Mettiti in gioco… giocando!

Laborplay

Laborplay è una startup innovativa fiorentina che si basa sull’integrazione di elementi tipici del mondo dei giochi all’interno di contesti organizzativi.

Laborplay
Andrea Mancini

Una startup innovativa fiorentina costituitasi nel 2015 che introduce gli elementi tipici del gaming all’interno di contesti organizzativi. Un team con un’anima accademica, ma allo stesso tempo con spiccata propensione al mercato e all’innovazione.
Startup sbocciata a Firenze e presente sul mercato da più di un quinquennio, Laborplay intende e utilizza il gioco proprio come un laboratorio esperienziale per facilitare l’apprendimento e i processi di selezione, formazione e partecipazione aziendale, servendosi delle tecniche più innovative.
L’obiettivo di Laborplay è analizzare e sviluppare le human skill attraverso un processo di natura ludica, con puntualità, scientificità e coinvolgimento, che si tratti di un grande evento di progettazione o di un “semplice” strumento di valutazione, di una ricerca di mercato o dello sviluppo di un modulo formativo ad personam. Il ventaglio di prodotti e servizi Laborplay è ampio e variegato come il numero di aziende, di ogni dimensione e settore, che hanno trovato in loro risposte alle proprie esigenze e soprattutto un costante valore aggiunto.
Con Andrea Mancini, uno dei 5 fondatori di Laborplay, abbiamo “giocato” a domanda e risposta per conoscere a fondo questa bella realtà italiana.

Come e quando nasce Laborplay?

«Nasce ufficialmente nel 2015, ma ufficiosamente già nel 2009, quando questo gruppo di lavoro si è formato e ha mosso i primi passi all’interno di un laboratorio universitario. Laborplay nasce dallo studio e dall’applicazione dei modelli teorici e dalla passione per il gioco in tutte le sue forme, dalla voglia di innovare e dal volerlo fare insieme e divertendosi».

Da cosa scaturisce l’intuizione del “gioco” come strumento?

«Il gioco è uno straordinario fattore di maturazione e, come sosteneva lo psicologo Lev S. Vygotskij nel 1966, contiene tutte le tendenze evolutive in forma concentrata ed è uno dei fattori principali di sviluppo. Il gioco libera gli oggetti dai loro vincoli, nel gioco gli oggetti non “suggeriscono” il comportamento del bambino, ma acquistano nuovi significati, il pensiero è separato dagli oggetti e l’azione nasce dalle idee più che dalle cose: un pezzo di legno comincia a essere una bambola e un bastone diventa un cavallo. Il gioco diviene così una fase di transizione nell’acquisizione di significati, e del linguaggio in particolare, attraverso cui il bambino crea situazioni nuove. Noi ci siamo solo limitati ad aggiungere che se tutto questo vale per i bambini, perché non dovrebbe più valere per gli adulti? Ma utilizzare il gioco in contesti organizzativi non è una nostra idea originale, già il prof. Enzo Spaltro negli anni 70 evidenziava l’importanza della partecipazione e della condivisione per facilitare l’apprendimento. Il gioco riesce a utilizzare, attraverso analogie, simulazioni e regole, le esperienze dirette dei giocatori come parte centrale dell’apprendimento. Dal canto nostro, possiamo vantare di aver esteso l’utilizzo del gioco non dalla formazione alla selezione del personale e di aver da subito pensato di utilizzare non solo il gioco analogico, ma anche il gioco digitale».

Quanto è importante il vostro retaggio universitario?

«È fondamentale. Università per noi significa validare scientificamente ciò che proponiamo alle aziende, significa un metodo rigoroso di osservazione dei comportamenti delle persone, significa appoggiarsi sulle spalle di oltre un secolo di modelli teorici che vedono nel “gioco” il principale strumento funzionale di conoscenza del mondo e delle sue regole».

Cos’è PlayYourJob, asse portante di Laborplay?

«PlayYourJob è la nostra suite di prodotti e servizi, più in generale è la sintesi di tutti i nostri sforzi. È una proposta modulare, totalmente adattabile alle esigenze delle aziende, applicabile sia in contesti di valutazione sia di sviluppo delle competenze trasversali. È il nostro PlayYourTest, un test “folle” che attraverso un’analisi di abitudini e preferenze di gioco, in meno di 10 minuti restituisce un profilo di competenze e, per uno screening agilissimo, un indice percentuale di aderenza ad un profilo ideale indicato dall’azienda. È PlayYourRole, le nostre aule (in presenza o in remoto) esperienziali in cui i partecipanti mettono in gioco le proprie competenze osservati e supportati dal nostro staff, ma è anche PlayYourBox, i nostri dispositivi a disposizione di quei clienti che hanno le risorse giuste per gestirli in autonomia. E da qualche mese è anche PlayYourSkills, la prima piattaforma di testistica videoludica! Perché utilizzare ancora i tradizionali strumenti “carta e matita” quando possiamo usare videogame?».

Il vostro team è omogeneo per estrazione, ma anche per coesione. Qual è il segreto per armonizzare ingredienti così diversi?

«Ci conosciamo da tempo, 20 anni fa studiavamo insieme nelle stesse aule che poi ci hanno visto insegnare a nuovi studenti che stanno diventando nostri collaboratori. È un ciclo ancora lontano dall’esaurirsi, è un percorso fatto di trasversalità di mansioni quanto di continua valorizzazione delle sfumature che ci differenziano».

Su quali aspetti e fasi Laborplay basa la sua attività?

«La nostra attività si basa sul cliente. Tutto ruota intorno a una puntuale analisi dei suoi bisogni, dei destinatari degli interventi, dei tempi e delle aspettative. Chiediamo feedback continui ed eventualmente aggiustiamo il tiro. Entriamo in una relazione profonda con loro, curiamo i dettagli senza lasciare nulla al caso».

A quali risultati siete approdati oggi?

«Quando sfoglio l’album dei nostri primi 5 anni e rivedo da dove siamo partiti e la strada che stiamo macinando, quali clienti abbiamo raggiunto e che progetti abbiamo realizzato, non posso nascondere un forte moto di orgoglio. Stiamo davvero facendo giocare le aziende italiane, stiamo davvero selezionando personale attraverso giochi e videogiochi, stiamo davvero sviluppando percorsi formativi gamificati. Sembrava follia, oggi è una realtà».

Qual è la marcia in più di Laborplay?

«Facciamo il lavoro che ci piace e riusciamo a trasferire questa passione. Siamo veloci e affidabili. Siamo leggeri e informali, mai superficiali, e proponiamo strumenti semplici da utilizzare, con la nostra presenza o in completa autonomia, nonostante la complessità delle ricerche che li hanno generati. I protagonisti dei nostri eventi non sono i nostri giochi, sono i giocatori».

Siete stati coinvolti in diversi progetti dalla Regione Toscana. Ce ne parli?

«Con le pubbliche amministrazioni negli anni abbiamo lavorato soprattutto nell’ambito del turismo, utilizzando metodi di progettazione partecipata. È una facilitazione che prevede la collaborazione dei vari attori di una comunità che, attraverso momenti di elaborazione ludica, vengono coinvolti nell’ideazione o nella realizzazione di un progetto comune che abbia ricadute positive sui partecipanti e il loro gruppo. Un metodo di lavoro che anche in azienda sa generare tante cose interessanti».

Quanto la vostra attività si modulerà sulle esigenze di una generazione, la Gen Z, legata a doppio filo al digitale?

«Il digitale sarà sempre più presente nei nostri prodotti e servizi, ma la nostra ambizione è più ampia: se intendiamo il gioco come forma di linguaggio universale in grado di colmare le distanze generazionali, la nostra sfida diventa mettere a fattore comune il know-how delle diverse generazioni in azienda, riuscendo a valorizzarle tutte all’interno di quello che Simon Sinek chiama “gioco infinito”. Un gioco non per vincere, ma per continuare a giocare (e crescere)!».

Quali sono i nuovi orizzonti di Laborplay?

«Innanzitutto capire, dopo questo assurdo 2020, cosa ci aspetterà nel 2021. Il prossimo orizzonte è rappresentato da percorsi di selezione e formazione in realtà aumentata o virtuale, con partecipanti che interagiscono come avatar su Marte come nella Cappella Sistina. Poi porteremo avanti la “battaglia” culturale sul gioco come strumento funzionale e sul valore del divertimento come deviazione dalle abitudini, come opportunità per volgere lo sguardo altrove e avvicinarsi alla parte più seria, più vera, di noi. Continueremo a fare rete e a divulgare con pubblicazioni importanti come la traduzione e l’adattamento di Gamestorming (già disponibile per il pre-order sul sito di Flacowski Editore) o Giocarsi, un testo a cura di Federica Colli, Fabio Viola e Carlo Meneghetti in uscita in primavera per Hogrefe Editore».

INFO: www.laborplay.com

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