Federico Faggin: «Ho inventato il microchip, ma il computer più forte è il cervello umano»

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federico faggin intervista
L'apertura dell'articolo pubblicato su Millionaire di settembre 2018.

Fisico, pioniere, padre del primo microprocessore al mondo e del touchscreen. Di Vicenza, da oltre 50 anni vive a Palo Alto, la terra dell’innovazione. Con le sue idee ha fatto la storia.

«Ho seguito una passione e dentro vi ho trovato centinaia di opportunità. Quando senti di essere portato per qualcosa, segui quella strada: perché lì si nasconde la tua forza e la tua possibilità di dare un contributo al mondo». Federico Faggin, classe 1941, è la miglior rappresentazione vivente di chi crede in se stesso e nelle sue intuizioni. Fisico, pioniere, imprenditore, creatore dei primi microprocessori di successo. Inventore, ancora prima di Steve Jobs, della tecnologia touchscreen. Con le sue idee ha fatto la storia. Oggi studia la consapevolezza e le potenzialità del cervello umano. «Ho creato il primo microchip, ma il nostro cervello è molto più di un computer».

Di Vicenza, da oltre 50 anni vive a Palo Alto, in California. È l’unico italiano presente sul Walk of Fame del Computer History Museum di Mountain View. Di lui, Bill Gates ha detto: «Prima di Faggin, la Silicon Valley era semplicemente la Valley». Nel 2011, Obama lo ha premiato con una medaglia d’oro per l’innovazione.

Lo intervisto un sabato di luglio, al telefono. Un’ora e 30 di domande e risposte fitte. In California sono le 11 del mattino. A Milano le 8 di sera. Partiamo da Isola Vicentina, aperta campagna, dove ha passato la sua infanzia. Scuole a Vicenza. A 11 anni, costruisce il suo primo aeromodello e impara a creare un prodotto da zero. «Tutto il mio mondo era dentro quel modellino e lì mi sono innamorato del futuro».

Figlio di un professore di Storia della filosofia, Faggin si iscrive contro il volere del padre a un istituto tecnico e prende il diploma di perito radiotecnico. A 18 anni è già all’Olivetti di Borgolombardo (Mi), dove per un caso fortuito (si trova a sostituire il suo capo), progetta e costruisce un piccolo calcolatore elettronico sperimentale. A 19 anni guida già un team di 4 tecnici, ma lascia l’Olivetti e decide di iscriversi a Fisica. Fino a quell’anno i periti non erano ammessi all’università e il padre è di nuovo contrario. «Mio padre apparteneva a quella generazione di uomini colti che consideravano gli istituti industriali scuole di serie B. In realtà, forse temeva di dovermi mantenere…».

E invece lei ce l’ha fatta da solo?

«Ho detto a mio padre: dammi solo da mangiare e un letto per dormire, ho risparmiato un po’ di soldi e a pagarmi gli studi ci penso io. Così ho passato il test di ammissione, mi sono laureato in meno di 4 anni e con 110 e lode».

Con una laurea in tasca, come è cambiata la sua vita?

«Ho fatto l’assistente incaricato per qualche anno, ma l’università si muoveva troppo lentamente per me. Poi ho iniziato a lavorare per un’azienda di Agrate Brianza (la SGS), associata a un’azienda di Palo Alto (la Fairchild Semiconductor). Qui è nata la mia seconda circostanza favorevole, dopo l’Olivetti. Le due aziende decidono di fare uno scambio. Un ingegnere americano viene inviato in Italia e io in California. Dovevo rimanerci sei mesi, non sono più tornato».

Perché?

«Allo scadere dei sei mesi sono stato assunto dall’azienda americana, che intanto si era separata dalla SGS-Fairchild. E intorno al 1968 ho creato un processo molto noto per chi è esperto di tecnologia: il processo MOS Silicon Gate, che ha permesso di fare circuiti integrati molto più veloci e affidabili. Questa tecnologia è stata poi adottata da tutto il mondo e ha dominato l’industria per 40 anni. A quell’epoca avevo 28 anni e voglia di fare. Vedevo le potenzialità del Silicon Gate».

È a questo punto che è entrato in Intel?

intel 4004
Intel 4004 (Credit: Intel Corporation)

«Sì. Sono entrato alla Intel perché volevo progettare circuiti complessi. Nel 1971 ho progettato il primo microprocessore commerciale al mondo (Intel 4004) e nel 1972 ho sviluppato il primo di seconda generazione (Intel 8080). Ma dopo 5 anni, sentivo il fuoco dentro e la voglia di fare un’impresa tutta mia. Quando ho deciso di dimettermi, però, sono iniziati i problemi con il Ceo di Intel, Andy Grove. Che mi lanciò una vera maledizione…».

Cosa le disse?

«Se te ne vai, sarai cancellato dalla storia. Fallirai in ogni cosa che farai. Ti toglierò qualsiasi paternità del processore. Per molti anni, infatti l’invenzione è stata attribuita principalmente a Ted Hoff e al suo ingegnere, responsabili di aver fatto l’architettura. Una cosa che potevano fare in molti. Dopo molti anni di battaglie e grazie al lavoro di mia moglie Elvia, oggi tutto il mondo mi riconosce la paternità del microchip».

Cosa possiamo imparare da questa storia?

«Una delle lezioni più importanti che ho imparato nella vita è che, girandoti indietro, non devi guardare soltanto agli errori fatti. Spesso si sbaglia di più quando si sceglie la non azione. Ho vinto le battaglie perché le ho affrontate. Se non le affronti perdi anche te stesso».

Uscito da Intel, ha creato una startup dopo l’altra…

«Ho fondato prima la Zilog (1974) dove ho inventato il Z80, microprocessore di 8 bit di terza generazione, che è ancora oggi in produzione. Poi un’azienda nuova: Cygnet Technologies. In quegli anni ho sviluppato un telefono intelligente che integra voci e dati e che permetteva di fare, già allora, alcune cose che oggi fai con un iPhone. Nel 1986 ho avviato la Synaptics e sviluppato i primi touchpad e touchscreen, che hanno cambiato letteralmente il modo con cui ci interfacciamo con i nostri device».

In che occasione Bill Gates ha detto che senza di lei la Silicon Valley sarebbe stata solo una Valley?

«Ho incontrato Bill Gates a New York, quando aveva 21 anni. Già allora era un ragazzo pepato e pieno di voglia di fare. Non mi ha mai detto direttamente questa frase, l’ho letta anch’io sui giornali. Il nome Silicon Valley è stato inventato dal giornalista Don Hoefler nel 1971. Lo ha usato in una serie di articoli per il giornale Electronic News. Piano piano, questo nome ha attecchito».

Ha mai incontrato Steve Jobs?

«L’ho incontrato quando aveva appena sviluppato il computer Macintosh. Gli abbiamo mostrato la tecnologia touchscreen, ha capito immediatamente il suo valore al punto che voleva l’esclusiva. Non gliela abbiamo data. Era un visionario. È lui che è riuscito a vedere il potenziale del touchscreen e a creare poi il mercato».

Come sono stati quegli anni da startupper?

«Anni di grandissima crescita personale. Ero un tecnico che doveva imparare a occuparsi di business, fundraising, assunzioni. Ho assunto 1.000 persone in tre anni. Ho visto il mondo con occhi completamente diversi. Quando diventi imprenditore, devi sviluppare l’intuito e la capacità di capire le situazioni al volo. Solo allora ho riconosciuto a me stesso che proprio l’intuito era la mia dote principale e che dovevo coltivarla».

Intuitivi si nasce?

«Tutti abbiamo un potenziale per capire le situazioni in modo intuitivo. Questa capacità si può affinare, ma si può anche bloccare. Se abbiamo paura di sbagliare, blocchiamo l’intuizione e ci rifugiamo nella ragione che sembra più solida e sana. L’intuizione è la capacità tipica di chi inventa qualcosa».

Lei avrebbe inventato i microprocessori, se fosse rimasto in Italia?

Foto Intel Corporation

«No. Queste cose non si fanno da soli, ma nascono nell’interazione con un ambiente che offre opportunità, ti incoraggia e dice: “Sì, dai, prova!”. In Italia invece è più facile sentirsi dire: “No, dai, lascia perdere”. Se vivi in un Paese dove si dicono più no che sì, vieni contagiato. Questa differenza di attitudine verso la vita è alla sorgente dell’innovazione. Io ho scelto di vivere dove è più facile dire sì. Dove puoi provare, riprovare e fallire senza paura. I confronti non sono mai simpatici, ma devo riconoscere che l’Italia non è un Paese dove è facile fare business e soffro nel vedere tanti giovani italiani senza lavoro».

Una soluzione per loro: scappare?

«Bisogna avere coraggio e staccarsi dal nido e uscire da una situazione che non funziona. Andatevene dall’Italia se non trovate lavoro. Ritornerete. Ma non buttate via gli anni migliori nella ricerca di un lavoro che non c’è. Ascoltate le vostre passioni perché lì dentro c’è il talento e da lì nascono le opportunità».

Sì quindi alla fuga dei cervelli?

«Se gli italiani di talento vanno all’estero e imparano come si fa l’innovazione e ricerca, quando tornano portano ricchezza e valori che l’Italia non ha. Facciamoli fuggire e poi creiamo ponti per farli tornare. Quasi un milione di scienziati cinesi in America sono tornati nella loro terra d’origine: li hanno richiamati, facendo loro ponti d’oro. E gli scienziati di ritorno hanno trasformato la Cina nella seconda potenza economica mondiale».

Come ha fatto la Silicon Valley a diventare il centro del mondo hi-tech?

«La Silicon Valley non ha mai perso un colpo. È riuscita a mantenere il suo vantaggio tecnologico fin dagli anni 60 sul resto del mondo. Qui sono nati i circuiti integrati, i microprocessori, i software, le telecomunicazioni, Internet, i social network. È la prima zona al mondo per robotica e intelligenza artificiale. Le auto elettriche sono nate qui. Da qui partirà la prossima grande rivoluzione dell’auto autonoma… La prima azienda nel campo delle biotecnologie è nata qui».

Qual è segreto?

«Ogni giorno da tutto il mondo atterrano qui i migliori talenti. Hanno gli occhi che luccicano e un forte spirito imprenditoriale. Trovano un ecosistema già fatto e che funziona. E lo alimentano in un circolo virtuoso».

C’è il rovescio della medaglia?

«La Silicon Valley oggi è troppo affollata. All’inizio della mia carriera, la zona coinvolgeva 200mila persone. Ora siamo 7 milioni. Le conseguenze? Traffico pesante, costi delle case altissimi…».

La sua prossima sfida?

«Volgo il mio sguardo all’interno dell’essere umano. Il mio obiettivo è riuscire a far capire alla gente che siamo molto di più delle macchine. Durante gli anni 80, ho iniziato a studiare la consapevolezza e a chiedermi: è possibile costruire un computer consapevole? La consapevolezza non può essere, come sostengono gli scienziati, una proprietà che esce dalla materia, ma piuttosto una proprietà dell’universo che esiste sin dall’inizio. Ho creato la Federico & Elvia Faggin Foundation per dare supporto agli scienziati che stanno andando in questa direzione».

Che cos’è la consapevolezza?

«È la capacita di avere un’esperienza basata su sentimenti, pensieri, emozioni. Ha a che fare con la spiritualità, è l’aspetto che ci lega alla natura olistica della realtà. Noi siamo parte integrante di un tutto. La scienza nega la realtà spirituale e la spiritualità spesso nega la realtà fisica. Eppure sono due facce della stessa medaglia».

Non dobbiamo aver paura dell’intelligenza artificiale?

«No. I computer sono stupidi ma sono molto precisi, noi siamo imprecisi ma molto intelligenti. Insieme possiamo fare di più e meglio».

 

Tratto da Millionaire di settembre 2018.

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