A Hollywood a cavallo di un cammello

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Dalle rive dell’Arno alla Baviera. Dal deserto dei Gobi alla Mecca del cinema. La strada in salita del regista-rivelazione Luigi Falorni

Con quel suo documentario, unica opera a concorrere all’Oscar per i colori italiani (tedeschi e mongoli), si è laureato in cinematografia. La storia del cammello che piange, girato in Mongolia, è infatti il lavoro finale che Luigi Falorni, insieme alla compagna di corso Byambasuren Davaa, ha presentato per laurearsi alla Scuola superiore di cinema e televisione di Monaco di Baviera. Un saggio finale che ha già fatto incetta di premi di critica e pubblico ai festival internazionali di Miami, San Francisco, Toronto e Buenos Aires, e premiato anche dall’associazione dei registi americani. Il successo ha colto di sorpresa il giovane regista, che non si aspettava tanto per ricompensare gli anni non facili della gavetta.

Nato a Firenze nel 1971, Falorni, appassionato della macchina da presa fin da ragazzino frequenta il corso di regia presso la Cooperativa Schermobianco della sua città. Il suo genere preferito è il documentario. Nel 1994, senza sapere una parola di tedesco, si trasferisce a Monaco di Baviera e si iscrive nella sezione documentari della Hochschule für Fernsehen und Film, dove studia regia e direzione della fotografia. Nonostante le difficoltà di comunicazione, il giovane aspirante cineasta dà prova delle sue capacità girando una ventina di corti e lungometraggi in Germania e in Italia. Nel 2000 ha curato come direttore della fotografia Klein, schnell und außer Kontrolle, decretato miglior documentario dell’anno dalla televisione tedesca e nel 2001 ha collaborato con Paolo Bonaldi in Porto Marghera, inganno letale, e con la compagna di corso Susan Gluth nel film-omaggio a Federico Fellini Nulla si sa, tutto si immagina, vincitore del premio ai giovani registi al festival internazionale del documentario di Monaco.

Nella primavera 2002 Falorni e la collega Byambasuren Davaa partono per la Mongolia, terra natale della co-regista, dove filmeranno la loro tesi di laurea. «La cosa più inquietante di questo progetto» – racconta Falorni – «era che, siccome i cammelli partoriscono tutti nell’arco di un mese in primavera, avevamo solo poche settimane a disposizione per girare tutto il film. Se qualcosa fosse andato storto non c’era nessuna possibilità di tornare in Mongolia e rigirare qualche scena. Il lavoro del documentario richiede molta improvvisazione e la capacità di adattarsi agli imprevisti. Il Deserto dei Gobi è un posto magico e bellissimo da visitare come turista. Non è proprio la stessa cosa se ti trovi lì per lavoro. Venti violenti, sbalzi enormi di temperatura, cibo e condizioni di vita sono alquanto insoliti. Ognuno dei sei membri della nostra troupe a un certo punto si è ammalato, alcune attrezzature si sono rotte e abbiamo dovuto spesso interrompere le riprese perché il vento rendeva impossibile registrare il suono. Questo ha trasformato quelle che dovevano essere delle riprese rilassate e divertenti in una corsa contro il tempo».

Una corsa che lo ha portato al Kodak Theatre di Los Angeles, catapultato senza preavviso agli Oscar, traguardo che il giovane sconosciuto regista non osava nemmeno sperare.

Cristina Galullo, Millionaire 4/2005

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