Lo giuro: non sono una iena

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Dalla radio alla Tv. Dalla gavetta al successo. Terzo grado alla Iena televisiva, Andrea Pellizzari. Uno che, prima di fare il duro, ci pensa due volte

A quindici anni faceva il dj.

Lei è nato in radio?

«Volevo lavorare in una radio e sono andato a cercare il posto da cui spuntavano le antenne, in un paesino sperduto vicino a Udine. Ho suonato il campanello e mi ha aperto un ragazzo che conoscevo. Mi ha fatto visitare la radio. Me la cavavo coi mixer. E ho cominciato a lavorare lì».

Poi è arrivata la tivù…

«Ho sempre avuto il pallino dello spettacolo. A 18 anni facevo il presentatore e cercavo lavoro in una tivù musicale. A casa ho 14 mila dischi! A Match Music, per caso ho incontrato Fabio Volo. Non ci siamo mai separati per quattro anni. Fiorello ci ha trovato bravi e ci ha chiamato a Italia 1, per Le Iene»

Che cosa ricorda della prima esperienza con Fabio Volo e Simona Ventura?

«Il primo anno è stato tutto bellissimo. E il successo della trasmissione strepitoso. Io e Fabio eravamo una coppia insolita: aria stravolta, da giovani qualsiasi, arrivati dalla provincia. Gente normale. Simona all’inizio ci guardava con sospetto, poi si è creata una grandissima armonia tra noi. Partecipavamo alla stesura del copione, poi facevamo quello che ci sentivamo di fare».

Ricorda momenti difficili?

«Li vivo come esperienze utili, in ogni caso. Ma non posso dimenticare il mio primo servizio a Malpensa, quando avevamo chiuso Marco Berry, altra Iena, in una valigia per scoprire dove si perdevano i bagagli. Quando è uscito dalla valigia, volevano arrestarlo…»

Come nascono i servizi delle Iene?

«Il servizio parte da una segnalazione, dal web o da notizie d’attualità, oppure dalla nostra voglia di capire meglio qualcosa.

Il timore di fare del male c’è sempre: la telecamera è come un’arma, chi la usa deve tenere conto degli effetti che provoca. Noi ci occupiamo di casi che abbiamo scelto attentamente, su cui ci siamo documentati.

Solo dopo un’accurata verifica possiamo individuare se si tratta di veri raggiri.

Usiamo grandissima ironia, ma basta una parola sbagliata in un discorso perché scatti la querela per la Iena, l’autore, il direttore. E ricevere una querela è un’esperienza fastidiosa. Non ruberei mai un libro in biblioteca! Sono corretto: non faccio quello che non voglio sia fatto a me. Quando ho incastrato uno, posteggiando in seconda fila, e mi ha lasciato un bigliettaccio, sono stato male due giorni».

Uno dei suoi personaggi è Mister Brown: com’è nato?

«L’idea è venuta a me e all’autore Fabrizio Montagner: perché non facciamo una candid camera dove insegni l’inglese? Il bello è che io non so l’inglese. O meglio: non posso certo insegnarlo. I miei sono sketch comici. L’idea è stata unire le scene a un manuale per insegnare l’inglese. Il meccanismo è divertente».

Nudo nel calendario di un femminile nel 2003. Come è nata l’idea?

«Ho un buon rapporto col mio corpo che, insieme alla voce, è uno strumento di lavoro. Se serve, mi spoglio. Il calendario lo stava facendo un’amica e il contesto mi piaceva: uomini appena svegli».

Lavorare nello spettacolo l’ha arricchita?

«Se fatto seriamente, un lavoro nello spettacolo è serio e ben pagato. Ma non mi sono arricchito. Investo quello che guadagno in telecamere, attrezzi per il montaggio, dischi, libri e dvd. Mi piace possedere oggetti. E mi prendo due mesi l’anno di totale libertà: viaggio, vedo gente e posti nuovi, cresco. Mi sento in continua evoluzione non mi fermo e imparo».

Come spuntarla nel mondo dello spettacolo?

«Non è vero che devi essere un prepotente che scavalca gli altri. Per le donne è più facile fare carriera coi compromessi. Non è un caso che in Italia ci siano poche conduttrici e poche donne in ruoli di primo piano. Io ho avuto la fortuna di fare molte cose e poter scegliere. Sono io a decidere quali servizi fare e applico la mia etica. Anche se, in realtà, i compromessi sono all’ordine del giorno per tutti. E ci sono regole che, per non essere sopraffatti, infrangiamo quotidianamente».

Che cosa consiglia a chi vuol fare il suo mestiere?

«Scuole o corsi non servono a niente. Meglio analizzare le proprie qualità, le passioni. Fare spettacolo non vuol dire partecipare al Grande fratello. La fama passa, dopo poco tempo. Non bisogna accettare le scorciatoie. La gavetta è l’unica scuola vera. Le possibilità di lavoro ci sono: radio, tivù satellitari. Bisogna mettersi in gioco e suonare i campanelli. Milioni di persone mi dicono: fammi fare la Iena! Dietro c’è un percorso pazzesco. Io ci sono arrivato dopo 15 anni. Non succede niente per caso, ma soltanto dopo una preparazione accurata».

Se dovesse avviare una sua attività?

«Sono stato imprenditore: ho gestito locali da ballo, poi direttore artistico, poi pr. Sono anche autore, scrivo. Potrebbe funzionare una struttura di servizio per le radio e le tivù, per preparare location, musiche… M piacerebbe stare più dietro le quinte, essere più creativo. Magari avviare un ristorante: mi piace cucinare. Non ho paura della fatica! E cerco di mettermi in gioco continuamente».

Silvia Messa Millionaire 02/2005

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