Come Samurai

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arriva dal Giappone e attira praticanti. Si chiama kendo, e’ l’arte del combattimento dei samurai.  Insegna anche a vivere meglio

Qualcosa di più di un’arte marziale e non solo uno sport. Si chiama kendo, per gli appassionati è quasi uno stile di vita. Il giapponese «kendo» si può rendere con “la via della spada”. In pratica, si tratta di un duello con la sciabola trazionale degli antichi samurai. Immaginate una forma di scherma che però ha codici, regole, rituali diversi. La lama è stata sostituita da una spada di legno, per gli esercizi preparatori o da una in bambù con impugnatura in pelle per il combattimento. Queste armi però possono far male: il praticante combatte così con adeguate protezioni e può colpire solo sull’elmo, dalla testa alla gola, sul corpetto, per “ferire” virtualmente il fianco, sui guanti.

Ma quanto tempo ci vuole per diventare un kendoka? «Dato che non si finisce mai di imparare, i corsi continuano per tutta la vita» dichiara Claudio Regoli, maestro del dojo Tengukan di Milano. «Nel dojo (terreno di scontro che indica anche il gruppo dei praticanti), i kendoki si inginocchiano e si concentrano per pochi secondi di raccoglimento (mokuso), poi sfoderano la spada e fanno una breve ginnastica di riscaldamento. Gli esercizi si chiamano suburi. Quindi, s’indossa il bogu, l’armatura. Per chi comincia, non serve attrezzatura. Si combatte in tuta o con un kimono, a piedi scalzi» spiega Giorgio Bulzi, praticante e aiuto maestro. «Tutte queste parole sembrano complicate: chi non si fa spaventare ha già compiuto un primo passo. I requisiti fisici? Potenza fisica e fiato, dato che si corre dall’inizio alla fine del combattimento. E lo scontro non è simulato. Bisogna attaccare sempre, colpire, tenere sotto pressione l’avversario. La disciplina t’insegna a sopportare il dolore. E a organizzare l’aggressività».

Gli allenamenti in genere sono bisettimanali, i dojo si formano attorno a un maestro e non hanno fine di lucro. Spesso ai praticanti è richiesta solo la quota per l’uso della palestra e chi insegna deve svolgere anche un’altra attività per mantenersi. Chi pratica con costanza ha risultati. Dichiara Bulzi: «Molti si avvicinano al kendo sull’onda di certi film o per passaparola, con entusiamo, una specie di innamoramento. Solo, però, vedendo, sperimentando e provando si può sapere se si ha la “vocazione” per diventare praticanti».

Per Paolo Ronchi, kendoka da due anni, la pratica richiede maturità. «Non è cosa da sbarbatelli. Spesso chi pratica ha alle spalle altre arti marziali. Quello che mi affascina è il cerimoniale che ti rilassa e ti libera la mente: dal suono rituale della campana, all’inizio della pratica, fino alla fine del combattimento, ti stacchi dal lavoro, dalla giornata e pensi solo all’esercizio. Alla fine, sono distrutto, senza fiato, ma ho vissuto momenti di vera emozione. Lo scopo? Colpire l’avversario per primo, per avere “salva la vita”. E arrivare ad agire spontaneamente, con l’istinto di un vero guerriero».

Insomma, il kendo cambia l’approccio alla realtà, diventa un modello di apprendimento e uno stile di vita. Per imparare a cavarsela in ogni tipo di duello. Anche senza spada. Parola di maestro.

a chi rivolgersi

«Il kendo può essere praticato da chiunque. E’ importante far capire a tutti che i colpi, per quanto violenti, non possono ferire, perché l’armatura protegge i praticanti» dichiara Danielle Borra, segretario generale della Confederazione Italiana kendo (Cik). «Abbiamo circa 2.300 iscritti, di cui solo 150 donne. I motivi della scarsa presenza femminile? All’inizio i rituali, l’uso della voce, la forza dei colpi spaventano un po’».

Per entrare nella Cik, che si autosostiene, si paga una quota annuale di 25 euro, con un supplemento di dieci per ogni disciplina praticata.

Ogni stage ha un costo, così l’ammissione agli esami, le cui quote sono stabilite a livello internazionale.

INFO: www.kendo-cik.it, webmaster@kendo-cik.it

Silvia Messa, Millionaire 9/2005

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