Il re buono dello swing

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Arriva da Vancouver il giovane fenomeno che ha rilanciato il genere musicale del momento. Alle sue spalle? Anni di gavetta e un nonno idraulico che lavorava gratis per i musicisti che facevano cantare il nipote.  Incontro con Michael Bublé

Milano. Sono circa le quattro e mezzo di giovedì 27 gennaio. Sto finendo di ascoltare il nuovo album del cantante canadese Michael Bublé. Nell’ultimo brano You and I, la sua interpretazione è particolarmente intensa. Mi viene all’improvviso un groppo alla gola: era da tanto tempo che non mi capitava. Intendo quel brivido che ti sale lungo la schiena, quel magico istante in cui ti accorgi che la canzone che stai ascoltando, ti segna come fosse un pezzo di una “tua” colonna sonora, un momento particolare della tua vita che ricorderai a lungo. Guardo dalle finestre dell’undicesimo piano. Sto aspettando, con altri giornalisti, l’arrivo di Bublé per l’intervista. E’ la seconda volta che lo incontro in Italia. Lui è diverso da tutti i personaggi che ho intervistato: con lui non è solo lavoro. Bublé è un amico che ho lasciato appena dopo il suo trionfale concerto alla Royal Albert Hall di Londra. C’è chi l’ha definito il nuovo Frank Sinatra. Non saremo noi a dire se lo sia oppure no. Ma i numeri per diventare uno dei più importanti interpreti dei prossimi anni, beh… lui ce li ha tutti. Michael entra silenzioso, all’improvviso. Sono di spalle e non mi accorgo subito del suo ingresso. Si dirige verso di me e mi abbraccia forte. Poi si siede e inizia così l’intervista. Il tono è, come sempre, simpatico e colloquiale.

Dopo aver venduto quattro milioni di copie, con che spirito affronti il nuovo album?

«Molta paura. Le aspettative all’uscita del primo album erano piuttosto basse: sarei stato felice di vendere 100 mila copie. Quando poi ho visto le cifre lievitare, ho avvertito la pressione di dover fare, la seconda volta, un album migliore. Negli ultimi due anni questo è stato il mio primo pensiero al mattino e l’ultimo prima di addormentarmi. Così, il giorno che abbiamo finito tutto il lavoro di produzione, per ascoltarlo, ci siamo ritrovati in studio con il mio produttore David Foster. Solo in quel momento la mia paura è diventata entusiasmo. Abbiamo salvaguardato una certa continuità, non abbiamo voluto allontanarci troppo dal primo album, ma il prossimo sarà un album Heavy Metal (ride, ndr)».

Oltre a interprete, sei anche compositore: eppure, nel tuo album hai inserito una sola canzone, Home…

«Ho scritto molti brani lungo la mia carriera. Ma so che tanti hanno acquistato il mio album precedente perché cercavano quelle canzoni che li avevano emozionati. Ho inserito così solo un mio brano. Giusto per mostrare il mio lato di compositore. Non provo alcuna vergogna nel ritenermi un interprete di grandi canzoni».

A chi è dedicata Home e dove l’hai scritta?

«A Roma. Sotto la doccia. Mi mancava la mia famiglia e una ragazza… So di essere fortunato, non fraintendermi. Ma alcune scelte comportano anche delle rinunce. E nel mio caso significa rinunciare a stare con le persone che più amo. Negli ultimi due anni, fra concerti e registrazioni, ho passato con la mia famiglia otto giorni. E per me è troppo poco. Durante la mia prossima tournée, negli Stati Uniti, organizzerò un pullman che permetterà ai miei familiari di seguirmi. Così potranno vedere quanto devo lavorare duramente e forse mia mamma smetterà di dirmi “Michael, sei così fortunato!”».

Ti senti spesso solo?

«Nel corso dell’ultimo anno ho capito che la fama e il successo non sono reali. I fan, gli autografi, la gente che grida sono una delle cose più esaltanti che si possono provare. E’ fantastico cantare davanti a un pubblico che ha pagato per ascoltarti, usando soldi che magari ha faticato a guadagnare. Così la cosa più deprimente è quando tutto questo finisce. Un attimo prima sei sul palco fra il delirio della folla e poco dopo sei da solo, seduto su un sedile dell’autobus, di nuovo in viaggio. Forse è questa la ragione per cui molti artisti soffrono di depressione e si danno all’alcool e alla droga».

Come è nata l’idea di interpretare Quando quando quando con Nelly Furtado?

«Tony Renis ha insistito perché la inserissi. In realtà, è una bellissima canzone e la mia versione preferita è quella di Englebert Humperdink. Ma io volevo farla in un modo più soft, più personale, più vicino alla sua vera origine e così è diventata una romantica bossa nova. Abbiamo poi scelto Nelly Furtado perché è una cantante migliore di Tony Renis (imita Renis, ndr)… Non è vero, sono un grande fan di Tony. Ho voluto lei, perché è bella, brava, versatile, conosciuta nel mondo, sa cantare in inglese e in portoghese. Nelly però è andata oltre ogni aspettativa. Quando l’abbiamo sentita, siamo rimasti veramente stupiti».

Con un passato da attore cinematografico e di musical, prevedi di tornare a Hollywood?

«Questo è il mio ultimo disco, perché ho deciso di rimettermi a fare l’attore (ride, ndr)… No, sto scherzando! E’ un rischio troppo grosso. Stare quattro mesi a girare un film sarebbe un grande errore per me. Vorrebbe dire uscire di scena».

Sai già quando tornerai in Italia per il tuo tour?

«Probabilmente in estate. In Italia, lo scorso anno, mi sono trovato benissimo. E’ un Paese fantastico e io mi sento profondamente italiano. I miei nonni materni sono rispettivamente di Treviso e di Pescara, ma anche mio padre ha origini italiane. L’anno scorso ho visitato anche la frazione Carrufo di Villa S. Lucia, luogo nativo di mia nonna Iolanda, appena fuori Pescara. E’ un posto splendido. Mi piacerebbe fare un concerto lì, proprio per pubblicizzare il paese».

Che musica ascolti?

«Sono cresciuto con Michael Jackson, gli Ac Dc, i Beastie Boys, Alanis Morissette, Sheryl Crow. Bryan Adams poi mi piaceva moltissimo. Sono anche un fan di Jamie Cullum, è fantastico».

Perché hai scelto Can’t buy me love dei Beatles e non un altro brano?

«Adoro i Beatles e il loro modo di scrivere melodie che ti rimangono impresse con tre accordi. E’ la forza delle grandi canzoni pop. Abbiamo scelto quel brano perché non volevamo essere banali. Abbiamo provato a reinventarlo. La mia grande soddisfazione è stata quando ho fatto ascoltare la mia versione a un amico che ha detto: “Conosco questa canzone, ma non so di chi sia”».

Quanto jazz c’è nella musica che fai?

«Il mio repertorio è quello dei grandi standard, ma anche quello delle belle canzoni pop. Amo le melodie, quelle più semplici, e amo instaurare con la gente un qualcosa di magico mentre interpreto un brano. Ma non sono un cantante jazz, né tanto meno un jazzista e non ho la cultura musicale di David Foster. E’ per questo che per me è stato importante lavorare con lui. E’ un arrangiatore straordinario e un produttore che ha una cultura pop incredibile. Alcuni dei miei musicisti sono dei veri jazzisti e ogni tanto mi fanno ascoltare dei loro assoli. Mi chiedono un parere, ma io non so che cosa dire. Non sono un cantante di swing come molti affermano: mi piace cantare belle canzoni di qualsiasi epoca. Perché le belle canzoni non muoiono mai».

Matteo Brancaleoni, Millionaire 3/2005

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