I lavori più belli del mondo

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Astronauta, guardiano di un’isola deserta, organizzatore di safari. Ma anche trader on line, fotografo di nudi femminili, direttore di una rivista di musica. Esistono lavori bellissimi e persone vere che li fanno. Il segreto? Avere un sogno e realizzarlo

1. guardiano di un’isola tropicale

Per conquistare il suo lavoro, che è stato definito dalla stampa internazionale “il più bello del mondo”, ha sbaragliato una concorrenza di 35mila candidati. Guadagnerà 13mila euro al mese per sei mesi. Fa il guardiano di Hamilton Island, un’incantevole isola australiana dalla spiaggia bianca, l’acqua blu e il cielo puro, cioè una specie di paradiso in Terra, dove chilometri di costa incontaminata sono delimitati dalla vegetazione. Ben Southall ha 34 anni, e la sua è una “vacanza pagata”, anche a giudicare dalla sistemazione offerta dall’ente del turismo locale: villa con tre camere da letto, piscina e campo da golf, oltre naturalmente a un grande terrazzo con vista sull’oceano e a trasporti aerei gratuiti per la terraferma. I suoi obblighi di lavoro? Aggiornare un videoblog una volta alla settimana, dare da mangiare alle tartarughe, guardare le balene che nuotano al largo, consegnare la posta e scrivere un diario fotografico. «Spero di essere all’altezza» ha confidato Southall: una dichiarazione che potrebbe sembrare curiosa, ma che in realtà è molto più concreta di quanto si pensi. Tutti i privilegi concessi a Southall infatti fanno parte di un programma per incentivare il turismo, calato in modo drastico dallo scorso settembre, da cui dipende l’economia dell’isola. Una crisi a cui le autorità locali hanno deciso di reagire con un concorso per il miglior “guardiano dell’isola”. L’apertura del concorso, lo scorso gennaio, nel giro di 48 ore ha intasato il sito in cui era pubblicato per i 200 accessi al minuto da tutto il mondo (inclusi Mongolia e Città del Vaticano) e scatenato una vera bagarre sui social network. Allo scadere del bando, in primavera, erano stati inviati oltre 34mila curriculum da 200 nazioni (assenti la Corea del Nord e alcuni Stati africani): 1.310 dall’Italia, oltre 11mila dalla Gran Bretagna. La prima scrematura ha individuato 50 possibili “guardiani”, e l’ultima rosa di finalisti ha coinvolto 15 concorrenti agguerritissimi. Quattro le giornate di test, sportivi e psicologici, che i candidati hanno trascorso sull’isola per aggiudicarsi l’impiego. «Perché sono stato scelto? Secondo gli esaminatori, perché ho adottato da subito lo stile di vita isolano» racconta Southall, che ha raccolto consensi anche con la sua organizzazione, in fase di prova, di un barbecue serale. «Importante poi come mi sono destreggiato negli esercizi in piscina. La parte difficile? I test comportamentali» aggiunge Southall. Di sicuro ha giocato a suo favore il fatto di essere l’autore di un blog dal 2007 (http://afritrexben.blogspot.com), di aver vissuto per un anno in una tenda mentre faceva il giro dell’Africa e di aver inviato un curriculum con foto che lo ritraggono mentre bacia una giraffa, fa bungee jumping e cavalca uno struzzo. E anche la sua iniziativa benefica Afritrex, che richiede prove estreme, deve aver impressionato gli esaminatori, così come la sua professione di procacciatore di fondi. Chi è stato scartato, forse a causa dell’invidia ha puntualizzato che Hamilton Island è un posto piccolissimo, dove vivono solo cinquemila abitanti, non ci sono automobili e dopo tre giorni ci si annoia. «L’unico lato negativo che vedo in questo lavoro è non poter vedere i miei nipoti per sei mesi: ma sto organizzando una loro visita sull’isola. Per il resto, non vedo l’ora di alzarmi alle cinque e mezza di mattina, come faccio sempre, per vedere la barriera corallina» commenta Southall. Ancora poco chiaro se la sua fidanzata canadese, Bree, gli farà compagnia sull’isola. Nel frattempo, l’ente del turismo del Queensland è più che soddisfatto: con un investimento minimo è riuscito ad avere una copertura mediatica che è stata equiparata a 50 milioni di euro di pubblicità.

INFO: www.islandreefjob.com

 

2. fotografo di nudi femminili

Viaggia in tutto il mondo alla ricerca delle modelle ideali. Le trova soprattutto a Praga, si chiamano Awa, Natasha e Eliska ma qualche volta hanno anche un nome italiano. Le fotografa senza veli e vende le foto on line. Filippo Sanò, 45 anni, in genere lavora all’aperto: spiagge assolate, boschi e giardini fioriti oppure ponti delle navi e gli angoli più isolati delle vie cittadine siciliane. «Sono all’opera alle 5 di mattina fino alle 10.30, per prendere la luce giusta ed evitare la presenza dei curiosi. Poi riprendo dopo le 17, fino a quando cala l’oscurità. Lavoro solo durante la bella stagione, sei mesi l’anno. D’inverno ho un’occupazione in un ufficio statale, che non intendo lasciare. Avere due lavori mi consente di assaporare con maggiore intensità la dimensione da “sogno” della mia attività di fotografo» spiega Sanò. La sua carriera fotografica inizia nel 2001, dopo una laurea in Scienze politiche e diversi anni di impiego nella pubblica amministrazione. «Ero stanco della routine, volevo mettere in gioco la mia creatività. Ma avevo già 37 anni: difficile reinventarsi, ripartire da zero. Internet in quel periodo era agli inizi, ma ho intuito subito le sue potenzialità: tutti potevano presentarsi senza bisogno di collaboratori o agenti di spettacolo. Così ho pensato di provare con la mia passione di sempre, la fotografia, nonostante fossi un autodidatta. Con due milioni di lire ho acquistato una macchina, aperto un sito e cercato contatti con associazioni di settore, per far conoscere il mio indirizzo web. Fino al 2006 l’accesso al sito è stato gratuito: in quel momento mi sono reso conto che il numero degli utenti era sufficiente per tentare la strada a pagamento. Così ho iniziato a proporre abbonamenti mensili a 26,95 dollari (19 euro circa) per entrare nel sito. Il primo mese si sono iscritti sette abbonati: oggi sono più di 100» prosegue Sanò.

La ragazza giusta? Quella dalla bellezza classica. «L’importante che siano disponibili a lavorare con serietà. Le più professionali sono le ceche: non si lamentano mai e sono disposte a rimandare il pranzo fino a quando il lavoro non è finito. Le loro tariffe partono da 300 euro al giorno. Ma il bello del mio lavoro è anche il rapporto amichevole che si instaura. Si vive insieme per qualche tempo in rilassatezza». Per qualcuno sarà difficile crederci, ma anche questa attività ha lati poco piacevoli. Confida Sanò: «La fase di post produzione, quando si scelgono gli scatti giusti e si eseguono i ritocchi, è molto faticosa: lavoro al computer otto ore filate. E gli attacchi da parte di hacker e truffatori informatici, che cercano di rubare password e foto, sono all’ordine del giorno. Ma forse l’ostacolo più grosso è quello della gelosia: è difficile trovare una compagna disposta ad accettare le mie assenze di lavoro in compagnia delle modelle».

INFO: www.photodromm.com

3. calciatore e testimonial (che abita in vetrina)

La sua casa è un appartamento da 300 mq in una delle zone più chic di Milano. Ha una governante che pulisce casa e una Porsche per andare in giro: Andrea Vasa, di professione calciatore, vive da febbraio completamente spesato in un loft-vetrina della boutique milanese Dirk Bikkembergs. Di vetro le pareti di alcune stanze, protette però da tende quando Vasa vuole una maggiore privacy: dotato di ogni comfort l’alloggio, con palestra, salotto, playstation… «Ho sempre vissuto in 40 mq in una zona più popolare della città, ora faccio la bella vita di un calciatore di serie A» spiega Vasa, che per diventare il testimonial vivente dello “stile Bikkembergs” ha superato otto colloqui psicologici e la concorrenza di dieci candidati. «Non pensate che vivere in vetrina sia come partecipare al Grande Fratello. Entro ed esco di casa quando voglio, senza obblighi di orario: posso trascorrere tutto il giorno a guardare la tv oppure assentarmi dal mattino alla sera: più volte gli amici sono passati senza telefonarmi prima e non mi hanno trovato. La casa è disposta su due livelli: sulla strada, al piano terra, si sviluppa su tre salotti mentre al piano superiore ci sono camera da letto, bagno, spogliatoio e palestra che confinano con la parte più lussuosa della boutique, dove passano meno clienti. Ogni tanto, quando sono al piano terra con le tende aperte, qualcuno bussa sulla vetrina. Sono una persona riservata, però questa popolarità mi piace. I ragazzini saltano la scuola per venire in boutique a chiedermi l’autografo e per strada la gente mi riconosce: mi sembra tutto ancora così strano. Ma il vero sogno è che questa esperienza mi dà l’opportunità di vivere giocando a calcio. Mi sono trasferito a Milano dalla Sardegna alla ricerca di un ingaggio calcistico. Ma per sbarcare il lunario ho dovuto cercare delle alternative, dalle serate da deejay ai servizi fotografici come fotomodello». Di natura psicologica le selezioni che Vasa ha superato per “vivere in vetrina”. «Mi facevano domande per capire come avrei reagito in una casa esposta agli sguardi della gente. La domanda più curiosa è stata: “Se incontri una ragazza che ti piace cosa fai, la porti in vetrina?”. Ho risposto pensando a quali sarebbero state le reazioni della ragazza, non le mie. Anche il mio stile di vita è stato esaminato: mi chiedevano se ero una persona che tirava sempre tardi, se alzavo spesso il gomito… Vivere sotto gli sguardi altrui può essere difficile, perché devi sopportare una pressione psicologica particolare. Due giorni dopo il mio ingresso nella casa ho fatto il mio “battesimo del fuoco”: era il mio compleanno e ho organizzato in vetrina un aperitivo con gli amici. Ora la mia giornata si divide tra gli allenamenti in campo e in palestra, le partite e l’impegno per la Bikkembergs, cioè servizi fotografici, partecipazione a eventi… Il futuro? Il progetto non prevede un limite di tempo, ma gli organizzatori mi assicurano che sarò io a stancarmene, a chiedere di lasciare la casa. Sarà… per ora, sembra davvero difficile crederlo» conclude Vasa.

INFO: www.bikkembergs.com

4. addestratrice di delfini

«Il mio lavoro? Richiede molti sacrifici e non fa diventare ricco, ma regala emozioni fortissime. Quando deve nascere un piccolo di delfino, non ci muoviamo dal delfinario per un mese: stiamo qui giorno e notte, dormendo su brandine di fortuna che mettiamo negli spazi vicini alle vasche. Assistere al parto è emozionante e può salvare una vita: le madri più giovani non sanno come aiutare i neonati troppo deboli per nuotare, che precipitano sul fondo e rischiano di morire» racconta l’addestratrice Barbara Marchiori. Pluriennale la sua esperienza tra i pesci mammiferi. «Ho iniziato 20 anni fa, per caso, perché il delfinario era a corto di personale. Da subito mi è sembrato un sogno: studiavo all’Isef ma adoravo tutti gli animali e all’amministratore che mi chiedeva quanto volessi di paga stavo per rispondere: “Lavoro gratis!”. Dopo l’assunzione, per mesi non sono riuscita a parlare con mia madre, contraria a questo impiego. Mio nonno invece mi prendeva in giro e mi diceva: “Ma chi pensi di essere, Moira Orfei?”» ricorda Marchiori. La sua giornata inizia alle nove di mattina, quando va nella “cucina” del delfinario per stabilire la dieta degli animali: ciascuno di loro ha bisogno di un menu personalizzato, a seconda dell’età e dello stato di salute. Il resto della giornata è trascorso in piscina, a contatto con i delfini, per l’addestramento e gli spettacoli. «In estate ci sono quattro-cinque esibizioni al giorno, a volte anche serali. In inverno invece il delfinario è chiuso e la giornata di lavoro è più corta, scandita dalle ore di luce. L’emozione è la regola quotidiana: la mattina, quando arrivo in piscina, i delfini mi si avvicinano per salutarmi e mi accarezzano i piedi con le pinne e io provo le stesse sensazioni di una madre che abbraccia i figli. Se qualcuno di loro sta male, è come se una persona della mia famiglia avesse delle difficoltà. Indescrivibile poi il dolore che provo quando uno di loro muore» confessa Marchiori. Sbaglia però chi immagina i delfini come animali sempre di buon carattere, pronti a scherzare e a ubbidire. «Soccorrono chi sta male in acqua, uomo o delfino che sia. Ma la loro natura è molto più complessa di quanto si pensi. I loro gruppi sono molto gerarchici, il maschio dominante è superiore a tutti e spesso dimostra aggressività nei confronti dei piccoli, considerati l’ultima ruota del carro. La lotta per il potere avviene senza esclusione di colpi: facile notare graffi e morsi sulla pelle di ogni esemplare. Le madri sono dure con i piccoli, i maschi nervosissimi e a volte pericolosi per l’uomo nel periodo della riproduzione» sottolinea Marchiori. I delfinari moderni controllano con scrupolosità l’acqua delle vasche, garantiscono aree ampie per gli animali e si avvalgono della collaborazione di studiosi e veterinari. «L’intelligenza di questi cetacei è nota: basti pensare che riescono subito a ripetere i salti acrobatici che vedono fare agli altri. Più difficile invece far ricordare loro i segnali con le mani che ordinano quale salto fare: sono circa 80 e gli esemplari più vecchi hanno memoria corta. Il premio che si aspettano dopo aver fatto un bel salto? È diverso per ciascuno, a seconda della personalità. Qualcuno vuole un pesce, un altro preferisce che gli si spruzzi dell’acqua sui denti oppure che gli si gratti la pinna… Dopo un po’ si impara a conoscerli e si diventa di famiglia. Certo, ci sono momenti più duri: i miei piedi sono perennemente a mollo, le mani sempre ghiacciate per il freddo perché sto tutto il tempo alle vasche. Ma non potrei mai lasciarli. Del resto, che altro lavoro potrei fare? Non so nemmeno accendere un computer» confida Marchiori.

5. in giro per il mondo, scrivendo libri e articoli

Dal 2004 a oggi, ha visitato 70 Paesi e 6 continenti in stile “saccopelista”. I suoi viaggi sono diventati poi reportage. Il suo libro Vagabonding, in cui racconta come muoversi senza limiti di tempo, è un bestseller internazionale. Rolf Potts, 38 anni, di mestiere fa il nomade professionista. «Chiunque lavorasse per otto mesi pulendo i cessi, avrebbe abbastanza denaro per attraversare la Cina in moto e, nel caso in cui non possedesse una moto, altri due mesi di ramazza gli permetterebbero di comprarsela una volta in Cina» afferma Potts, che consiglia a chi volesse diventare “nomade professionista”  di lasciar cadere le catene dello stile di vita consumistico a favore della ricerca della libertà. «Dopo la laurea ho girovagato per otto mesi negli Stati Uniti, dormendo in un camioncino Volkswagen. Il mio tentativo di vendere un libro di viaggi è stato un fiasco e così, completamente al verde, sono andato in Corea per un paio d’anni, dove ho insegnato inglese per guadagnarmi da vivere. In quel periodo ho migliorato il mio stile giornalistico e sono riuscito a pubblicare i primi racconti. Allora mi sono rimesso sulla strada, in Asia e in Europa» ricorda Potts. Il suo punto di svolta si deve a Leonardo DiCaprio, all’epoca della lavorazione del film The Beach ambientato in Thailandia. «La pellicola parlava di viaggi, così ho cercato di intrufolarmi sul set delle riprese. Il mio tentativo è stato un fallimento completo, ma l’articolo che ne ho ricavato ha conquistato la copertina di una rivista e nel 2000 si è guadagnato la pubblicazione nella raccolta annuale dei migliori reportage di viaggio americani. Riconoscimenti che mi hanno aiutato a ottenere un contratto per una rubrica su un mensile di viaggi e l’attenzione da parte di varie testate, che mi hanno proposto alcune collaborazioni» prosegue Potts, che ha vissuto mille avventure, dai corsi di sesso tantrico in India alla stesura di carte geografiche nel Laos. «La magia di un viaggio sta in ciò che avviene quando si è sul posto. Bisogna essere aperti nei confronti dell’imprevisto e liberarsi dalla tirannia delle aspettative. Per questo scelgo le mie mete seguendo l’istinto. E dopo l’arrivo, cambio sempre itinerario a seconda di cosa mi capita e dei suggerimenti delle persone del posto» rivela Potts. Mille anche le sue disavventure: dal furto subito in Turchia dopo essere stato drogato alla giornata di marcia solitaria nel deserto libico, una volta rimasto senz’acqua fino agli equivoci linguistici nei paesini cambogiani visitati senza frasario. «Difficile dire quale sia la mia nazione preferita perché in ogni luogo che ho visto mi è piaciuto qualcosa. Il Myanmar continua però ad affascinarmi, così come gli spazi della Patagonia e le città di Parigi e New York. Certo, sono felice di avere l’opportunità di vedere il mondo, ma la parte migliore del mio lavoro è al di là del viaggio il racconto della ricchezza e della complessità della vita» commenta Potts. «I guadagni? Scrivere di viaggi è un bellissimo lavoro, ma non assicura necessariamente un buon reddito. E credo che si scelga questa attività per la ricchezza delle esperienze, non per quella del conto in banca». INFO: www.rolfpotts.com

6. criminologa

Capelli biondi lunghi oltre le spalle e occhi verdi: la criminologa Roberta Bruzzone è stata soprannominata la “Barbie” della scena del delitto, ma ormai lei non ci fa più caso. «Punto tutto sulla professionalità: dopo 10 minuti, chi parla con me si dimentica addirittura che sono una donna. E del resto, la determinazione è una delle mie caratteristiche più evidenti» commenta Bruzzone. Ma perché ha scelto questa professione? «Avevo cinque anni e mi avevano detto che in una casa colonica abbandonata dei dintorni si svolgevano fatti inadatti ai bambini. Con degli amici ho organizzato un sopralluogo ma, una volta entrati nella costruzione, ci siamo persi nei corridoi di quel grande caseggiato in disuso. La nostra assenza è stata notata subito notata dai miei genitori, che in breve si sono preoccupati e sono venuti a cercarmi. Il risultato è stato una settimana di punizione, ma a me non importava perché ero riuscita a verificare di persona che quanto mi era stato detto non era vero. Faccio risalire a quel primo episodio la passione per l’analisi sul posto, la ricerca della verità dei fatti e di un colpevole da assicurare alla giustizia» ricorda Bruzzone. Nasce così un progetto di vita che, fin dai 14 anni, la spinge a lavorare nelle pause estive come cameriera in bar, alberghi e ristoranti per pagarsi gli studi e che, dopo la laurea in Psicologia, le fa attraversare l’oceano Atlantico per volare a Quantico, nello Stato americano della Virginia, dove frequenta i corsi di specializzazione dell’Fbi. «La criminologia è una disciplina ampia, io mi sono specializzata nell’analisi della scena del crimine» spiega Bruzzone, che nella sua attività di profiler, cioè di psicologo investigatore, avvia la ricerca dal luogo del delitto per capirne la dinamica e definire un possibile identikit del colpevole. L’arma usata, il luogo, la tempistica e altri dettagli infatti sono considerati utili per capire il tipo di personalità di chi ha compiuto il crimine. «Questo lavoro è paragonabile alla soluzione di puzzle: ma io non posso vedere da subito l’immagine finale, e quindi non so quali siano i pezzi mancanti. Per esempio: se il delitto è avvenuto tra le mura di casa è normale trovare tracce dei familiari. Ma come capire se loro possono essere coinvolti nel crimine? Bisogna sempre dare il massimo per evitare di compiere passi falsi e, magari, incolpare un innocente. Io sono solita dire che entro in un caso “con tutte le scarpe” e per questo spesso non dormo la notte. La concentrazione è massima e non mi abbandona mai: una volta ho capito come un assassino era riuscito a trascinare la vittima mentre ero con amici che, per giocare, si inseguivano e si lanciavano degli oggetti. Risolvere un caso dà soddisfazione: poter mettere a frutto le mie competenze e arrivare alla verità mi dà la forza di andare avanti. Questo non è un lavoro con cui si diventa ricchi. Anzi, le spese da sostenere sono molte, dall’aggiornamento continuo dei macchinari usati per i rilevamenti ai corsi di specializzazione necessari. Ma il primo investimento è quello che si fa da studenti: suggerisco a chi ha il pallino della criminologia di frequentare corsi all’estero, negli Stati Uniti oppure in Francia, in Germania o in Inghilterra. Loro, in questo campo, sono un po’ più avanti di noi» conclude Bruzzone.

7. direttore della rivista Rolling Stone

«Ho sempre amato la musica. Quando avevo 11 anni stavo alzato fino alle due di notte per leggere la stampa del settore musicale e ascoltare le stazioni radio britanniche. Ma non pensavo che la musica sarebbe diventata la mia attività, e così mi sono laureato in Legge: la tesi sul Diritto d’autore mi ha permesso di trovare lavoro presso la casa discografica di Caterina Caselli, dove ho lavorato per molti anni. In modo inaspettato mi è stata proposta la direzione della rivista Rolling Stone: ho accettato perché, pur non avendo esperienza, avrei potuto contare sulla mia passione per la musica e  per la scrittura». Carlo Antonelli, 44 anni, dirige dal 2003 la rivista cult per tanti giovani. Molti gli aneddoti legati alla sua professione. «Ve ne racconto uno divertente. Il cantante Ligabue è molto riservato e non ama parlare di sé. Una sera, per pubblicare su Rolling Stone un’intervista più frizzante del solito, lo abbiamo invitato a una serata “alcolica” in Val d’Aosta: confidavamo che, una volta alticcio, avrebbe vuotato il sacco. Peccato che lui regga l’alcol come nessuno… Risultato: zero intervista e un doposbornia durissimo per noi. Ma c’è dell’altro. La gente mi chiede sempre se sono anche il proprietario dell’omonimo locale milanese. E mi è stato addirittura domandato se faccio parte del gruppo di Mick Jagger: chissà mai in quale ruolo…» scherza lui. La sua giornata inizia alle otto di mattina e si svolge tra molti appuntamenti, spesso al di fuori della redazione e organizzati a un tavolo di ristorante o nell’ora dell’aperitivo. «Il mio ruolo richiede un impegno totale, perché il divertimento degli altri per me è lavoro. Non c’è film a cui assisto, fotografia che guardo, concerto che ascolto o persona che incontro che non abbia a che fare con il lavoro. I vantaggi? La libertà negli orari e mille emozioni» conclude Antonelli.

8. organizzatore di safari in Africa

«Ogni mattina posso toccare e annusare l’Africa, vedere orizzonti liberi, guardare le cascate del lago Vittoria, alte 250 metri, scegliere quale sentiero percorrere tra la vegetazione. Elefanti, coccodrilli, ippopotami, leoni, zebre, bufali: la vita selvaggia è al centro dei miei safari» racconta Riccardo Garbaccio, gestore del Kanyemba Lodge (www.kanyemba.com), resort situato sulle rive del fiume Zambesi, nello Zambia, nel cuore dell’Africa centromeridionale, e organizzatore di escursioni in canoa e a piedi.

«È bello partecipare alle emozioni di chi vede per la prima volta un gruppo di elefanti che si abbeverano alle sponde del fiume, o l’adrenalina e il terrore di un ragazzo che cattura all’amo un pesce tigre» racconta Garbaccio. Lui il suo lavoro “da sogno” se l’è conquistato combattendo contro mille avversità e tornando in Africa dopo la laurea in Ingegneria in Italia. «Ho acquistato un appezzamento di terreno e sono partito da zero: a 27 anni mi sono ritrovato in un posto sperduto, a 200 km dalla città più vicina, da solo, a costruire il mio sogno. Dormivo sotto una pianta con solo una zanzariera e un materasso, senza corrente né acqua e per lavarmi dovevo andare alle rive dello Zambesi, noto per i tanti coccodrilli che vi nuotano. Realizzare il mio sogno è stato faticoso, stressante, frustrante e complicato, ma anche appagante a livello umano e finanziario» ricorda Garbaccio. Il suo lodge, composto da chalet di materiali ecosostenibili e circondato da alberi di mango e acacia, oggi offre tutti i comfort, dalla piscina alla biblioteca, dal servizio di lavanderia alla connessione di posta elettronica. «Il Kanyemba è una vera azienda, e in alcune giornate devo restare inchiodato alla scrivania per occuparmi delle scartoffie. Ma mi appaga molto essere riuscito a costruire un luogo in cui uomini e animali convivono in sintonia e in modo ecosostenibile. Non c’è denaro al mondo che potrebbe rendermi più soddisfatto di quanto sia oggi» commenta Garbaccio.

9. trader on line

Lavora da casa, gestendo i propri orari in piena autonomia e guadagnando bene. Emilio Cortese fa il trader borsistico on line. «Ho iniziato a interessarmi a titoli e azioni nel 2000, quando la finanza era in grande fermento. Avevo un’azienda elettrotecnica e il lavoro non mi mancava, ma volevo mettermi alla prova e capire le mie potenzialità di guadagno con la Borsa. Così ho investito 1,5 milioni di lire per acquistare un computer e mi sono messo a comprare titoli. All’inizio è stato un disastro: ho acquistato le azioni eBiscom a 140 euro e le ho rivendute a 70, e lo stesso mi è capitato con altri titoli. Nei primi tempi non capivo come fosse possibile guadagnare con il trading: così ho deciso di mettermi a studiare seriamente. Poco per volta sono riuscito a invertire rotta e raccogliere i primi guadagni» ricorda Cortese. Ma quello che per alcuni anni sembrava destinato a rimanere un hobby delle ore serali e delle pause di lavoro, con il passare del tempo si è trasformato in un’attività a tempo pieno. Prosegue Cortese: «Ho chiuso la mia impresa elettrotecnica, strangolata dalla concorrenza della grande distribuzione. Oggi la Borsa è la mia esclusiva fonte di reddito. Mi alzo alle sei di mattina: dopo un caffè veloce ascolto le notizie e individuo i quattro-cinque titoli su cui lavorerò in giornata. Siedo al computer fino a mezzogiorno, poi mi concedo un paio d’ore di pausa. In genere riprendo alle due di pomeriggio e spengo il terminale alle cinque, ma se lavoro con Wall Street sono impegnato fino alle otto di sera. Rispetto al passato sono molto più tranquillo, perché sono io a decidere gli sviluppi della mia attività e fatturo più del doppio rispetto a quando ero elettrotecnico, ma questo non ha cambiato il mio tenore di vita. La solitudine del lavoro al pc non mi pesa, né la velocità tipica del mondo finanziario. Piuttosto, sono felice di essere operativo in ogni luogo: pochi mesi fa a mia moglie è stata offerta occupazione in un’altra regione e, senza esitazioni, abbiamo potuto traslocare. Ormai sono libero dal timore di perdere il lavoro» conclude Cortese.

10. astronauta

È la prima donna astronauta italiana. Samantha Cristoforetti, 32 anni, vedrà la Terra dallo spazio, dietro il finestrino della stazione spaziale Iss, che orbita a 380 km dal nostro pianeta a una velocità di 28mila km l’ora. Tra quattro anni potrebbe camminare sulla Luna. «Mi sento privilegiata, perché sono riuscita a realizzare un sogno nato 20 anni fa, quando mi entusiasmavo leggendo le avventure del Corsaro Nero, Sandokan e Star Trek. È stato quel senso del meraviglioso e del fantastico, dell’esplorazione nell’ignoto, che ha acceso in me il desiderio di conoscere lo spazio che ci circonda» spiega Cristoforetti. Per essere inclusa nel team dell’Esa ha superato una serie di test psicologici e fisici della durata di quasi un anno, a cui hanno partecipato oltre 8mila candidati di 17 Paesi: prove per testare le sue reazioni agli imprevisti, dalla claustrofobia, alla mancanza di privacy. Confida Cristoforetti. «Ora inizia la parte difficile: la missione. Già pregusto il brivido di partecipare a un’impresa così complessa». Gli addestramenti di base, della durata di 18 mesi, si svolgeranno a Colonia (Germania), in Russia e negli Stati Uniti: sono poi previsti altri due anni di preparazione, perché a ogni ora da trascorrere nello spazio corrispondono centinaia di ore di training a terra. Cristoforetti ha una laurea in Ingegneria e una in Scienze aeronautiche. Parla inglese, tedesco, francese e russo.  «Non ho mai pensato a tutte le rinunce, i sacrifici e l’impegno necessari ad arrivare fin qui perché lavorare in team con tanti scienziati e appassionati di astronomia riesce a trasmettere un’energia e una carica particolari» commenta Cristoforetti.

Vivo da Re

Ecco come realizzare i propri sogni, secondo Roberto Re, l’Anthony Robbins italiano, fondatore e presidente di Hrd Training Group

È autore del bestseller Leader di te stesso (Mondadori) e uno dei formatori in Italia che conta il più alto numero di partecipanti ai suoi corsi (oltre 200mila in 20 anni di esperienza). Con Roberto Re, personal coach ed esperto di formazione individuale e aziendale (www.robertore.com), abbiamo discusso di questa storia di copertina e della possibilità di realizzare nel lavoro o nell’impresa i propri sogni.

Le persone raccontate in questa pagine sono state fortunate?

«Raramente nella vita conta sola la fortuna. Certo una serie di circostanze fortunate devono esserci ma non basta solo crederci. Non è vero che “volere è potere”. È vero invece il contrario: chi non prova a concretizzare i propri desideri non li raggiungerà mai. La fortuna può aiutarti in qualche circostanza ma bisogna essere bravi a mantenerla nel tempo. E ci vogliono strategia e capacità. Molte persone attribuiscono alla fortuna un ruolo eccessivo per nascondere le proprie responsabilità. Non riescono a realizzare i propri desideri e pensano che chi ci è riuscito l’ha fatto per una serie di fortunate coincidenze, ma non è così».

Qualcuno potrebbe obiettare che non bastano le parole di un motivatore per cambiare il proprio destino. Conosci quel detto siciliano “Chi nasce tondo non muore quadrato…”?

«Conosco bene questo genere di persone. Parlano per ignoranza. Ottenere un successo significa saper centrare una serie di cose fra cui avere la giusta mentalità e sapersi gestire emotivamente. Molti temono il successo più del fallimento, per le responsabilità e le pressioni che sono legate a un ruolo più alto. E non accettano il prezzo che ne consegue: pressioni, invidie, paura di perdere ciò che si è raggiunto… Ma rinunciare a fare il massimo per inseguire le proprie aspirazioni, purché ragionevoli, equivale a dimenticare una parte di sé. Il mio mestiere, come quello di una rivista come la vostra, è aiutare le persone a tirare fuori il loro potenziale. Io insegno a gestirsi e conoscersi. A un atleta serve un preparatore atletico e così a molte persone può essere di aiuto chi, come un coach, aiuta ad affinare le risorse mentali. Certo è che i risultati anche per questo mestiere dipendono da come lo si fa…».

Ci sono chiavi di lettura che ci fanno capire di essere sulla strada giusta? Nel tuo caso fare il formatore era il tuo “lavoro da sogno”?

«Non avrei mai pensato che questa sarebbe diventata la mia attività e a questi livelli. Da piccolo non sapevo che cosa volevo fare da grande. Avevo però in mente di fare qualcosa di speciale. Poi mi è capitato di iniziare questa attività e ho capito che era quello che volevo. E mi ci sono buttato a capofitto senza risparmiarmi, investendoci tutto me stesso, tempo e denaro. Per questo, credo che il “lavoro da sogno” lo puoi scoprire anche per caso. L’abilità è riconoscerlo. E sono le sensazioni che provi, la voglia di non smettere mai di lavorare e la passione a farti capire che sei sulla strada giusta».

Quando decidere invece di mollare?

«La dote principale di chi ha successo è la consapevolezza. Se io voglio fare il comico e non faccio ridere nessuno devo capire che è meglio cambiare strada. Purtroppo alcune persone non riescono a vedersi dal di fuori e si comportano ottusamente. Hanno idee o progetti velleitari ma sono convinti che quella è loro missione. E se non ci riescono danno la colpa agli altri, al mondo, mai a se stessi. Nei miei corsi cerco di insegnare a osservarsi e valutarsi obiettivamente».

Non sempre è facile quando sei un imprenditore e il mercato ti gira contro, hai debiti da pagare e le banche non ti finanziano…

«I grandi imprenditori sono anche coloro che hanno un sesto senso. Un intuito che li fa andare avanti contro tutto e tutti perché sanno che potranno ribaltare le circostanze. Penso a Walt Disney, fallito innumerevoli volte e con oltre 300 banche che gli avevano respinto qualsiasi prestito. Eppure è riuscito a realizzare non solo il suo sogno ma anche quello di tantissime generazioni… Conta la componente mentale, la capacità di gestire gli stress e resistere alle pressioni. Se la stoffa è buona alla fine si vede».

Il mondo è pieno anche di gente che rinuncia a realizzare i propri sogni. Li riconosci perché criticano tutto e tutti, si dichiarano insoddisfatti del proprio posto di lavoro ma poi sono sempre lì…

«Sono i peggiori. Studiano, elaborano, criticano ma non agiscono mai. In compenso ne sanno sempre più degli altri. Sono come quelli che discutono animatamente di calcio ma non hanno mai tirato nemmeno un rigore. C’è una citazione che dice: “I falliti si dividono in due categorie: quelli che hanno agito senza pensare. E quelli che hanno pensato senza agire”. Senza azione… e strategia non c’è possibilità di realizzare alcunché».

Nella tua attività ci sono

stati momenti in cui hai pensato di mollare tutto?

«Non ho mai pensato di mollare, per quanto ci sono stati momenti anche molto difficili. Ma mi sono fatto sempre il “culo” per affrontare tutte le difficoltà. Nel mio mestiere è molto importante essere coerenti. Non puoi andare in giro a insegnare la leadership e poi hai in ufficio una sola segretaria che nemmeno ti ascolta. Ho imparato ad avere una mentalità imprenditoriale, creare un’organizzazione, capire le mie lacune e colmarle (anche grazie a collaboratori bravi) e copiare il meglio dalle migliori organizzazioni che vedevo nel mondo».

Maria Spezia, Millionaire 7-8/2009

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