Alec Ross: «Io non ho paura. Fallisco? Riprovo domani. Il segreto di ogni successo è l’assenza di paura»

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alec ross

«La paura del fallimento ci impedisce di essere la versione migliore di noi stessi. Se chiedi a qualcuno che giace sul letto di morte quali sono i suoi ultimi rimpianti, ti dirà le cose che non ha fatto». A tu per tu con il guru dell’innovazione Alec Ross.

Nella sua vita ha fatto esperienze incredibili. Ha trasportato fusti di birra, ha creato una startup edtech, ha scritto bestseller dedicati al futuro. Guru tecnologico di Obama, consigliere per l’innovazione di Hillary Clinton, oggi Alec Ross vive fra gli Stati Uniti e l’Italia. «La mia è una vita transatlantica». Per 180 giorni l’anno è qui, dove insegna alla Business School dell’Università di Bologna. Bisnonno abruzzese, ha sempre voluto imparare l’italiano. «Perché ho un’anima italiana».

Il suo nuovo saggio, I furiosi anni Venti. La guerra fra Stati, aziende e persone per un nuovo contratto sociale (Feltrinelli), è da poco arrivato in Italia. Racconta storie affascinanti, getta le basi per un nuovo contratto sociale, invita le aziende a fare la loro parte. E, se volete partecipare alla costruzione del nuovo futuro, leggetelo.

30 anni fa, come maestro, ha avuto Umberto Eco

«Studiavo Storia medievale in America, ma volevo parlare italiano e confrontarmi con lui. Grazie a un programma di scambio tra le università ci sono riuscito. Alla fine di ogni lezione su un foglio tiravo due righe: sopra, scrivevo gli insegnamenti che avevo capito, sotto, le parole che non conoscevo. Lui, vedendo quel foglio, mi disse: “Alla fine di ogni lezione vieni alla mia scrivania e ti spiego le cose che non hai capito”».

«Ho studiato storia per capire il futuro. Anche in questo momento di transizione dobbiamo guardare al passato e avere fiducia. “Ogni atto di creazione è prima di tutto un atto di distruzione”. Lo ha detto Picasso e lo sostengo anche io. Dall’abisso della sconfitta della Seconda guerra mondiale nel 1945 è nata un’onda di imprenditorialità incredibile. Che ha portato al boom degli anni ’60. La stessa onda oggi potrebbe farci risorgere dalla distruzione del Covid. L’Italia ha avuto oltre 130mila morti per la pandemia e dal punto di vista economico è stata una delle nazioni più danneggiate. Eppure…».

Come ripartire?

«Non dobbiamo scegliere il modello cinese o quello americano dei ragazzini miliardari della California. Dobbiamo avere un modello italiano, che rifletta i nostri valori e la nostra cultura (dice proprio così “nostri”). L’Italia è piena di botteghe e imprese famigliari. Se compro la frutta a Bologna, la acquisto da un piccolo negoziante ben radicato nel territorio. In America invece la prendo in una grande catena il cui proprietario è Amazon».

Qual è il nostro modello?

«Dobbiamo sostenere le piccole e medie imprese italiane. E abbiamo bisogno di un nuovo capitalismo. Più illuminato. Un capitalismo degli stakeholder, che non vede l’azienda come solo un luogo di profitto, ma pensa al benessere dei dipendenti, dei clienti, della comunità, dell’ambiente. E in Italia ci sono molte imprese virtuose».

Per esempio?

«Gucci, Cucinelli, ma anche aziende meno note. Come la Marchesini, un’impresa a conduzione famigliare che produce miliardi di confezioni per medicine e vaccini. La Pfizer per il suo vaccino si è rivolta a lei. Entrare in quell’azienda è come entrare in un fi lm di fantascienza. Ci sono robot, stampanti 3D, laser…».

Cose da fare?

«Ripensare all’educazione, abbiamo bisogno di life-long learning. I nostri figli non faranno lo stesso mestiere per 30 anni. Tutte le imprese dovranno diventare digitali, se non vogliono morire. Dobbiamo sostenere i giovani e le donne. Nelle 30 aziende in cui ho investito con il mio fondo Almo, i Ceo sono tutti giovanissimi. Google, Instagram e Facebook sono state inventate da 20enni. In Italia a 35 anni ancora non sei considerato. E bisogna dare più spazio alle donne: non dovremmo farlo solo perché è socialmente giusto, ma perché grazie alla loro intelligenza emotiva le imprese potrebbero crescere di più».

Ha già investito in startup italiane?

«Non ancora, cerco scaleup che possano competere a livello globale. Ma fare l’imprenditore in Italia è molto difficile. È come correre con uno zaino in spalla pieno di sassi».

alec ross intervista millionaire
L’apertura dell’articolo pubblicato su Millionaire di novembre 2021.

Incontro Alec Ross il 5 ottobre, il giorno dopo il down di Facebook, Instagram e WhatsApp. Gli chiedo che cosa sia successo secondo lui.

«Non sappiamo i motivi, Mark Zuckerberg è l’imprenditore che più di ogni altro nella storia ha detto: “Sorry, mi spiace, abbiamo sbagliato”. Dovremmo riflettere sul potere delle big tech nelle nostre vite. Senza Google non abbiamo email, calendario, agenda, mappe… E in che modo le loro strategie entrano nelle nostre vite?».

Un giornalista presente all’incontro gli chiede: Mark Zuckerberg è un pazzo? «No, è un egoista» risponde Ross. «C’è un’espressione che in Usa si usa sempre più. Si dice che Facebook sia diventata “la nuova Philip Morris”. Vendevano sigarette ma sapevano benissimo che facevano molto male. Ecco, Facebook alimenta ciò che fa più engagement. E credo che tra tutte le big tech sia la più aggressiva».

C’è ancora spazio per intraprendere?

«Certo. Lo dimostra il successo di TikTok. Credo che nasceranno nuove piattaforme social. Non c’è una vera piattaforma globale per la salute, non c’è una piattaforma globale per i finanziamenti».

Vai a pranzo con un americano e ti innamori dell’Italia. «Chi avrebbe detto, due anni fa, che il leader più credibile dell’Occidente sarebbe stato quello italiano, Mario Draghi? Ho visitato più di 100 Paesi nel mondo e l’Italia è molto, molto meglio di quanto i suoi critici sostengano» conclude Alec Ross.

Tratto da Millionaire di novembre 2021. 

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