DeepSpeed, il motore jet elettrico nautico per chi ama davvero il mare

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Innovare un settore tradizionalista come la nautica sembra una sfida titanica, ma una startup italiana potrebbe avere le carte giuste per riuscirci.

La transizione energetica sta ormai coinvolgendo tutti i settori. Nuovi veicoli elettrici vengono annunciati ogni giorno ma, in questo scenario, il settore nautico sembra essere rimasto al palo. Gli esperimenti visti finora si sono limitati alla sostituzione di un motore tradizionale con uno elettrico, lasciando inalterati gli organi di trasmissione e l’elica, strumento relativamente poco efficiente. Non è questo il percorso seguito da una startup milanese, che col suo motore DeepSpeed promette di rivoluzionare questo mondo. «Siamo partiti da un’intuizione e da un foglio bianco» dichiara William Gobbo, manager e fondatore della startup «con l’obiettivo di creare un sistema più efficiente e soprattutto più rispettoso dei nostri mari. La prospettiva è tagliare drasticamente i consumi energetici pur aumentando la velocità di navigazione,  senza emissioni sonore e senza dispersione di inquinanti in aria o in acqua. Anni spesi in progettazione e realizzazione di prototipi hanno reso oggi quell’intuizione di partenza una realtà molto concreta e prossima». La sfida appare ardua, ma con la chiave per vincerla. «Abbiamo puntato tutto sul know-how, mettendo insieme un team con specializzazioni diverse e complementari, che conta al momento 21 elementi tra professionisti, ingegneri e docenti di tre università italiane. Ci stanno inoltre supportando anche importanti partner industriali e un pilota di F1 H2O».

William, 21 ingegneri, tre università, 3 bandi di finanziamento vinti per oltre 1,2 milioni di euro, non sembrano numeri da startup con due anni di storia.

Deepspeed: William Gobbo e Ernesto Benini
William Gobbo (a sinistra) e il professor Ernesto Benini.

«È vero. In effetti il concept del nostro propulsore risale al 2007 ma all’inizio abbiamo effettuato soprattutto simulazioni al computer, studi di fattibilità e di sostenibilità finanziaria. I primi prototipi risalgono invece al 2010, anche se solo nel 2016, dopo innumerevoli tentativi e perfezionamenti, abbiamo ottenuto risultati degni di nota. Di lì a poco, abbiamo deciso che fosse giunto il momento di costituire la startup, che è quindi meno recente di quanto possa sembrare».

E il rapporto con le università?

«Anche quello ormai è consolidato. Cercavamo pareri autorevoli per validare il nostro lavoro e abbiamo ritenuto naturale chiedere là dove le intelligenze si formano. Così la mia strada ha incrociato quella di professionisti competenti e ho poi conosciuto il professor Ernesto Benini dell’Università di Padova, un vero luminare nel campo della fluidodinamica. È soprattutto grazie al suo apporto scientifico se riusciremo a compiere questo poderoso balzo di efficienza, che ha del miracoloso».

A cosa si riferisce?

Deepspeed«Noi abbiamo realizzato il primo sistema propulsivo elettrico a jet per il settore nautico. Essendo basato su un motore elettrico, era naturale aspettarsi che rispetto ai motori endotermici la partita dell’efficienza fosse vinta in partenza, ma il prof. Benini è stato così bravo nel perfezionare il nostro lavoro che abbiamo fatto un notevole salto in avanti anche sul jet. Unendo le due cose, si prefigura adesso la propulsione più efficiente che sia mai stata concepita. Le simulazioni effettuate presso gli atenei ci dicono che i nostri jet hanno un significativo scarto di efficienza con i sistemi a elica già a velocità relativamente basse. Il gap diventa poi impressionante poiché le eliche diminuiscono le loro prestazioni all’aumentare della velocità, mentre il nostro è un propulsore a reazione, funziona cioè secondo lo stesso principio di un motore di aereo, che diventa progressivamente più efficiente. Infatti il settore aeronautico ha da tempo abbandonato le eliche in favore dei jet. È la nautica che è rimasta indietro!».

Deepspeed: graficoCome pensate di agire adesso?

«La partita è complessa. Intanto abbiamo protetto la nostra tecnologia con due brevetti internazionali. Contestualmente stiamo definendo un piano di investimenti di oltre 4,5 milioni, che ci permetterà nei prossimi mesi di sviluppare il nostro propulsore fino a ottenere risultati in linea con le simulazioni fluidodinamiche. Arrivati a quel punto, la strada sarà poi in discesa, perché i valori di rendimento attesi sono veramente alti. Detto in altro modo: andremo di più consumando meno. Molto meno».

Come vi state finanziando?

«Abbiamo fatto un lungo percorso prima di arrivare agli investitori. Ci è costato tempo, fatica e… i nostri risparmi, ma alla fine questa strategia ha pagato: ai primi fantastici angel se ne sono aggiunti altri, sono arrivati importanti finanziamenti pubblici e oggi raccogliamo consensi, aiuti e soprattutto entusiasmo ovunque andiamo. Ci è stato inoltre riconosciuto un “Certificato di Eccellenza” da parte del programma di finanziamento europeo Horizon2020, che fa ben sperare nel futuro».

Il crowdfunding potrebbe avere un ruolo in tutto questo?

«È una modalità che mi piace tantissimo e ritengo che in Italia abbia ampi spazi di crescita. Stiamo deliberando proprio in queste settimane un nuovo aumento di capitale che sta già raccogliendo numerose manifestazioni di interesse, ma stiamo comunque valutando con gli advisor di riservarne una parte proprio alla rete. Mi piace pensare di poter dare a tutti la possibilità di migliorare il nostro mondo, investendo al contempo in una promettente iniziativa imprenditoriale».

Non le sembra un’utopia che una piccola startup possa sfidare i giganti dell’industria?

«Potrebbe sembrare ma… “There is nothing like us!”».

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