Tutto è possibile: la storia di Starbucks

Storia di Howard Schultz, a.d. di Starbucks

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Starbucks, colosso americano delle caffetterie, sta per sbarcare in Italia.

L’anno che viene dovrebbe essere proprio quello in cui la multinazionale delle caffetterie Starbucks arriverà in Italia. Per conquistare il rispetto dei consumatori presentandosi senza arroganza, adeguando i prezzi al mercato locale e inaugurando una miscela ad hoc. Prima città di conquista: Milano, in collaborazione con l’imprenditore Antonio Percassi e la sua holding, che include marchi come Kiko, Victoria’s Secret… La notizia questa volta, dopo le tante voci che si sono rincorse negli ultimi anni, è ufficiale, perché arriva da Howard Schultz in persona, cioè l’amministratore delegato. Perché Schultz, 12° nella classifica Fortune, è riuscito a infilare sei anni di crescita affari e oggi conta su un fatturato di oltre 16 miliardi di dollari incassato a colpi di 2-4 dollari a caffè.

I suoi inizi

Figlio di un camionista e cresciuto nelle case popolari di Brooklyn, Schultz da giovane aveva dovuto imparare in fretta a rimboccarsi le maniche: il padre, dopo essersi rotto una gamba, non disponendo di un’assicurazione sanitaria aveva dato fondo alle già magre finanze familiari. Di necessità, virtù: a 12 anni Schultz trova impiego presso una caffetteria e subito capisce che, se lavora sodo, può arrivare dove vuole. Qualche anno dopo diventa il primo laureato della sua famiglia, viene assunto dapprima dalla multinazionale di fotocopiatrici Xerox, poi da un’azienda di casalinghi e infine, nel 1982, diventa direttore vendite da Starbucks.

Quella volta che l’Italia l’ha conquistato

Si dice che dal 1983 a oggi Schultz abbia visitato l’Italia una volta l’anno. Catapultato a Milano per visitare una fiera di casalinghi, era rimasto affascinato dall’efficienza di baristi capaci di servire espressi in 15 secondi e dall’atmosfera di locali in cui la gente tornava più volte al giorno per bere caffè e concedersi una pausa. Rientrato negli Usa, aveva subito replicato la ricetta del cappuccino, riuscendo così a triplicare le vendite nel giro di un anno. La mossa successiva che voleva mettere a segno era l’apertura di una catena sul modello dei bar italiani, ma lì la sua fortuna si era arenata: l’azienda aveva rifiutato in modo netto, perché non intendeva modificare il modello di business. Lui però ci credeva: al punto da licenziarsi, chiedere prestiti a una banca e aprire il locale Il Giornale, frequentato fin dal primo giorno. L’operazione era stata messa a segno contraendo debiti per quasi 2 milioni di dollari, cifra a cui nel 1987 si aggiungono altri 4 milioni di dollari di prestiti per comprare proprio Starbucks, messa in vendita dai fondatori.

Sogni in grande

«Se sei un imprenditore devi sognare in grande e poi ancora più in grande» è il pensiero di Schultz. Per insegnare agli americani l’arte di conquistare i clienti, Schultz 30 anni fa girava dei video tra i bar della Madonnina e li mostrava poi ai suoi dipendenti, accanto alle foto dei menu scattate tra i tavolini dei locali milanesi. Per non sbagliare l’ordinazione e sottolineare l’atmosfera amicale, il nome del cliente poteva essere scritto con un pennarello sul bicchiere di carta in cui sarebbe stato servito il caffè. Immediato il successo, con l’apertura a pioggia di negozi in tutta l’America e oltre. Da oltre 15 anni Starbucks apporta cambiamenti in un’ottica di sostenibilità ambientale. La tecnologia è parte integrante della strategia di business. In alcuni negozi ci sono apparecchi automatici che consentono ai clienti di scegliere tra quasi 300 combinazioni di prodotti. È evidente che Schultz sta ancora facendo di tutto per vendere il migliore caffè che abbia mai bevuto.

 

Questo articolo è stato pubblicato sull’edizione di aprile 2016 di Millionaire.

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2 Commenti

  1. I caffé di Starbucks sono terribili rispetto all’espresso come lo conosciamo noi. Ammirabile la tenacia e l’intraprendenza di Schultz, che ha atteso il momento giusto per propinare la sua brodaglia anche qui in Italia

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