Dalla finanza al cioccolato. La storia di Vincenzo Ferrieri

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vincenzo ferrieri cioccolatitaliani

Prima l’università, un lavoro sicuro nella finanza e un capo che gli ricordava «Non siamo mica cioccolatai». Poi la svolta. Un viaggio a New York e la voglia di fare impresa. Così Ferrieri ha lanciato CioccolatItaliani

Ha lasciato un posto fisso e ben pagato nel mondo della finanza. Ha convinto il padre Giovanni a sacrificare la pasticceria di famiglia per investire in un progetto senza garanzie e trasferirsi da Napoli a Milano. Nel 2009 ha ideato CioccolatItaliani, locale dedicato al “cibo degli dei”, dalla colazione al dopocena. Si chiama Vincenzo Ferrieri (foto di William Frank). Ha 32 anni e negli ultimi 7 ha aperto 18 negozi (di cui 7 all’estero). A fine 2016 prevede di fatturare 21 milioni di euro.

Come è iniziata la sua storia?

«Con la bocciatura al test di ammissione dell’università Bocconi di Milano. Era aprile 2003 e venivano assegnati l’80% dei posti disponibili. Mi sono ripresentato a settembre. Ci ho provato e ce l’ho fatta. Da quel momento mi sono trovato in un mondo diversissimo da quello in cui avevo vissuto fino ad allora. Se fossi rimasto a Napoli, CioccolatItaliani non sarebbe mai nata. A Milano ho visto persone che parlavano inglese, andavano a lavorare all’estero, facevano tutto di corsa: è stato un grande stimolo. Mi sono dato da fare».

Come ha iniziato a fare impresa?

«Mentre studiavo ho fatto uno stage di 6 mesi presso una banca: lavoravo anche fino alle 3 di mattina. Dopo la laurea sono stato assunto da un private equity. Ma avevo nel sangue la vita d’impresa che avevo fatto in famiglia: a tavola mia madre e mio padre parlavano sempre di affari».

Come è nata l’idea?

«Ero a New York. Guardavo Starbucks e Pizza Hut e vedevo che incassavano milioni con prodotti italiani come pizza e caffè. Tornato a casa, ho parlato con mio padre. Ho pensato a catene come Le Pain Quotidien e Paul Bakery, focalizzate su un prodotto declinato in più forme per essere adatto a tutta la giornata. Così è iniziato un anno di “studio”. Ho scelto di puntare al cioccolato e ci siamo messi a studiare format».

Perché proprio il cioccolato?

«Era una nicchia ancora percorribile, non c’era un marchio forte che lo proponesse in un locale. E poi era un prodotto di lusso adattabile a formule per il grande pubblico».

Come è stato l’inizio?

«Un’incognita: abbiamo aperto in uno spazio che era stato chiuso per mesi dopo il fallimento di un fast food. E il locale, nel frattempo, era già stato scartato da grosse insegne di ristorazione. È vicino a una pasticceria storica. E non c’è passaggio di pedoni. Il primo giorno di attività, a febbraio, ha nevicato: mio padre era annichilito. Ma se calcoli ogni rischio di un’impresa non apri mai».

Quanto ha investito?

«Mio padre ha venduto la pasticceria, abbiamo impegnato risparmi e ho ricevuto un piccolo aiuto: 850mila euro in tutto».

Qual è il vostro segreto?

«Suddividerci i compiti: io mi occupo di sviluppo, mio padre di prodotto, mia sorella di acquisti e mia madre di immagine. E ho sempre assunto persone più brave di me. Perché all’idea si deve il 3% di un successo, il resto lo fa la squadra. Bisogna creare un buon team. Quando c’è una decisione coinvolgo tutti, ascoltando il parere di ognuno».

Cosa è cambiato nella sua vita dal 2009 a oggi?

«Lavoro anche 14 ore al giorno. Cerco di non lavorare nel weekend e quindi non passo in negozio, altrimenti mi metto a fare di tutto: se ce ne fosse bisogno, potrei anche servire ai tavoli».

Un consiglio per i più giovani?

«Lavorare lontano da casa. E fare gavetta: anche subire delle ingiustizie vi farà capire che strada dovrete prendere».

Info: http://cioccolatitaliani.it

Da un estratto dell’articolo di Maria Spezia pubblicato su Millionaire di settembre 2016.

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