Beatles forever

1829

Partiti da zero, con pochi soldi e storie difficili. Hanno venduto un miliardo di dischi  e messo il mondo sottosopra. Il loro segreto? Non solo sogni. Ma strategia e metodo. Che ancora oggi portano all’autorealizzazione

Erano quattro ragazzi di Liverpool, con pochi soldi in tasca e storie familiari difficili. Hanno cominciato a suonare da giovanissimi. E non si sono più fermati. In carriera, i Beatles hanno infranto tutti i record possibili (di vendite, permanenza in classifica, premi vinti, guadagni). E conquistato milioni di fan che, da generazioni, li adorano. Un successo che dura da oltre 40 anni non può essere casuale. O dipendere solo da una canzone orecchiabile o un look azzeccato.

Il libro La via dei Beatles, il favoloso metodo per realizzare i vostri sogni (di Larry Lange, Edizioni Essere felici, 12,90 euro) ha provato a scoprire i loro segreti. Utili a tutti quelli che hanno un sogno da realizzare e un obiettivo da raggiungere. Millionaire l’ha letto e ha preparato un vademecum per chi vuole trovare la propria strada. E diventare il quinto Beatles (riconoscimento che veniva assegnato di volta in volta al collaboratore del gruppo più valido ed entusiasta).

Credi nel tuo sogno

Listen to the color of your dreams (ascolta il colore dei tuoi sogni)

Il sogno ha ispirato sin dall’inizio il gruppo di Liverpool. «Scrivevo canzoni per la libertà di vivere i miei sogni» afferma Paul. I quattro erano concentrarti sulla loro aspirazione (fare musica). Si dice che Ringo rimanesse ore davanti alle vetrine di strumenti musicali, con lo sguardo fisso sulla batteria che desiderava. E che avrebbe avuto. Per loro ha funzionato anche la tecnica di anticipare quello che avrebbero conquistato poi. Quando era ancora ragazzino, Paul disegnava il logo e gli abiti di scena del gruppo, incluso il luccicante abito azzurro che la band avrebbe poi veramente indossato nel corso della tournée del 1964, in America.

Fissa gli obiettivi

Yes I’ll get you in the end (sì, lo voglio, alla fine ti avrò… )

Gli obiettivi dei quattro “scarafaggi” erano chiari: suonare, lasciare Liverpool, diventare ricchi. Fare soldi era un loro desiderio. E non se ne vergognavano. Paul e John si ripromisero una volta: «Scriviamo qualcosa che valga una piscina». Avevano obiettivi molto ambiziosi, ma facevano un passo alla volta: «Prima abbiamo cercato di diventare la migliore band della zona, poi di Liverpool, quindi dell’Inghilterra. L’obiettivo era sempre un po’ più in là, mai in cima». Il tutto, senza dimenticare la concretezza. «Quando iniziammo a suonare, aspiravamo a ottenere un contratto. Dopo il contratto, puntavamo al primo posto in classifica». E così via, senza fermarsi.

Lavora tanto

I’ve been working like a dog (ho lavorato come un matto… )

Sogni, idee, obiettivi. Ma a fare la differenza è stato soprattutto l’impegno. Fra il ’60 e il ’66 i quattro hanno tenuto 1.400 concerti (233 all’anno). In media, hanno inciso quattro 45 e due album (per un totale di 30 canzoni) all’anno. Nell’estate del ’64, durante il tour americano, hanno percorso 36 mila Km, cumulato 60 ore di volo e tenuto 31 concerti. Ringo ricorda: «Non ci fermavamo mai. Più grande è il sogno, più grande è il lavoro. Eravamo sempre sull’on (accesi)». John si sposò e la sera già suonava col gruppo in un locale. La luna di miele poteva aspettare, gli obiettivi no.

Tieni duro

Gonna have some fun tonight (andiamo a divertirci questa sera… )

Non sempre tutto fu facile, ma loro riuscirono a tenere duro, perché amavano ciò che facevano. Racconta Paul: «John e io avevamo il pomeriggio libero e stavamo lì a scrivere canzoni. Ma ci piaceva così tanto che per noi non era un lavoro, ma un hobby». Questo li aiutò ad affrontare con fermezza gli alti e bassi della carriera. All’inizio, le famiglie cercavano di dissuaderli dal fare musica. Ma loro tennero duro. E così non si fecero scoraggiare dai rifiuti collezionati nei primi provini. O dalle stroncature della stampa, fra cui quella del Time («spazzatura da evitare assolutamente») e del Newsweek («un ridicolo guazzabuglio di sentimenti da biglietti di San Valentino»). Reagirono con orgoglio, determinazione e umorismo. A chi lo accusava di essere presuntuoso, John rispose: «Se essere presuntuoso significa credere nella mia arte e nella mia musica, potete anche chiamarmi così. Credo in quello che faccio, e lo ammetto».

Punta sul team

As you are me, and we are all together (come tu sei me, e siamo tutti insieme)

La formazione definitiva si raggiunse dopo molti ricambi. Venne scartato chi non si adeguava allo “stile” del gruppo. Confidò George: «Nessuno di noi pretendeva di essere un grande musicista, preso singolarmente. Eravamo bravi come gruppo». A 15 anni John e Paul fecero un patto: avrebbero firmato insieme qualsiasi pezzo, a prescindere dall’impegno e dall’ispirazione del singolo. E questo benché Paul sia stato autore dei due terzi delle canzoni. La forza e la coesione del team non impedì loro di vedere le differenze e questa fu la loro forza.

Era evidente che John fosse il più brillante e la sua leadership non fu mai messa in discussione. Paul  ammise: «Ho sempre preferito essere il secondo. Chi è davanti deve aprire la strada, ma il secondo trova già gli ostacoli abbattuti. E poi il primo ha bisogno di compagnia».

Cura il dettaglio

Every little thing (ogni piccola cosa)

I Beatles erano degli stakanovisti: componevano moltissimo, seguivano in modo maniacale il lavoro in sala di registrazione, erano attenti a ogni aspetto artistico. Ma non si limitavano a questo. Si occupavano di tutto quello che li ha riguardati (il nome del gruppo, gli abiti, il taglio dei capelli, le copertine dei dischi…). Né si sottrassero agli impegni imprenditoriali legati alla loro etichetta: la Apple. «Una delle cose più intelligenti che abbiamo fatto fu depositare il marchio. Quando nacque la Apple Computer, facemmo presente che il marchio era nostro e che dovevano accordarsi con noi. L’accordo ci fruttò un’enorme somma di denaro» (50 milioni di dollari, ma ora i giochi sembrano riaperti, ndr). In ultimo, però, le  loro principali attenzioni erano per i loro “clienti”. George: «Noi suonavamo per i nostri fan, che erano come noi. A noi piaceva, a loro anche».

Guarda avanti

I didn’t know what I would find there (non sapevo cosa avrei trovato laggiù)

John, Paul, George e Ringo non si sono mai fermati. Nel bene e nel male, sono sempre andati oltre. Sperimentando, innovando, cercando nuove strade e nuovi linguaggi. Paul: «Cercavamo di cambiare a ogni disco. Abbiamo cercato di cambiare subito, sin dal primo».

Molte le loro innovazioni tecniche. Sono stati i primi a realizzare video e audioclip. Non si sono tirati indietro neanche di fronte a Internet e al cinema di animazione. «Magari è una porcheria, ma magari funziona» erano soliti dire. Non sono mancati gli errori, ma loro non li hanno mai considerati tali. Erano solo passi in avanti. «Meglio affrontare il rischio, che dormire sugli allori». Né i grandi obiettivi raggiunti li hanno mai frenati. Dice oggi Paul: «Nonostante grandi successi come Yesterday e Let it be, sento che devo ancora scrivere una canzone veramente grande. Penso che il meglio potrebbe non essere ancora arrivato. E’ questo che mi fa andare avanti».

Trova il senso

The love you take is equal the love you make (l’amore che prendi è uguale all’amore che dai)

Soldi, successo, soddisfazioni. Va tutto bene, ma non basta a costruire qualcosa di veramente importante. Al culmine di fama e fortuna, Paul disse: «C’è ancora un’altra cosa da fare: trovare il senso». E George: «La mia idea di Dio è di non fare le cose solo per se stessi, ma per tutti quanti». Ognuno di loro ha lavorato su di sé e la propria spiritualità, avvicinandosi anche alle filosofie orientali. Ognuno di loro ha contribuito, in momenti diversi della vita, a svariate cause benefiche. E ognuno di loro ha partecipato a battaglie civili contro la guerra, le discriminazioni e le ingiustizie. Sempre mettendoci la propria faccia, col rischio di diventare impopolare. Ed essere considerato un matto. E forse questa è la loro lezione più grande.

Lucia Ingrosso Millionaire 02/2005

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