunciata dalla Borsa Italiana per il 2005 è la possibilità di investire sul mercato azionario cinese attraverso l’acquisto di un Etf, i fondi indici che rappresentano quasi sempre un’alternativa meno costosa e più efficiente all’investimento nei fondi tradizionali. Intanto, a fine 2004 la Borsa di Londra ha già lanciato il primo Etf europeo correlato al mercato cinese: l’iShares FTSE/Xinhua China 25). E anche Goldman Sachs ha lanciato un certificato negoziato in Borsa, China Tracker (tramite la piattaforma Fineco è possibile negoziarlo a zero commissioni), che replica sistematicamente l'indice di riferimento, il FTSE Xinhua China 25, una selezione delle azioni del mercato cinese negoziabili dagli operatori stranieri. Il lotto minimo è 100 azioni e con 80 euro circa si può così mettere un piede oltre la Grande Muraglia.

di Maria Spezia ( Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo ). Millionaire febbraio 2005

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