Paolo Rossi
Nato a Prato, 48 anni.
Da calciatore: attaccante rapido e opportunista, capocannoniere del Mondiale ’82. Ha vinto il Pallone d’oro, una Coppa dei Campioni, due scudetti e una Coppa Italia.
Oggi: si divide fra la sua impresa edile a Vicenza e un agriturismo in Toscana.
L’indimenticabile Pablito, tuttora simbolo del calcio italiano nel mondo, inizia presto a fare l’imprenditore. Siamo fra il 1979 e il 1980, e la sua carriera di calciatore è in pieno svolgimento. Del resto Rossi è stato fra i primi a esplorare il terreno delle sponsorizzazioni personali, dimostrando spirito di iniziativa e senso degli affari. “Iniziai con sei appartamenti a Vicenza. Era più che altro un modo per investire i miei primi soldini”. Poi nel 1981 si mette in società col suo compagno di squadra Salvi, che nel frattempo si è ritirato e può seguire gli affari più da vicino. La “Rosa” (dai cognomi dei due calciatori) è attiva tuttora su Vicenza e provincia, dove opera secondo una logica di “project financing”: compra terreni, redige i progetti e affida la costruzione a imprese esterne. Più recentemente (l’idea è di due anni e mezzo fa), Paolo Rossi si lancia in una nuova avventura, avviando un’azienda agricola e un agriturismo a Bucine, in provincia di Arezzo. «Per ora produciamo olio e vino: da giugno partiremo anche con l’ospitalità». Entusiasmo? «Anche troppo! L’agricoltura un po’ ti frega: stare in campagna e produrre alimenti buoni e sani è bellissimo, ma economicamente bisogna stare attenti, gli investimenti sono ingenti e a lungo termine». Per ora la sua attività principale resta quella legata all’edilizia, ma sull’agricoltura punta molto in prospettiva. Ha sempre guardato avanti, Paolo Rossi: ha avuto il coraggio di non vivere di ricordi, anche se ne aveva di meravigliosi. «Per gli sportivi molto popolari la fine della carriera è un momento difficile. Bisogna voltare subito pagina, e pensare che nella vita non c’è solo il calcio». Sì, ma il calcio? «Il calcio mi ha fatto provare emozioni che nient’altro mi potrà ridare. Ma va bene così, sono diverse fasi della vita».
Rossi ha avuto successo anche nella sua seconda fase, quella in cui ha inseguito il sogno di una vita normale. La sua ricetta è apparentemente semplice: «Modestia, applicazione, volontà e un pizzico di fortuna: mi sono rimboccato le maniche e mi è andata bene». Risolto anche il rapporto col passato e col successo: «Adesso la notorietà è diventata piacevole: la gente ti riconosce, ti saluta, e per loro sei quello di 25 anni fa. Posso aver raggiunto mille altri traguardi, posso aver guadagnato dieci volte tanto, ma tutto questo conta solo per me». Per gli altri resterà sempre Pablito.
Sportivi o artisti?
Per alcuni, nonostante esperienze sportive ad alto livello, la notorietà arriva solo con l’ingresso nello spettacolo.
Bud Spencer (vero nome: Carlo Pedersoli) è stato, molti anni e molti chili fa, campione italiano di nuoto. Raoul Bova, prima di diventare un sex symbol del grande schermo, ha ottenuto successi in vasca a livello giovanile. L’eleganza di Julio Iglesias avrebbe giovato all’immagine del Real Madrid (vi giocava da portiere), se un incidente non gli avesse stroncato la carriera.
Sono attualmente in preparazione due film sul calcio: al brasiliano The goal, prodotto da Spike Lee, parteciperà l’intera Nazionale verde-oro; mentre la prossima pellicola dell’inglese Danny Cannon vedrà impegnati sul set anche David Beckham e Zinedine Zidane.
Giancarlo Antognoni
Nato a Marsciano (PG), 50 anni.
Da calciatore: centrocampista estroso e geometrico, esordisce nella Fiorentina nel 1972; vi giocherà fino al 1987, collezionando 341 partite. In Nazionale gioca 73 volte, partecipando a due Mondiali, compreso quello vincente del 1982. Si ritira nel 1989.
Oggi: è un imprenditore nel campo della ristorazione.
Una scelta e un destino. Giancarlo Antognoni è stato uno dei più grandi talenti del nostro calcio fra gli anni Settanta e Ottanta. Stella della Fiorentina, lo voleva la Juventus. Ma lui pronunciò il gran rifiuto. In questo modo perse la possibilità di centrare grandi traguardi. Ma guadagnò qualcosa di forse più importante: l’amore di una città. «Oggi che ho 50 anni, quando vado in giro a Firenze, per la gente è come se non avessi mai smesso di giocare» confida. All’apice della sua carriera di calciatore, il centrocampista viola ha cominciato a pensare al suo futuro fuori dal campo. «Dal 1981 e per cinque anni ho avuto un negozio di articoli sportivi a Porta Rossa, poi l’ho ceduto» prosegue. Una volta appese le scarpe al chiodo, è rimasto a lungo nell’ambiente calcistico, come dirigente della Fiorentina. «Molti fanno gli allenatori, ma io non avevo il carattere giusto. Trovo che stare in panchina sia un mestiere troppo stressante. Io sono un tipo tranquillo, preferisco dare consigli…». Dopo il tracollo del presidente Cecchi Gori e la retrocessione della squadra in C2, la Fiorentina passa di mano. Il nuovo patron, l’imprenditore Della Valle, ignora Antognoni. «Non mi ha fatto neanche una telefonata e questo è stato un brutto colpo per il mio morale. La gente mi reclamava in un ruolo dirigenziale, ma io non volevo impormi. E così ho preferito stare in disparte».
Antognoni ha così consolidato la sua presenza nel campo della ristorazione. In società con la famiglia Fontani, segue ora da imprenditore due ristoranti. Il più recente, nato un anno fa, è il Kilimangiaro Café, un locale di ispirazione etnica. Molto curato nell’arredamento, è finito anche sulle pagine della rivista di architettura AD. «E’ un’attività che mi piace. Io non potrei mai impegnarmi in un business che non mi interessa». Ad Antognoni l’entusiasmo non manca, anche se sa di essere un profano: «Nelle scelte relative al locale, ho dato carta bianca ai miei soci, che sono del mestiere. Si fosse trattato di qualcosa legato al calcio, avrei potuto dire la mia, ma così…». E al calcio non ha mai smesso di pensare: «E’ l’attività più emozionante; sogno di rientrare in quell’ambiente, sempre come dirigente».
Quelli che... la politica
Sport=popolarità: normale che molti ex-campioni si siano dati alla politica. Fra i più noti Gianni Rivera, stella del Milan, ma avversario di Berlusconi in Parlamento. Inizia come deputato nella Democrazia Cristiana, poi è sottosegretario alla Difesa nel Governo Prodi. Oggi è consulente del sindaco di Roma Veltroni.
L’ex-portiere Stefano Tacconi è dirigente nazionale del Nuovo MSI–Destra Nazionale, nonché candidato governatore alle prossime elezioni regionali in Lombardia.
Manuela Di Centa, campionessa di sci di fondo negli anni Novanta, riveste oggi il ruolo di responsabile del dipartimento Sport di Forza Italia.
Massimo Mauro, centrocampista di Juve e Napoli, è stato eletto deputato fra i Democratici di Sinistra nel ’96. Fra i candidati non eletti alle europee dello scorso anno: Franco Baresi, Alessandro Altobelli, il tennista Diego Nargiso (tutti e tre per Forza Italia) e Walter Zenga (Alleanza Nazionale).
Solidarietà solida
Non tutti i calciatori vivono solo per il dio denaro. Molti sono sensibili a temi sociali.
Il tedesco Klinsmann (www.klinsmann.us), ex-Inter, ha creato Agapedia, fondazione che aiuta i bambini dell’Est europeo. Ha scopi simili Gol de Letra, creata in Brasile dal campione Socrates (www.socrates.coc.com.br), oggi affermato medico, insieme all’ex milanista Leonardo.
In Italia Lamberto Boranga (medico, ex-portiere e membro del “Team Maifredi” di Quelli che il calcio) non fa mai mancare il suo contributo in partite e iniziative benefiche. Un altro ex-portiere, Astutillo Malgioglio (Roma, Lazio, Inter…), è stato fra i primi a occuparsi di solidarietà.
Fra i calciatori in attività, si sono distinti il romanista Damiano Tommasi (www.damianotommasi.it) e il milanista Rino Gattuso (www.rinogattuso.it).
Pietro Mennea
Nato a Barletta (BA), 52 anni.
Da atleta: velocista, ha partecipato a ben cinque Olimpiadi. Fra i suoi trionfi: il record mondiale nei 200 metri, ottenuto a Città del Messico nel ’79 e conservato fino al ’96; l’oro olimpico a Mosca, nel 1980.
Oggi: è avvocato, commercialista, docente universitario e procuratore sportivo. In passato è stato parlamentare europeo.
Diviso fra le sue molteplici attività, Pietro Mennea 17 anni dopo il suo ritiro non si è ancora fermato. Nostalgia dell’atletica? «No, continuo a vivere di corsa. E in quello che faccio non c’è mai un punto d’arrivo: bisogna sempre aggiornarsi, e migliorarsi».
Una carriera luminosissima e singolarmente lunga per un velocista: Mennea si ritira a 36 anni. E ricomincia daccapo, gettandosi nello studio e conseguendo tre lauree. Come fa un monumento dello sport mondiale, a quell’età, a mettersi a sgobbare come una matricola? «Tre giorni dopo la fine delle Olimpiadi di Seul del 1988, il mio ultimo impegno agonistico, ero già a Milano, alla Bocconi». Più impegnativo di una rimonta al fotofinish: «Da atleta non ho avuto il tempo per studiare, ma ho acquisito una mentalità che mi è servita dopo, per recuperare il tempo perduto. Impegno, sacrifici, dedizione, così si raggiungono i traguardi».
Mennea esercita le professioni di avvocato e di commercialista a Roma. E’ specializzato in diritto fallimentare, societario, tributario e sportivo. E’ docente di Diritto dello sport all’Università di Chieti. Con tanti meriti, potrebbe anche pesargli essere ricordato sempre come “la freccia del Sud”. «E’ una cosa inevitabile, non si può scappare. La gente viene alle presentazioni dei miei libri per vedere un atleta famoso, poi si accorge che dietro c’è qualcos’altro».
Nel corso della sua attività di europarlamentare, Mennea si è occupato di sport a tutto tondo (regolamenti Fifa e Uefa, doping, Anno europeo dell’educazione attraverso lo sport...), ma non solo: ha lavorato anche in altri campi, soprattutto culturale e ambientale. «Ero uno dei pochi che poteva sedere in tutte le 17 commissioni senza aver bisogno dell’aiuto di nessuno. Non è presunzione: sono stati gli avversari politici a dirmelo».
di Giuliano Pavone (
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). Millionaire marzo 2005
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