«Mi sento come un bambino, posso fare ancora molte cose». Così Clint Eastwood ha commentato il suo trionfo nella notte degli Oscar. Il suo film, che lui ha autoprodotto contro tutto e tutti, ha conquistato ben quattro statuette (miglior film, regia, attrice protagonista e attore non protagonista).
Storia strana, la sua: da pistolero con gli occhi di ghiaccio a detective brutale, da regista impegnato a produttore di pellicole coraggiose. La vicenda umana e professionale di Clint Eastwood dimostra che nessun traguardo è mai troppo ambizioso per chi non rinuncia ai suoi sogni. Ed è pronto a rimettersi in discussione ogni volta.
Clinton Eastwood Jr nasce a San Francisco nel maggio del 1930. Cresce durante il difficile periodo della Depressione. Suo padre è costretto a cambiare spesso lavoro e la famiglia lo segue in diverse città della California. Clint non compie studi regolari e si mantiene con i mestieri più vari: taglialegna, guardiano notturno, camionista, operaio, bagnino… Nei primi anni Cinquanta si arruola nell’esercito e partecipa alla guerra di Corea. Durante quel periodo, si rende protagonista di un episodio da film. E’ nella stiva di un piccolo aereo bombardiere, quando improvvisamente si spalanca il portellone e lui rischia di essere risucchiato all’esterno. Chiede aiuto, ma nessuno glielo può dare. Così lui trancia un pezzo di cavo dell’interfono, ne fa un lazo con cui aggancia la maniglia e, faticosamente, riesce a chiudere il portellone. Nel frattempo l’aereo perde quota e precipita in mare, ma lui riesce a raggiungere la riva a nuoto. Al ricordo di questa dimostrazione di coraggio e sangue freddo, due commilitoni, anni dopo, lo convincono a sostenere un provino. Lui, indeciso se studiare recitazione o economia, prova col cinema e ottiene il suo primo contratto: 75 dollari a settimana. Ma la sua carriera non decolla: a lungo recita in film di serie B, senza che neanche il suo nome appaia nei titoli. Non solo, sono più i provini a cui viene scartato («Ero sempre troppo magro o troppo alto, oppure con un’espressione degli occhi che non andava bene…» ricorda).