2004 ricominciamo

0
2110

C’è chi ha deciso di cambiare lavoro. Chi ha scelto la via dell’imprenditoria. Chi ha mollato tutto, per inseguire un sogno. E chi ha detto basta ai chili di troppo. Storie diverse di obiettivi raggiunti. Perseguiti con tenacia e voglia di farcela. Vuoi provarci anche tu? Il momento giusto è ora…

Quest’anno è la volta buona. Per cambiare vita, casa, lavoro. Centrare gli obiettivi. Scegliere la strada dell’imprenditoria. O rimettersi in forma… L’elenco dei buoni propositi, ogni anno, si allunga. E, ogni anno, all’avvicinarsi del 31 dicembre, ci ripromettiamo un cambiamento. Poi, spesso non succede. Perché cambiare non è facile. Eppure, da qualche parte si può cominciare. Perché non fare il primo passo proprio il 1° gennaio 2004?

Ma che cosa può rendere il nostro anno veramente migliore? I soldi non c’entrano, o solo fino a un certo punto. Quello che conta è la possibilità di fare ciò che si ama. «Mi sveglio felice, perché ho la prospettiva di andare a lavorare. Per me il lavoro è il divertimento più grande». L’affermazione di Gianni Gambino (vedi testimonianza pag. 31) potrà sorprendere qualcuno. Gambino ha rinunciato a un posto fisso alle Ferrovie, per lavorare, oggi, fino a 18 ore al giorno, su e giù per l’Italia, fra Roma, Milano e la Sicilia. Come e perché potete leggerlo più avanti.

E che dire di Guido Tedoldi, che ha detto no alla possibilità di guadagnare sei milioni al mese (siamo nel ’95) ed è rimasto due anni disoccupato, pur di inseguire un sogno? La sua è una storia emblematica, in cui molti si potranno riconoscere. Ancora oggi, dopo anni di sacrifici, lui è ancora lontano dal dirsi arrivato. Però sintetizza così la sua condizione: «Sono sulla strada».

E voi, vi siete incamminati sulla strada che porta alla realizzazione dei vostri desideri? Il percorso è lungo e difficile e serve una qualità su tutte: la tenacia. Le pagine che seguono parlano di obiettivi (i più vari: cambiare lavoro, trasformare l’hobby in un’impresa, mettersi in proprio, rimettersi in forma…) e di come raggiungerli. Passo dopo passo

«Il primo passo consiste nel fissare con chiarezza gli obiettivi che si vogliono raggiungere» esordisce lo psicologo Gabriele Traverso. E’ importante, in questa fase, distinguere fra i desideri personali e quanto invece viene imposto dall’ambiente circostante (famiglia, partner, amici…). La passione personale, infatti, può spingere a fare cose apparentemente poco “premianti”, agli occhi degli altri. Un esempio? C’è chi lascia un posto fisso per inseguire lavori più stimolanti. La famiglia, ovviamente, percepisce la perdita di sicurezza e sottostima la maggior soddisfazione. «Il secondo passo è quello di verificare la realizzabilità dei propri obiettivi, soprattutto sul piano delle risorse disponibili. Le idee possono anche essere ottime sul piano teorico, ma quello che conta è la possibilità di concretizzarle. Per questo motivo, chi ha i capitali per realizzare un bed & breakfast, non può orientarsi su un hotel quattro stelle».

Una volta posto l’obiettivo, occorre effettuare un bilancio personale di costi e benefici. Si tratta di elencare, valutandoli con attenzione, i pro e i contro legati alla decisione che si intende prendere. Una dieta può aiutare a raggiungere una forma migliore, ma richiede sacrifici. Un trasferimento in un’altra città può aumentare la propria soddisfazione, ma ha molte implicazioni, anche di tipo pratico e burocratico. E’ fondamentale avere in mente l’obiettivo, per darsi coraggio. Ma è altrettanto importante avere ben presenti le rinunce da affrontare, per non idealizzare la situazione e rischiare di fermarsi a metà del cammino.

«Terzo passo: suddividere l’obiettivo finale in una serie di micro-obiettivi. In questo modo, si fissano delle priorità e si ha un maggior controllo di tutto il processo che dalla decisione porta all’azione». Banalmente, la costruzione di un’intera casa può sembrare un’impresa troppo impegnativa. Così, si può pensare di gettare le fondamenta, per poi passare alla costruzione del primo piano, poi del secondo… In questo modo, un passo per volta, ogni impresa diventa più abbordabile.

Forti di questo “paracadute psicologico”, bisogna però partire. E farlo subito. Il rischio peggiore, a questo punto, è quello di rimandare. Si trovano mille scuse, per posticipare l’inizio delle “operazioni”. Ma se il desiderio è reale e profondo, non c’è tentennamento che tenga.

Un ultimo consiglio, prima di partire: condividere i buoni propositi dell’anno nuovo con il maggior numero possibile di persone. Basta una frase sintetica («Ragazzi, ho deciso di smettere di fumare»), detta di fronte a un’audience sufficientemente allargata per creare un duplice effetto. Da un lato, il controllo “sociale” degli altri (che saranno pronti a intervenire e/o commentare a ogni sigaretta accesa). Dall’altro, il rafforzamento della propria decisione, anche in base al timore del giudizio altrui.

Chiedimi se sono felice

Italiani, niente felicità. La rivista New Scientist ha pubblicato i risultati di una ricerca del World Value Survey sui popoli più felici del mondo. Sorpresa: nella classifica guidata da Nigeria, Messico e Venezuela, il nostro Paese è sest’ultimo (subito dopo la Germania e prima dell’Egitto). Ma come si fa a essere felici? Le conclusioni di New Scientist sono chiare: non è fondamentale essere ricchi, giovani e di successo. Bisogna, semmai, aver ereditato un buon carattere, essersi sposati con la persona giusta, avere solide amicizie e contenere le proprie aspirazioni. Negli Usa, fa scuola Martin Seligman, padre fondatore della “piscologia positiva”, che ha tracciato dieci regole.

1) Flessibilità. Coltiva la capacità di adeguarti ai cambiamenti della vita.

2) Obiettivi. Fissali con regolarità e ripromettiti di raggiungerli in tempi stabiliti.

3) Autostima. Credi sempre in quello che fai, con ottimismo e determinazione.

4) Lavoro e hobby. Cercali in sintonia con le tue capacità mentali e con il carattere.

5) Fitness. L’esercizio fisico va praticato con regolarità. La salute del corpo finisce per riflettersi anche sull’umore.

6) Riposo. Dormire è fondamentale: impara a riposare.

7) Sentimenti. L’amicizia e l’amore sono prioritari. Coltivali con un’attenzione costante.

8 ) Bontà. Essere generosi è bello e fa bene: occorre guardare oltre a sé.

9) Riflessione. Ogni sera, fai un ripasso mentale di tutte le cose positive della giornata.

10) Spiritualità. Impara a nutrire la tua dimensione spirituale. Anche la fede religiosa può aiutare a stare bene.

Adriano Pappalardo: «sì, ho osato…»

Sull’isola era quasi il più vecchio, non di certo il più bello e con una fama offuscata. Non ha nemmeno vinto, eppure è come se l’avesse fatto. Adriano Pappalardo ha dimostrato come il carattere conti più della notorietà, la grinta più della bellezza. E’ rimasto appeso a un palo due ore e sei minuti, battendo il palestrato Walter Nudo, 25 anni meno di lui. Ma più che sul piano fisico, ha giocato la sua partita su quello “umano”. «Ho detto sempre quello che pensavo, senza preoccuparmi di compiacere qualcuno» confida, raccontando a Millionaire la sua storia. «La passione per la musica e la recitazione sono nate insieme. Cantavo alle feste di matricole e recitavo davanti allo specchio. Ho anche studiato: sono andato al liceo classico, ho letto Shakespeare. Ma le principali conquiste le devo alla mia carica di energia».

E veniamo alla sua canzone simbolo: Ricominciamo. «La storia d’amore è un pretesto – spiega lui – il vero messaggio è che con la forza di volontà si può ottenere tutto».

Oggi Adriano è gettonatissimo: è al centro del reality show Casa Pappalardo («Cambierà il modo di fare tv») e sta per lanciare un nuovo disco. «La canzone di punta recita: “Non provate a darmi un buon consiglio, che sbadiglio”. Ognuno deve mettersi in discussione in prima persona, accettare sempre nuove sfide, non aver paura di cambiare. A chi si lamenta delle critiche ingiuste dei capi, dico: licenziatevi, cercate un altro lavoro. Io mi sono sempre comportato così. Certo, nella vita ho anche perso dei treni. Ma sono sempre stato fiero di me. Ho aperto i cassetti di chi ha la rabbia dentro».

Oltre alla grinta, Adriano attira l’attenzione su un altro aspetto fondamentale: la sincerità. «Nella vita, ognuno deve mantenere la propria personalità. Nessun copione può essere recitato a lungo. E, alla fine, quello che conta è essere in pace con se stessi».

Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

La verità sta nel mezzo. Il lavoro dà i mezzi per mantenersi, ma anche e soprattutto la forza per sentirsi più vivi. E più felici. Scopri con noi se hai scelto quello ideale…

E’ vero che il lavoro dà i mezzi per mantenersi, ma è anche vero che questi mezzi non sono solo materiali. Oltre al denaro, c’è un “reddito psicologico”, che consiste nel piacere associato alla propria attività lavorativa (colleghi simpatici, luogo ameno, attività di soddisfazione…). Nel suo libro La costruzione della felicità, Martin E. Seligman sottolinea come lo stipendio sia sempre meno importante: «Negli ultimi trent’anni, il reddito in America è cresciuto del 16%, mentre la quota di quanti si dichiarano “molto felici” è scesa dal 36 al 29%. L’avvocato è negli Usa la figura più pagata, eppure in molti stanno abbandonando la professione forense per lavori di maggiore soddisfazione personale». Sempre Seligman sottolinea l’importanza del fatto che il lavoro, al pari degli hobby, sia in sintonia con le proprie capacità mentali, con il carattere e l’emotività. Forse il termine “vocazione“ è eccessivo. Di sicuro, però, ognuno deve aspirare a un lavoro in linea con le proprie attitudini e aspirazioni. Come capire se si è fatta la scelta giusta? Un indicatore positivo è rappresentato dal fatto di divertirsi lavorando.

Una ricerca effettuata da Monster (società specializzata nella selezione del personale on line) evidenzia i primi tre motivi che spingono a un cambiamento: nuove sfide professionali, maggiore equilibrio fra vita privata e lavoro, retribuzione superiore. Molte persone sono scontente del proprio lavoro, eppure l’80% (fonte sondaggio Hdc) non si sente ancora pronto a cambiare. Le resistenze sono molte, benché la logica del posto che rimane lo stesso per tutta una vita stia via via scomparendo. Oggi ognuno di noi deve mettere in conto di cambiare almeno sette-otto posti di lavoro. La prima barriera da abbattere è di tipo psicologico: il posto sicuro non esiste (quasi) più (neppure nella pubblica amministrazione). Tanto vale svolgere un’attività che piace, tenuto conto che sul luogo di lavoro si passa la maggior parte della propria giornata. Il secondo passo è di tipo pratico: trovare il coraggio di rimettersi in discussione e proporsi sul mercato. Come? Si comincia con la compilazione di un curriculum efficace (vedere articolo pag. 42). E se poi va tutto bene e si trova un’attività di grande soddisfazione, si deve fare attenzione agli eccessi e a una nuova dipendenza, quella dal lavoro appunto. Chi ne cade vittima diventa workaholic. Le gratificazioni psicologiche offerte dalla propria attività diventano una droga, al pari di stupefacenti e gioco d’azzardo. E così si finisce per dilatare il tempo dedicato al lavoro, sacrificando la propria vita personale.

Gianni Gambino: «Ho rinunciato al posto fisso  in nome della libertà»

«Tutto è cominciato vent’anni fa, quando ero un ragazzo. Sono siciliano e la mia famiglia, a partire dai nonni, ha una lunga tradizione nelle ferrovie. Niente di strano quindi che io vincessi il concorso per diventare macchinista. La mia vita sembrava segnata. Andai a Torino, a fare il corso. Due giorni dopo, tornai a casa e dissi: no, quella non è la mia strada. La reazione della mia famiglia non si fece attendere. “Sei pazzo a rinunciare, sai quanti vorrebbero essere al tuo posto!” mi disse mio padre. Ma io non volevo sottostare: per me l’impiego pubblico era come chiudersi in una cella. Io inseguivo l’indipendenza e l’autonomia, ma soprattutto la possibilità di vedere riconosciuto il mio valore. Allora, fondai una piccola azienda che distribuiva prodotti per l’ufficio. Non fu tutto facile: anzi. Ci fu un momento in cui finii anche preda degli usurai. Ero pieno di debiti, ma avevo me stesso e la mia capacità di lavorare. A metà degli anni Novanta, è arrivata la seconda svolta: sono entrato a far parte di una rete di vendita. Ho trovato un’attività stimolante, tanta libertà e la possibilità di lavorare in team. Avevo due miliardi di lire di debiti e li ho pagati. Ora ho un tenore di vita che mi permette di pagarmi tanti piccoli capricci. Ma non è questo che conta di più. Conta che amo quello che faccio, al punto che il mio lavoro è anche il mio svago. Sono sempre in giro, fra Roma e Milano, e a Bagheria (PA) ci torno sempre meno. Ma va bene, perché finalmente ora mi sveglio e sono contento di andare a lavorare».

I sogni? Si avverano

Non solo talento. Per conquistare mete più ambiziose di altre, ci vuole tenacia. Così Agatha Christie è riuscita a pubblicare i suoi libri. E Serse Cosmi è diventato allenatore di serie A…

Qual è la differenza tra un sogno e un obiettivo? C’è chi dice che i primi non si avverano mai, per i secondi ci vuole tanto impegno. Non è così. In realtà, i sogni sono soltanto obiettivi più ambiziosi di altri, ma non per questo meno raggiungibili. Per fare carriera nel mondo dello spettacolo o della moda, per diventare pittori o romanzieri, il talento non basta. Serve un mix di qualità che vede la tenacia al primo posto.

«Ci dispiace, ma il suo libro non può interessare a nessuno». Difficile riprendersi da una stroncatura tanto netta. Frederick Forstyth ce l’ha fatta e quel libro, Il giorno dello sciacallo, ha venduto oltre sette milioni di copie in tutto il mondo e ispirato un celebre film. E ancora: ad Agatha Christie (i suoi gialli hanno venduto più di cinque miliardi di copie), consigliarono di cambiare mestiere. Ma anche in altri campi è la determinazione a fare la differenza. Serse Cosmi, attuale allenatore del Perugia, era già un mister d’esperienza quando tentò per la prima volta l’ammissione al corso per il patentino di seconda categoria. Niente da fare: rifiutato. «Ci ho provato altre quattro volte – ricorda nella sua autobiografia L’uomo del fiume (Baldini & Castoldi, 11,40 euro) – e, quattro volte, non sono stato ammesso. Avevo voglia di presentarmi con la mia bella laurea Isef e le medaglie dei campionati vinti, ma il problema era un altro: non avevo mai giocato fra i professionisti e questo mi abbassava il punteggio e mi sbarrava le porte e le ambizioni. Ma non avevano fatto bene i conti con la mia testardaggine, il mio carattere, la mia volontà. Volevo diventare un allenatore di serie A e avevo il diritto di provarci». Il resto è storia.

Quando Millionaire ha chiesto al cantautore Roberto Angelini (sua la canzone Gattomatto) se per lui, da ragazzino, la musica fosse un sogno, lui ha risposto: «No, non un sogno: sentivo che era il mio destino». E, se è vero che «Il destino di un uomo è il suo carattere», non c’è che tenere duro. Millionaire cerca di dare ogni mese un aiuto: a settembre 2003 ha spiegato come pubblicare un libro, due mesi dopo ha illustrato il percorso per diventare allenatori. Altri articoli verranno, ma non c’è informazione che possa sostituire la risorsa più importante: la volontà.

Spirito libero

Realizzare il proprio sogno d’impresa: Si può. Tanti vantaggi. libertà, indipendenza, guadagni. Molte fatiche. mettersi in gioco significa lavorare duro. Ma chi ci ha provato, giura: ne vale la pena…

Libertà, soddisfazione, maggiori guadagni e, soprattutto, la sensazione di essere artefici del proprio destino. Vero: mettersi in proprio dà tutti questi vantaggi. Ma, attenzione: non ci sono solo aspetti positivi.

«Guai a immaginarsi tutti i pro del lavoro autonomo uniti a quelli del lavoro dipendente. Chi sceglie l’autonomia rinuncia allo stipendio sicuro ogni fine del mese» ammonisce lo psicologo Gabriele Traverso. In sintesi: rischia, si mette in gioco.

Specie nei primi tempi, bisogna mettere in conto orari di lavoro molto lunghi (weekend compresi) e guadagni ridotti. All’inizio dell’attività, infatti, è necessario investire nel proprio business tempo, denaro ed energie, in gran quantità. Senza aspettarsi ritorni immediati e facendo i conti con una situazione economica molto difficile, concorrenti agguerriti e clienti poco solvibili. Un piccolo imprenditore, poi, deve riassumere in sé molti ruoli: tecnico, amministrativo, commerciale. E poi occuparsi delle pierre, del personale, degli aspetti logistici e informatici.

Insomma, fare impresa è un’impresa, che richiede una forte motivazione e solide competenze. Guai a partire solo con la smania di guadagno…

Il percorso che porta alla costituzione di una propria impresa prevede diverse tappe. In primo luogo, bisogna scegliere il settore in cui collocarsi. Da tenere presenti non solo le proprie attitudini, ma anche le esigenze espresse dal mercato e le alternative offerte dalla concorrenza. Al Salone del Franchising di Milano i giovani alla ricerca di una formula di affiliazione esprimevano, su tutte, l’esigenza che il format scelto avesse qualche possibilità di successo nella loro zona. Inutile pensare di aprire un negozio per bambini in una zona dove la concorrenza è alta, o dove la popolazione è anziana. Effettuata la scelta, è consigliabile il ricorso a degli esperti che sappiano indicare le linee guida per lo sviluppo della neo-impresa. In particolare, è fondamentale la stesura del business plan. Questo documento permette di evidenziare le risorse necessarie e i guadagni attesi. Non solo: è anche condizione necessaria per concorrere all’assegnazione di finanziamenti. Ve ne sono di diverso tipo (per i giovani, le donne, le aree depresse…), ma non contateci troppo. Possono arrivare con molto ritardo o non arrivare affatto. E comunque, serve sempre un capitale di partenza proprio, anche piccolo, che dia solidità e autonomia all’impresa.

Con capitali, preparazione ed entusiasmo la neo-impresa nasce sotto i migliori auspici. Ma il lavoro, quello vero, è ancora tutto da fare…

Raffaele Maddaluno: «Così ho scelto di fare l’imprenditore»

«Mi sono laureato a Napoli in ingegneria informatica. Sono entrato nella multinazionale americana Digital Equipment, affascinato dalla filosofia di questa impresa: dare importanza al coinvolgimento di tutti i dipendenti nel centrare gli obiettivi aziendali. Sono arrivato a essere il responsabile dell’area del Mediterraneo e tutto procedeva molto bene. A un certo punto, però, il fondatore Ken Olsen se ne è andato e le cose sono cambiate. Nel ’96 ho deciso di andarmene anch’io. Quattro anni dopo, la multinazionale è stata assorbita da un’altra azienda, per poi scomparire. Per un anno ho fatto il consulente aziendale poi, con Gianluca Sabatini e Paolino Guida, ho fondato una piccola società a Formello, vicino Roma. La Attiva è una Srl specializzata nel fornire servizi alle piccole e medie imprese, nel campo informatico e delle telecomunicazioni. All’inizio è stato faticoso, perché bisognava rimettersi in gioco e trovare spazio sul mercato: abituato alla scrivania e alle segretarie della Digital, mi sono ritrovato a girare l’Italia in auto, alla ricerca di clienti. Nei primi tempi, mi ha sostenuto la convinzione che, nel medio-lungo periodo, le soddisfazioni economiche e professionali del lavoro in proprio sarebbero state maggiori. All’inizio, eravamo tre soci e due dipendenti: oggi, abbiamo 60 dipendenti nelle tre sedi di Roma, Milano e Napoli e un fatturato di due milioni di euro, raddoppiato rispetto a due anni fa. Recentemente, abbiamo chiesto una valutazione tecnica per una futura quotazione in Borsa. Le nostre prospettive sono buone, perché i nostri clienti preferiscono affidarsi a noi, invece di creare costose strutture interne e appesantire così i bilanci».

Info: Attiva Srl – via Olmetti, 36 – Formello (RM), tel. 06 90400400.

Giuseppe Caporaso

il mio lavoro era un hobby…

Da dove Ricominciare? Basta scegliere un’attività per cui si prova passione. E promuoverla con capacità commerciali e amministrative. Così, la grande occasione è dietro l’angolo…

Nel film La finestra di fronte, la protagonista (interpretata da Giovanna Mezzogiorno) lavora in fabbrica, ma la sua passione sono i dolci. Li prepara, a tempo perso, per bar e ristoranti. Ma sogna di far diventare questa la sua attività principale. Anche lontani dal grande schermo, abbondano i casi di quanti realizzano gioielli o ceramiche, restaurano o cucinano. Ma si mantengono facendo altro, in attesa della grande occasione. La passione, poi, può riguardare attività meno artigianali, come per esempio il giornalismo (vedi caso più avanti). Spiega lo psicologo Gabriele Traverso: «Si parte avvantaggiati dal fatto di svolgere un’attività per cui si prova interesse e passione. Questa, in teoria, è la situazione ideale per tutti: fare, per lavoro, quello che si ama. Ma poi bisogna fare i conti con il mercato». Il problema, infatti, è che non è detto che quanto viene realizzato con tanta passione riscuota poi il favore dei clienti. Spesso le capacità tecniche sono buone e i prodotti realizzati di ottima qualità. I punti deboli riguardano semmai le capacità commerciali (non basta “saper fare”, bisogna “saper vendere”) e le competenze amministrative (quella artigiana è un’impresa a tutti gli effetti).

A questi artigiani-artisti pieni di talento e di buoni propositi, ma non abbastanza competitivi per affrontare da soli il mercato, ci ha pensato la Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa) di Milano. A loro si rivolge l’iniziativa Stile libero, che mette a disposizione un marchio e uno spazio commerciale comune, oltre a un piano di marketing e a un supporto operativo per la creazione di una forza vendita. L’adesione è gratuita (bastano tre foto che illustrano la produzione e un cv). Finora l’iniziativa ha riguardato 20 artigiani, ma in futuro ne saranno coinvolti altri. Info: Viviana Rottini, tel. 02 261681, imprese.prod.rottini@cnamilano.it

Un aiuto agli hobbisti imprenditori arriva anche da Formaper (azienda speciale della Camera di Commercio di Milano), che realizza annualmente il seminario di una giornata “Mettersi in proprio: trasformare il proprio hobby in impresa”, dal costo di 68 euro (per info sulla prossima edizione: tel. 02 85155385). Per promuovere la propria attività, è consigliabile infine la realizzazione di un sito Internet. Interessanti opportunità per vendere sono offerte da fiere e mercatini locali (spesso la partecipazione è gratuita).

Giulio Tedoldi, l’operaio che diventò giornalista

«Avrei voluto diplomarmi, ma i problemi economici non me l’hanno permesso. Ho cominciato a lavorare a 15 anni e ho fatto di tutto: operaio, barista, fattorino. Il lavoro che ho fatto più a lungo è stato il barista. Lavoravo di notte e di giorno potevo fare quello che ho sempre amato di più: scrivere (rigorosamente a mano) e leggere. La mia più grande ambizione era diventare giornalista: ma, come potevo riuscirci, senza conoscenze e neppure un diploma? Sono sempre andato avanti con contratti di formazione lavoro, finché non ho compiuto 30 anni. A quel punto, l’azienda mi ha licenziato e io mi sono dovuto adattare a fare il corriere, con un contratto di collaborazione. E’ stato un anno allucinante: 14 ore al giorno di lavoro e 200 mila km percorsi. In azienda mi hanno proposto di acquistare un furgone e continuare l’attività. La prospettiva era quella di guadagnare sei milioni di lire al mese, ma io non me la sono sentita. Avrei avuto tempo solo per il lavoro. Mi sono reso conto di essere un fallito: non solo non avevo realizzato il mio sogno, ma non ci avevo neanche provato. Così, ho deciso di mollare il lavoro e investire su me stesso e sulla mia aspirazione di diventare giornalista. Ho cominciato come pierre di una società di pallavolo, poi ho collaborato con dei giornali locali. Come retribuzione, ricevevo una pacca sulla spalla ogni tre mesi, ma almeno ero nell’ambiente. A quel punto, sono anche riuscito a comprarmi un vecchio computer, con cui poter finalmente scrivere le mie cose. Poi, ha aperto un nuovo giornale e io mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto. In due anni ho scritto qualcosa come mille articoli e ho cominciato ad avere uno stipendio. Il 30 settembre 2002 sono diventato giornalista professionista: un traguardo ritenuto irraggiungibile, per uno che non era neanche diplomato. Il titolo non ha portato però un impiego stabile. Continuo ad avere collaborazioni sparse e a barcamenarmi per arrivare alla fine del mese. Ma non mi sento più un fallito. Avrei potuto cominciare prima il mio percorso, ma ero ragazzino quando mio padre mi sorprese a scrivere e mi disse: “Per scrivere, dovresti avere qualcosa da dire!”. Questa frase mi ha bloccato per anni. Ora ho capito che non bisogna farsi fermare dai pregiudizi degli altri. E che non è mai troppo tardi, per inseguire i propri sogni».

3 qualità necessarie

«Creatività, tenacia, competenza: queste tre qualità non danno la certezza della riuscita, ma rappresentano una buona garanzia» assicura lo psicologo e psicoterapeuta Gabriele Traverso.

Creatività. Non intesa in senso artistico, ma come capacità di modellare le situazioni e non farsi trascinare dagli eventi.

Tenacia. Essenziale per superare i momenti difficili, che inevitabilmente si presentano.

Competenza. Non è necessario saper fare tutto, anche perché esiste lo strumento della delega, che va utilizzato. Però occorre avere un minimo di conoscenza di tutti gli aspetti che riguardano la nuova attività.

Ho deciso: mi metto a dieta

Se la felicità è un attimo, la serenità è a portata di mano. Per conquistarla? Ci vuole il fisico. Perché stare bene nella propria pelle significa affrontare la vita con un problema in meno. E una marcia in più…

Benessere fisico. E’ questo uno dei dieci pilastri su cui Martin Seligman, “guru” del movimento della psicologia positiva, suggerisce di fondare la propria felicità. «La salute del corpo finisce per riflettersi anche sull’umore e sui flussi della mente» consiglia. Stare bene non significa soltanto non avere patologie. Vuol dire tenere sotto controllo lo stress e avere un aspetto che non ci crei problemi. Avere 20 chili di troppo non vuole dire solo andare in giro tutto il giorno come se ci si portassero dietro due valigette da dieci chili l’una. Significa anche vivere con profondi problemi di autostima. Chi è in sovrappeso ha sempre paura di essere rifiutato, senza considerare le ricadute sulla salute. La rinascita di molti personaggi, pubblici e non, è passata proprio da un “restyling” fisico. Niente diete restrittive. Ricerche Usa hanno dimostrato che falliscono nel 95% dei casi. Risultati duraturi si ottengono con un’alimentazione bilanciata ed esercizio regolare. Non aspettatevi miracoli, solo miglioramenti graduali.

Il benessere fisico, però, oltre che oggetto del cambiamento (come leggeremo nella storia di Adriana Colombi), può esserne anche una premessa. Spiega lo psicologo Gabriele Traverso: «Il cambiamento spaventa, perché rappresenta l’ignoto. E’ impegnativo e stressante. Per affrontarlo nel migliore dei modi, bisogna avere integre le proprie energie e risorse, mentali e fisiche. Perciò è bene fare un check up, per verificare le proprie condizioni di salute. Questo per evitare che al primo dolorino, inevitabile in un periodo di forte stress, si metta in discussione la propria capacità di tenuta. L’importante è mettersi sempre nelle condizioni di stare bene con se stessi, per avere le migliori chance di successo». Insomma, il cambiamento più importante deve partire da dentro.

Adriana Colombi: alla bulimia e ritorno

«Fino alla Prima Comunione, ero magra magra: quasi uno stecchino. Poi, sono iniziate vicissitudini e tragedie familiari e io ho cominciato a ingrassare. Sfogavo nel cibo ansie, preoccupazioni e paure. Mangiavo di tutto – dolce, salato, piccante – senza distinzioni. Ho perso, un po’ alla volta, la voglia di vivere. Non mi interessava uscire, andare a ballare, fare tutte le cose che facevano i miei coetanei. A un certo punto, ho trovato un lavoretto di inserimento dati: non mi entusiasmava, ma guadagnavo qualcosa. La mia vita sociale si limitava a uscire, qualche volta, con il mio fidanzato. Nella maggior parte dei casi, però, rimanevamo in casa. Io non volevo uscire: avevo paura a farmi vedere dagli altri. Mi sentivo brutta, goffa, anche ridicola. Intercettavo gli sguardi degli altri e mi sembrava che mi compatissero. Ero arrivata a pesare 75 kg: una stazza di tutto rispetto, anche per una ragazza alta 1,70 m. Insomma, mi sentivo un fenomeno da baraccone e, quello che era più grave, non facevo nulla per cambiare. La situazione è rimasta identica fino ai miei 25 anni: poi, la rinascita è avvenuta con il cambiamento di lavoro. Ho trovato una nuova azienda e un’occupazione più stimolante. Ho capito che potevo crescere, cambiare e migliorare. Mi sono scoperta dentro una forza che non sospettavo neppure di avere. Sul lavoro, ero sempre più apprezzata per la mia capacità di risolvere i problemi, ma sul piano estetico uscivo perdente da tutti i confronti. Le mie colleghe erano magre, magrissime e io mi sentivo sempre più cicciona. Un giorno ho detto basta e ho smesso di mangiare. Risultato: ho perso 15 kg in un mese. Ero più magra, ma anche molto più nervosa. Tesa come una corda di violino, scattavo per un nonnulla. Ho capito che non era quella la strada da seguire. Ho incominciato a seguire una dieta equilibrata e a fare esercizio fisico. All’inizio, avevo il terrore di ricadere nella dipendenza da cibo e riprendere tutti i chili persi. Ma poi ho capito che la mia crescita interiore mi metteva al riparo da questo pericolo. Adesso peso 50 kg, stabilmente, da anni. Ora mi sento bene, in armonia con me stessa. Ma, soprattutto, ho migliorato il mio rapporto con gli altri: sono più spontanea, disinvolta. Anche sul lavoro, questo ha avuto dei risvolti positivi. Per non parlare di quei ragazzi del quartiere che non mi hanno guardato per anni e, poi, hanno quasi incominciato a fare la fila per me. Come sono riuscita a dimagrire? Con la forza di volontà e la consapevolezza che il cibo non risolve i problemi, ma li crea. A chi si trova nella mia condizione di allora, direi di capire se i chili di troppo sono un problema, non solo per la salute, ma anche per l’autostima. E poi di affrontarlo. Non buttando via gli anni, come ho fatto io».

Lucia Ingrosso, Millionaire 01/2004

Print Friendly, PDF & Email