25 mosse per cambiare vita e lavoro

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Anno nuovo, vita nuova. Tutti lo dicono, pochi lo fanno. Perché cambiare è difficile e costa fatica. Ma per chi non vuole una vita sotto tono, 25 strategie per superare la paura E  dare una svolta alla propria vita. Il segreto? Cominciate dalle  piccole cose

Nascondere le proprie qualità e vivere una vita grigia, da travet. Ingrassare 15 chili ed essere condannati a un impiego anonimo, senza  prospettive. Non se ne parla in un convegno di psicologi, ma nel film blockbuster di Natale, il cartoon Gli incredibili. Qui una famiglia di (ex) super eroi cerca di piegarsi a un’esistenza sotto tono. Per poi tornare in piena attività. E salvare il mondo.

Il messaggio è chiaro: ognuno deve vivere al massimo delle sue possibilità (e dei suoi talenti). Ma cambiare è difficile. Perché il futuro fa paura, richiede fatica, energia. In Italia, le aspettative sono decisamente pessime. Solo l’11% pensa al lavoro in termini di evoluzioni positive e appena il 4% si aspetta di migliorare il proprio tenore economico (fonte Demoskopea, novembre 2004). «Cambiare è sempre più difficile, perché bisogna scendere a patti con l’incertezza che ci circonda. E così la motivazione deve essere ancora più forte che in passato» afferma Gabriele Traverso, psicologo e psicoterapeuta, autore di un test in esclusiva per i lettori di Millionaire. Ma, nonostante tutto, è possibile, se lo si vuole veramente. Nelle prossime pagine, consigli, strategie e strumenti utili al grande passo.

1. perché il cambiamento fa paura?

E’ una paura atavica, legata al fatto di abbandonare il noto per l’ignoto. La situazione attuale, per quanto dolorosa, la conosciamo. Sappiamo che cosa ci richiede, abbiamo collaudato un modo di essere e comportarci. Andiamo avanti per inerzia, senza dover mettere in campo troppe energie. I cambiamenti sono impegnativi, anche i più piccoli. E spesso non ne abbiamo voglia. Immaginiamo, per esempio, di sostituire il nostro telefonino con uno più nuovo o che ci potrebbe far risparmiare sulla bolletta. Fatichiamo prima a prendere la decisione e poi ad abituarci ai tasti e alle nuove funzioni. Peggio ancora quando il cambiamento ci mette in discussione. A frenarci in questo caso è la paura di non farcela.

2. Che tipi di cambiamenti esistono?

Attivi: frutto della nostra decisioni (voglio cambiare lavoro).

Reattivi: dipendono da un evento esterno (l’azienda chiude, devo trovare lavoro).

Graduali: meditati e pensati nel tempo.

Radicali: improvvisi e marcati.

3. Quando è urgente cambiare?

Quando la nostra insoddisfazione e i nostri malumori non sono legati a un episodio, ma diventano un “rumore di fondo” che mina il nostro benessere. A tutti capita una giornata storta al lavoro. Ben diversa la situazione se, regolarmente, ci alziamo e non abbiamo nessuna voglia di andare in ufficio. A maggior ragione, se il disagio è sempre più marcato e aumenta col tempo. Quando poi subentrano disturbi psicosomatici, il segnale è chiaro. Fin troppo. Meglio non arrivare fino a questo punto, mettendo a rischio anche la propria salute.

4. come capire se vogliamo cambiare davvero?

«Non salire la scala del successo, per poi accorgerti di averla appoggiata alla parete sbagliata» diceva qualcuno. Questo significa che, prima di tutto, bisogna essere sicuri che i nuovi obiettivi siano in linea con i nostri valori, la nostra vita, i nostri bisogni più profondi. Molto spesso pensiamo di volere una carriera di successo, perché è quello che desiderano per noi i nostri genitori. Oppure ci convinciamo di aver bisogno di una nuova auto, solo perché l’abbiamo vista nel garage di un vicino. A volte, insomma, potremmo scoprire di avere a che fare con un falso problema.

5. Quando siamo noi la causa del nostro fallimento?

Quando ci convinciamo di non poter cambiare, quando diciamo: «Io sono fatto così: non c’è niente da fare». In realtà, quasi senza accorgercene, noi cambiamo mille volte nella vita: gusti, opinioni. E se cambiamo nelle piccole cose, possiamo farlo anche nelle grandi. Ci auto freniamo anche quando la nostra voce interiore ci fa vedere un futuro tutto negativo. Che fare? Quando sentiamo questa voce, immaginiamo di ascoltare una radio e abbassare il cursore del volume. Trucchetto semplice ma efficace, assicurano gli esperti di pnl.

6. cosa succede quando subiamo un cambiamento

Prima di accettare un cambiamento che non abbiamo voluto, mettiamo in atto quattro reazioni tipo:

Prima reazione: si dice no.

Seconda reazione: si fanno delle resistenze non muovendosi nella sua direzione (reazione passiva).

Terza reazione: si mettono in atto comportamenti per ostacolarlo (reazione attiva).

Quarta reazione: lo si accoglie, più o meno consapevolmente e di buon grado (accettazione).

7. Cervello: come trasformarlo da nemico in alleato?

Il nostro cervello rielabora le informazioni che arrivano dall’esterno attraverso i cinque sensi. Nelle sue rielaborazioni, la realtà oggettiva viene costantemente modificata e alterata, anche senza il controllo della coscienza. Questo fa sì che, spesso, timori e false credenze minino alla base il desiderio di cambiare. Attenzione, però: il cervello può anche essere “imbrogliato”. In primo luogo, il cervello non è in grado di fare una distinzione fra un evento reale e uno immaginato molto intensamente. Ecco perché convincersi che un appuntamento importante si risolva a nostro favore è di notevole aiuto. Di più: ha una struttura cibernetica, organizza cioè tutte le risorse, consce e inconsce, per raggiungere la meta che la persona si è prefissata, più o meno consapevolmente. Nel gergo della pnl questa si chiama “profezia autoavverantesi”.

8. Come prepararsi a cambiare?

Primo: pensa positivo. Meglio immaginare il cambiamento come un’opportunità positiva, una sfida, un’avventura. E mai una costrizione, un vincolo. Poi bisogna fare il punto della propria situazione, chiedendo anche il parere delle persone vicine (nella vita privata e sul lavoro). A questo punto, si fissano degli obiettivi. Guai a dire: sto male, cambio. Al contrario, è necessario avere chiari i traguardi da raggiungere, misurando il gap (la distanza) fra la situazione attuale e quella desiderata. Passo fondamentale: tradurre i cambiamenti in parole e cifre. Cioè informarsi sulla situazione e cui si tende (nuovo lavoro, trasferimento, libera impresa…) e cominciare a muoversi concretamente.

9. Il lavoro non ci piace, odiamo i colleghi, ci sentiamo sottostimati. Eppure siamo lì da dieci anni, perché?

Una recente indagine dell’Istituto superiore di sanità ha evidenziato che la stragrande maggioranza degli adolescenti cerca il posto fisso. E alla sicurezza sacrifica la carriera. E se questo vale per i più giovani, figuriamoci per i 30-40enni. Al crescere dell’età, infatti, diminuisce l’attitudine al cambiamento. La situazione economica traballante, poi, non dà certo una mano. E così, ad alternative non entusiasmanti si continua a preferire “quel che passa il convento”. Spesso sbagliando… Infatti ormai il posto non è più fisso per nessuno, nemmeno per statali e bancari. Non conviene più sacrificare il nostro benessere in cambio di garanzie, ormai inesistenti. Meglio rimettersi in gioco e vivere al meglio l’aspetto della vita, il lavoro, che ci impegna per la maggior parte del tempo.

10. Leggiamo tutto sulla libera impresa e abbiamo il business plan pronto, ma non molliamo il posto fisso. Perché?

Sono molte le molle che possono spingere a mettersi in proprio: il desiderio di autonomia, la voglia di svolgere un’attività più piacevole, il bisogno di trasferirsi in una località più gradita… Molti però sono anche freni: la mancanza di soldi e sicurezze, la prospettiva di lavorare anche più di prima, il timore di non essere all’altezza della nuova situazione. Spesso, si parte da un’alta motivazione e una bassa consapevolezza su quanto ci aspetta. Più aumentano le consapevolezze, di solito, scema l’entusiasmo. L’ideale è partire con una buona dose dell’una e dell’altro.

11. Mettersi in proprio: che cosa aiuta?

La situazione meno favorevole è quella di un disoccupato che tenta il grande salto. Più incoraggiante quella di chi lavora già, specialmente nello stesso settore in cui intende intraprendere. In questo caso potrà far valere le sue competenze e contare su relazioni già allacciate (con clienti, fornitori, collaboratori…). Fondamentale, oggi, una conoscenza a 360° del settore e la capacità di sapersi circondare di validi collaboratori. Mai sottovalutare, infine, la necessità di capacità commerciali. Avere un buon prodotto è inutile se non si è in grado di venderlo.

12. E’ vero che senza soldi è impossibile partire?

Per mettersi in proprio più del denaro, contano l’idea e la motivazione. Sono molti i settori in cui gli investimenti monetari sono ridotti (pensiamo alla comunicazione e a Internet). Varie le formule per cominciare: trovare un socio, appoggiarsi a una realtà già esistente, cominciare da un test di mercato… Inoltre si moltiplicano le opportunità di finanziamento (per i giovani, le donne, le zone svantaggiate). La storia dimostra che molte imprese, anche recenti, sono partite in piccolo e poi sono cresciute moltissimo. E che alti capitali iniziali non sono garanzia di successo. Naturalmente, nella maggior parte dei casi bisogna anche mettere in conto un periodo iniziale (più o meno lungo) senza guadagni. Ma anche qui il capitale più importante da investire è un altro. Si chiama tempo, energie, voglia di mettersi in gioco.

13. Che cos’è la paura del successo?

Incredibile, ma vero: un freno alla crescita può arrivare anche dal timore di ottenere dei risultati positivi. Infatti anche la prospettiva di raggiungere l’obiettivo (un lavoro migliore, un partner più desiderato, un trasferimento…) può ingenerare stress. E ancora: a traguardo centrato, possono aumentare le aspettative, soprattutto del mondo esterno. Ci si potrebbe chiedere, per esempio: «Ho scritto un best seller, ma adesso sarò in grado di scriverne un altro?». Non solo: spesso ci disabituiamo a essere felici, perciò viviamo questa condizione con disagio e imbarazzo. E invece serve crearsi oasi di positività e imparare a goderne.

14. E’ in agenda l’incontro che può cambiarci la vita. Come prepararsi?

Immaginate l’incontro nei minimi dettagli, per familiarizzare con esso e preparate al meglio ogni possibile evoluzione. Meglio visualizzare l’evento come un film, pensando che tutto andrà bene. Questo ci aiuterà ad affrontare l’appuntamento con sicurezza. Un altro espediente per affrontare il momento è quello di immaginare il nostro interlocutore in una situazione quotidiana e possibilmente “imbarazzante”. Questo ha l’effetto di demitizzarlo e farlo scendere al nostro livello. E ancora, c’è chi immagina di avere al guinzaglio un ferocissimo puma, pronto ad attaccare al nostro comando.

15. Meglio un cambiamento graduale?

Sì e no. E’ indubbio che a chi vuole mettersi in proprio viene consigliato un periodo di interregno in cui continuare a svolgere l’attività precedente (magari a tempo parziale) e nel frattempo avviare quella nuova. In questo modo si raggiunge un compromesso fra stabilità e cambiamento, sicurezze e rischi. Il rischio però è che la gradualità tolga nerbo alla motivazione. E’ infatti dimostrato che a obiettivo (intermedio) raggiunto si ha un calo di tensione, che porterebbe a lasciarsi andare e adagiarsi sugli allori. Ecco perché bisogna avere una scaletta ben precisa dei propri obiettivi. E guai a farsi distrarre lungo il cammino. Occhio però a cambiamenti meditati a lungo: prendersi troppo tempo spesso vuole dire che non si è convinti fino in fondo.

16. Quanto conta l’autostima nel cambiamento?

E’ la base di tutto. Dobbiamo imparare a stimarci. Perché se non lo faremo noi per primi, di certo non lo faranno gli altri. Se pensiamo di potercela fare, abbiamo ragione. Se pensiamo di non potercela fare, abbiamo ugualmente ragione. Più siamo convinti delle nostre capacità e più siamo disposti a metterci in gioco, più insicuri siamo e meno osiamo rischiare. E’ importante lavorare su se stessi,  su flessibilità, curiosità, positività, resistenza allo stress…

17. Perché per gli altri cambiare è più facile?

Guardiamoci intorno e analizziamo le persone di successo. Chiediamoci come hanno raggiunto i loro obiettivi. A essere onesti con noi stessi, dovremmo ammettere che a fare la differenza (più del talento, della bellezza, della fortuna…) è la determinazione. Nessuno ha avuto successo al primo tentativo. Chi dirige un’impresa sana, può avere alle spalle vari insuccessi. Chi vive un amore felice, ha spesso molto sofferto in passato. Chi ha pubblicato un libro, con le lettere di rifiuto degli editori potrebbe tappezzare una stanza. L’insuccesso fa parte del gioco, anche statisticamente. Bisogna usarlo per capire quali errori non ripetere. E ricordare l’abusata affermazione di Nietzsche: «Quello che non uccide rende più forti».

18. come RENDERE IL CAMBIAMENTO MENO SPAVENTOSO?

Il cambiamento ha mille sfumature e può essere graduale. Assecondarlo significa che siamo vivi. Subirlo come una condanna è invece negativo. Sono poche le strade senza ritorno e, anche cambiando possiamo salvare gli aspetti positivi della nostra situazione attuale.

19. A cambiare aiuta più l’istinto o la ragione?

L’istinto serve all’inizio e alla fine, mentre la ragione interviene nel mezzo. All’inizio scatta qualcosa perché c’è un’insoddisfazione alla spalle o un sogno davanti a noi. La ragione interviene dopo nel governare la direzione del cambiamento. La decisione finale, infine, è come tuffarsi da un trampolino. Il momento esatto del salto lo decide un meccanismo istintivo.

20. Cambiare nel privato è ancora più difficile?

Sì, perché teniamo molto di più alla considerazione di chi amiamo, rispetto a quella di colleghi e superiori. Un cambiamento nella vita personale è molto più impegnativo e destabilizzante, di solito.

21. Come troncare un rapporto sentimentale che non soddisfa più?

Difficile generalizzare entrando in un contesto così intimo. Recenti statistiche dimostrano che aumenta la percentuale di chi lascia il partner solo dopo averne già pronto un altro di riserva. Ciò dimostra che spesso cerchiamo ragioni al di fuori di noi e ci prepariamo paracaduti emotivi pur di non affrontare la solitudine. Va detto, però, che la solitudine può essere ricca di opportunità e che noi possiamo anche trovarci simpatici. Se alla base c’è una situazione di disagio più profondo, leggere Calci nel cuore. Storie di crudeltà e mobbing familiare (di Annamaria Bernardini de Pace, Sperling & Kupfer, 16 euro).

22. Perché continuiamo a rinviare il momento di metterci a dieta?

Il rapporto col cibo pesca in ragioni profonde, legate al nostro modo di essere e al nostro vissuto. Spesso è l’insoddisfazione a rendere il cibo una compensazione. Quando il problema diventa evidente, di solito è già tardi per affrontarlo da soli. Ben venga l’aiuto di persone esperte, ma la vera decisione nasce da dentro. Come in ogni altro campo è di aiuto trovare la modalità più adatta. E così, per dimagrire, si deve scegliere un’attività fisica che non solo fa perdere peso, ma che anche diverte.

23. Come riuscire a smettere di fumare una volta per tutte?

Dannoso, costoso, sempre meno popolare. Eppure la logica non basta: per smettere di fumare serve qualcosa in più. Racconta chi ha smesso: «Tutto sta nella tua volontà. Nessuno ti costringe, la sigaretta non si accende da sola e ti salta in bocca. E’ un oggetto, è passiva, non ha volontà propria.  Basta non comprarla e hai già smesso. Per riuscirci, non bisogna fissare date  o ridurre il numero delle sigarette. Bisogna convincersene veramente e poi farlo».

24. La routine ci soffoca. Come invertire il trend?

Cominciate dalle piccole cose. Iniziate dalle abitudini di ogni giorno e allenatevi al cambiamento. Come? Basta modificare, almeno una volta alla settimana, un’abitudine per il semplice gusto di farlo. Esempio: cambiare il percorso per andare al lavoro, la posizione del computer o la parte del letto in cui si dorme aiuta la mente ad abituarsi al diverso. Così è utile leggere nuovi giornali, concedersi almeno una sera alla settimana per socializzare con persone nuove,  frequentare un corso,  provare ristoranti etnici mai sperimentati. Più ci apriamo al cambiamento, meno ci farà paura.

25. CHE COSA FARE PER CAMBIARE DAVVERO?

Dobbiamo soddisfare la nostra curiosità, prima di essere perseguitati dai dubbi («Come sarebbe andata quella volta se avessi osato…?»). Meglio i ripensamenti che i rimpianti. Immaginiamo di continuare la nostra vita insoddisfacente fino a quando saremo ormai diventati vecchi, e chiediamoci se era davvero quella la vita che avremmo voluto vivere. Poi pensiamo che era solo un brutto sogno e sorridiamo: siamo ancora in tempo per cambiare. Ed è proprio oggi il primo giorno della nostra nuova vita.

Cambiamento in fumo

«Ho provato a smettere molte volte. Nonostante le mille ragioni, non ci riuscivo mai. Poi ce l’ho fatta, quando è arrivato il momento. Ora ho realizzato un sito che aiuta i tabagisti»

CHI E’: Paolo Alessandrini, 37 anni, di Arzignano (VI).

IL “SALTO”: da fumatore incallito a gestore di un sito di aiuto a smettere.

«Ho sempre fumato, dai 17 ai 35 anni: perché? Ho capito la stupidità di quel ragazzo che doveva semplicemente sentirsi grande. Ma non sono più riuscito a rispettare l’adulto che, imperterrito nonostante le informazioni sui malanni siano di pubblico dominio, perseverava con il suo vizio. Ho imparato a usare il computer e ho fatto il mio primo sito: la vetrina sul web della mia azienda. Il tutto rigorosamente con la sigaretta in mano. Un giorno, mia figlia (allora 5 anni), dopo mesi che continuava a dirmi di smettere di fumare, mi vede con la sigaretta in mano e mi dice: “Papà, tu non mi ascolti. Fai quello che vuoi, ma quando ti vengono i polmoni neri, non dire che non te lo avevo detto”. Sono rimasto pietrificato. E adesso? Come faccio a smettere? Devo farlo, per i miei figli, per la mia salute… Mi dicevo: trovati un motivo, trova il coraggio, ma fallo! Tentativi tanti, tutti senza convinzione o meglio, con la convinzione di non farcela; ovviamente tutti fallimenti. Alla fine ho preso parte a un corso serale di una settimana realizzato dal Sert della mia zona, ho sputato sangue ma niente di fatto! Neanche questa volta. Poi ho ripreso in mano la documentazione del corso e piano piano ho smesso. Da solo, forse perché era il momento di farlo, sicuramente perché ho avuto la convinzione di riuscirci. Mi sentivo un fallito. Il resto è venuto da sé. Per mettere a disposizione di tutti la mia esperienza, ho realizzato un sito (www.smettere-di-fumare.it), molto cliccato.  Soldi non ne tiro fuori, ma mi piace pensare di essere d’aiuto a chi vuole smettere di fumare».

Business in vista

«Ci ho pensato 18 anni, finché non è arrivato il momento giusto. Se solo l’avessi fatto prima…»

CHI E’: Giuseppe Pasero, 50 anni, di Novi (AL).

IL “SALTO”: da dipendente a titolare di un negozio di ottica.

«Dopo il diploma in ragioneria e il servizio militare, ho cominciato come venditore di formaggi. Sapevo che era una tappa intermedia, perché avevo ambizioni più grandi. Ma questo lavoro mi ha insegnato l’importanza del rapporto col cliente. In seguito, ho trovato una persona che mi ha introdotto nel settore dell’ottica, insegnandomi tutti i segreti del mestiere. Per 18 anni ho lavorato come dipendente in un negozio, senza però tirarmi indietro quando si trattava di assumersi nuove responsabilità e gestire il negozio direttamente. Dopo qualche anno, ho cominciato ad accarezzare il sogno di aprire un negozio mio. Avevo l’ansia di mettermi alla prova. Le maggiori resistenze le ho incontrate in famiglia, dove mia moglie faceva valere la sua mentalità da impiegata statale. Alle fine, però, ce l’ho fatta. All’inizio, ho aperto un negozio in società con i miei ex datori di lavoro, ad Arquata Scrivia. Poi le cose sono andate così bene, che ho rilevato la loro quota. Infine mi sono trasferito in una sede più grande. E ho la soddisfazione che mia figlia lavora con me. Sono contento della mia scelta, che ho fatto quando avevo maturato il giusto bagaglio di esperienze, capitale e consapevolezze. La differenza fra chi si mette in proprio e chi ne parla solo sta nelle motivazioni, nella percentuale di rischio che si è disposti ad accettare e nelle rinunce che si fanno».

Ho lasciato il tribunale per la regia

«Se intorno ai trent’anni non ci si mette profondamente in discussione, il resto della vita sarà sterile»

CHI E’: Alessandro, Alex, Villamira, 34 anni, di Milano.

IL SUO “SALTO”: da avvocato a regista, da uno stipendio fisso alla precarietà.

«Mi sono laureato in legge, ho fatto il praticantato in uno studio in cui mi trovavo benissimo, ho svolto per anni il mio lavoro con impegno e anche un certo piacere. Ho fatto l’esame di Stato a Milano, una delle piazze più difficili, e l’ho superato al primo colpo. Poco tempo dopo, ho deciso di mollare tutto e seguire il mio vero sogno: quello della regia. Questa passione mi ha sempre accompagnato, ma non avevo mai pensato che potesse diventare un lavoro. L’ho capito una sera, assistendo a un’opera: mi sono reso conto che guardavo il mondo sempre come se… lo inquadrassi! La reazione di chi mi stava intorno mi ha colto di sorpresa: non si è stupito nessuno. Era come se loro avessero capito prima di me che la vita di avvocato mi andava stretta. Ho fondato un’associazione, per riunire persone con la stessa passione. Mi sono messo a studiare, ho trovato un maestro, ho cominciato a fare i primi piccoli lavori. Il mio obiettivo è un lungometraggio, nel frattempo realizzo corti da mandare ai festival. Ora mi sento realizzato: fra il vecchio e il nuovo lavoro passa la stessa differenza che c’è fra stare con una ragazza che ci piace così così e una di cui si è pazzamente innamorati. Più dolenti le note economiche: so che i primi anni saranno durissimi, ma io conto di farcela, in qualche modo. Ad aiutarmi le tecniche digitali, che tagliano molto  i costi. Fondamentale il lavoro di squadra: ho fondato una cooperativa insieme a Massimo, Anna, Marco, Federico, Giovanni e Stephane».

Info: www.fairy-tails.org

Lucia Ingrosso, Millionaire 1/2005

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