Il solex splende ancora

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Icona degli anni Sessanta e della gauche francese, la bicicletta diventata motorino torna sul mercato…

In principio era una bicicletta. Poi due ingegneri francesi le applicarono un motore e la trasformarono nel VéloSolex, uno status symbol e un successo commerciale durato trent’anni. Le menti di questa invenzione sono Maurice Goudard e Marcel Messesson, che agli inizi del Novecento fabbricavano radiatori e carburatori, ma lavoravano anche all’idea di un motore ausiliario di piccola cilindrata, che riuscirono a brevettare nel 1917. Bisognerà però aspettare fino al dicembre del ’40 per arrivare alla costruzione del primo prototipo: un motore a due tempi da

38 cmc di cilindrata montato su una Alcyon, classica bicicletta da uomo nera. Ancora qualche anno di migliorie e messe a punto, con una guerra di mezzo, e nella primavera del 1946 comincia la produzione, al ritmo di 15 ciclomotori al giorno, venduti a circa 13.500 vecchi franchi (più o meno 20 euro). Nel giro di due anni, i numeri aumentano in maniera esponenziale: nel ’48 si fabbricano 25 mila pezzi l’anno, mentre il prezzo sale di circa il 40%. Si stima che nel 1950 si vendessero 100 Solex al giorno e nel ’53 i rivenditori fanno ordini di 50 per volta. All’inizio della decade dei Cinquanta cominciano le modifiche nella meccanica e nella struttura della bici, che però rimane sempre dello stesso colore: nero. Nel 1966 viene lanciato il modello S3800, con migliori prestazioni in salita, mentre la velocità massima rimane sotto i 30 km/ora. Comincia il vero momento d’oro del VéloSolex, immortalato nelle foto di Henri Cartier-Bresson e nei film di Brigitte Bardot e di Jacques Tati. Da mezzo di locomozione adatto ai meno giovani, passa a essere il preferito degli studenti contestatori. Diventa moda, uno status symbol della gioventù alternativa francese, quella con l’eskimo verde e i gonnelloni a fiori, e di uno stile di vita bohémien. La produzione è in media di 300 mila pezzi l’anno, destinati a soddisfare non solo la richiesta del mercato nazionale, ma anche estero. Solo nel ’68 viene prodotto anche a colori: blu scuro o bordeaux, lo acquistavano le ragazze. Si avviava a pedali, rilasciando una levetta collegata a un decompressore; il caratteristico rumore del motore era a metà tra un mormorio e un sussurro; per partire al semaforo si mollavano le leve dei freni (quello anteriore era a pattini di gomma come sulle biciclette); il serbatoio teneva circa un litro di miscela al 3%, non c’erano clacson, né comandi cambio-frizione, né sospensioni. Nonostante il lancio di altri modelli “di lusso” e migliorati tecnicamente, il marchio comincia a risentire della concorrenza dei nuovi cinquantini, fino a cessare la produzione (in Francia) nel 1988. Scomparso, ma non dimenticato dai suoi fan e soprattutto dall’imprenditore francese Dominique Chaumont, che all’inizio di quest’estate ha lanciato un ciclomotore identico al Solex, essenziale e rigorosamente nero, ma con il nome di “Black and Roll”, poiché i diritti del marchio appartengono all’azienda francese Sinbar. Costa circa 900 euro.

INFO: http://solexin.free.fr

«io ce l’avevo»

«Siccome il battistrada delle gomme era tutto in tre solchi lineari e paralleli (senza intagli), la maneggevolezza era quella di una piuma, l’aderenza (soprattutto con la pioggia) pari a zero. Siccome in città il fondo stradale prevede buche rotaie tombini e il tuo VéloSolex gli ammortizzatori non sa neanche come si scrivono, per non perdere la testa non aspetti la legge del casco obbligatorio (arriverà dopo 30 anni) e te ne compri uno integrale (!) allo spaccio della fabbrica: 15 mila lire. Siccome era bianco ottico opaco, ci pitturi su il gruppo sanguigno e il fattore Rh. Così cambiano i valori.

Andando in Università, se trasportavi una ragazza sul portapacchi posteriore (una specie di graticola in lamiera stampata), il vigile che ti fermava ti faceva un verbale di 500 lire (un decimo dei tuoi redditi settimanali). Tu facevi il signore: pagavi, davi il VéloSolex alla ragazza e proseguivi a piedi».

M. L.

Cristina Galullo, Millionaire 9/2005

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