IMPRESA: si fa così

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Il re del venture capital italiano, Elserino Piol, racconta i segreti degli imprenditori di successo. E indica la via ai giovani

Lei ha scritto un libro sul caso Olivetti, Il sogno di un’impresa, perché?

«Perché gli imprenditori di oggi hanno molto da imparare dalla Olivetti. Da un lato, il buon clima aziendale, che portava a stimolare i contributi di tutti, a prescindere dal grado. Dall’altro, l’abitudine a innovare, a rischiare in attività nuove, a passare da un settore all’altro: meccanico, elettronico, telecomunicazioni».

Dopo 40 anni in Olivetti – fra Italia e Stati Uniti, marketing e tecnologia – è diventato imprenditore e venture capitalist. Quali le sue motivazioni?

«Il cambiamento è stato relativamente semplice, perché ho applicato quanto avevo imparato in azienda, rimanendo nello stesso ambito, quello del venture capital. L’aspetto più positivo è stato quello di aiutare nuove imprese e giovani imprenditori».

Come decide se finanziare un aspirante imprenditore?

«Dovendo far fruttare i soldi degli investitori, punto su aziende in grado di creare valore. Perciò servono realtà non solo innovative, ma anche capaci di monetizzare il loro successo, grazie ad acquisizioni o quotazioni in Borsa. Elementi fondamentali: il valore dell’imprenditore, la forza del business plan e la validità del management. Va tenuto conto anche della coerenza fra idea e mercato: più che idee innovative con target ridotti, si privilegiano idee meno innovative, ma rivolte a un pubblico più vasto. Infine, bisogna capire quale sarà lo scenario competitivo non tanto al momento del lancio dell’idea, quanto in quello del suo sviluppo».

Lei ha lavorato come manager con Carlo de Benedetti. Che cosa c’è da imparare da lui?

«Era incredibile per la rapidità con cui sapeva individuare i punti critici di un bilancio, come di un contesto aziendale. E anche per l’abilità nell’intervenire in modo deciso e tempestivo. Per cambiare le cose. O scappare da una situazione insostenibile. Da lui ho imparato molto, compreso l’atteggiamento mentale per cui anche l’imprenditore risponde sempre e comunque a qualcuno dei suoi atti. A se stesso».

A lungo lei è stato celebrato come il venture capitalist che ha creduto in Tiscali. E ora che il titolo è passato da 120 a 3 euro, che cosa ha da dire agli azionisti?

«Tiscali è andata sul mercato senza speculare. E’ stato il mercato a riconoscergli un notevole apprezzamento. L’imprenditore e il management hanno sempre mantenuto ciò che avevano promesso. Renato Soru è una persona eccezionale, con il senso della missione. Prima quella di aprire un’azienda in Sardegna, poi di creare una rete paneuropea. Lo ha danneggiato un raffreddamento delle banche. E ora che lui si è dato alla politica, l’azienda ha perso un notevole plus, ed è diventata una realtà più “normale”».

Che cosa direbbe a un giovane che ha il sogno di fare impresa, ma è privo di capitale?

«E’ una scelta che implica rinunce e sacrifici. Prima di cimentarsi nell’impresa, bisogna preventivare una buona preparazione culturale e qualche anno di “gavetta” in azienda. La mancanza di capitale è un freno, soprattutto nel settore dell’alta tecnologia. Attualmente la situazione è difficile: anche chi ha una buona idea rischia di restare al palo. Ma io mi sto dando da fare anche perché il venture capital finanzi sempre più imprese. E sono ottimista: entro un anno o due, le possibilità si moltiplicheranno».

Lucia Ingrosso, Millionaire 1/2005

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