Lupo di mare, uomo d’impresa

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Ha attraversato l’Atlantico, da Dakar a Guadalupa, con un catamarano di sei metri. Battendo il record di questa rotta in solitaria. Ma Vittorio Malingri non è solo un avventuriero. «Sono un mezzo imprenditore che per vivere in mare bussa alla porta dei direttori marketing…»

Un’unica lunghissima planata. Di 4.700 km. I viveri dentro bidoncini stagni, la difficoltà di prepararsi un panino, il mare che ti arriva in faccia a secchiate. E il sonno, a cui non puoi concedere più di due o tre ore al giorno. Pensate di vivere così per 13 giorni, 17 ore e 48 minuti. È quello che ha fatto Vittorio Malingri, milanese, 48 anni, partito il 15 aprile 2008 da Dakar e arrivato la sera del 29 aprile a Guadalupa. «Ho voluto percorrere la rotta dei pescatori senegalesi con un mezzo molto simile alle loro piroghe. È stata un’esperienza fortissima. All’inizio della traversata il pannello solare che serviva da caricatore per il pilota automatico si è rotto, stavo al timone 22-23 ore al giorno. Mi fermavo 10 minuti per mangiare. Non potevo dormire più di una-due ore al giorno. Abbassavo le vele e mi sdraiavo… Ho perso il cellulare satellitare e non potevo comunicare».

Ha provato paura?

«Quando vai per mare devi sempre fare i conti con la paura. Ti stai divertendo come un pazzo ad andare su e giù per le onde e improvvisamente la situazione si ribalta: ti si rompe la barca o ti trovi dentro a un ciclone. L’importante è non rimanere paralizzati. La paura deve trasformarsi in azione. Ci vuole un misto di forza, incoscienza e cognizione di causa. Tutta la giornata in mare è comunque un dialogo aperto con la barca: non sempre puoi decidere tu in che direzione andare o dove virare, è anche la barca a dirti cosa puoi e non puoi fare».

A cosa si pensa quando si è da soli in mezzo al mare?

«All’inizio della traversata pensi alle cose che hai lasciato, ai problemi della vita di tutti i giorni. È come un ronzìo che hai nella testa, che si placa via via che ti allontani dalla costa. Poi tutto comincia a dissolversi, dal tuo mondo arrivano sempre meno input e il cervello comincia a funzionare in automatico, come quando dormi. Mentre sei impegnato a navigare, la tua mente processa tante cose che normalmente non ha il tempo di vagliare. È una sensazione rigenerante».

Perché rischiare la vita con una barca così piccola?

«Se paragonata all’oceano la mia Royal Oak è poco più di un pattìno, ma questo la rende anche molto sicura. È più facile raddrizzarla quando si scuffia, ed è più facile rimettere a posto l’albero quando si disalbera. Le barche dei navigatori solitari sono molto sicure, perché progettate per far fronte a ogni evenienza. E poi c’è un calcolo economico. Ho scelto una barca piccola per essere sicuro di trovare i finanziamenti necessari. La sua costruzione è costata 70mila euro, l’intera impresa 160mila. I costi sono stati coperti da due sponsor e per una piccola parte da me. Il ritorno in termini di immagine è stato pari a cinque milioni di euro: il che significa passaggi televisivi, il racconto dell’impresa su Internet, il libro».

Insomma, un business…

«Nella vela oceanica occorre fare i conti con la realtà commerciale. Senza i soldi non hai la possibilità di realizzare il tuo sogno. E, allo stesso tempo, le aziende che ti finanziano si aspettano un ritorno dal loro investimento».

Lei si sente più lupo di mare o più imprenditore?

«Sono un navigatore solitario ma mi sento anche un mezzo imprenditore. Fin da ragazzino sono stato abituato a bussare alle porte dei direttori marketing delle grandi aziende per cercare finanziamenti. Trascorro la maggior parte dell’anno in mare, ma tantissimo tempo nei cantieri dove le mie barche prendono forma. La mia vita è per il 50% sport e il 50% impresa. Ma sono mosso da un fortissimo bisogno di contatto con la natura e dal desiderio di una vita semplice. Via via che ho acquisito esperienza in mare, poi, ho sentito il bisogno di misurarmi con esperienze sempre più difficili. È un po’ come una crescita professionale».

Come è nata la passione per il mare?

«Grazie a mio padre. Quando avevo 16 anni ci ha imbarcato tutti per un giro del mondo, durato due anni. È stato allora che ho capito che la mia strada era quella, che non sarei mai più tornato a vivere a Milano. Sono uno strano individuo, mi piacciono la scienza, la tecnica, la meccanica. Godo davanti a qualsiasi lusso, ma al contempo non me ne frega niente».

Quali sono i suoi prossimi progetti?

«Sto preparando la traversata in solitaria dalle Canarie a Guadalupa sulla Royal Oak  per l’autunno 2010. E nella primavera 2011 cercherò di battere il record di traversata in due persone, detenuto dai francesi Pierre-Yves Moreau e Benoit Lequin (11 giorni, 11 ore e 25 minuti). Ma i tempi sono duri, in questo momento è difficile trovare aziende disposte a investire».

Cosa insegna la sua storia?

«Che esiste un modo di lavorare diverso da quello a cui siamo abituati, che per produrre non è necessario vivere in una grande città: c’è un mondo al di fuori delle città che vale la pena di vivere».

Identikit

Vittorio Malingri, detto Ugo, 48 anni, milanese, è uno dei protagonisti della vela oceanica. Skipper, navigatore, progettista, divide la sua vita tra la gestione di una scuola di vela d’altura e traversate oceaniche (www.elmosfire.it), e la preparazione delle sue imprese, in solitaria o in equipaggio. Ha al suo attivo più di 50 traversate atlantiche. È stato il primo italiano a partecipare, nel 1993, alla Vendée Globe, il giro del mondo in solitaria senza scalo e senza assistenza. Ha partecipato due volte, nel 2003 e nel 2005, alla Jacques Vabre, transatlantica in doppio, da Le Havre (Francia) a Salvador de Bahia (Brasile) con Giovanni Soldini, di cui è grande amico. Nel 2008 ha stabilito il record in solitaria sul percorso Dakar (Senegal) – Guadalupa (Piccole Antille) su un catamarano di sei metri.

INFO: www.vittoriomalingri.it

Tiziana Tripepi, Millionaire 11/2009

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