Lo shopping? Lo faccio solidale

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Favorisce lo sviluppo dei Paesi arretrati. Fa fatturati. Piace. Il mercato equo e solidale si sviluppa sempre più. Perché fare la cosa giusta fa bene al cuore. E al portafoglio…

Mercato equo e solidale: è il commercio che ruba fatturati a quello tradizionale. Settemila prodotti venduti in 65 mila punti vendita nella sola Europa. Tremila e 500 lavoratori a tempo pieno e almeno 100 mila volontari. In tutta Italia aprono botteghe che mettono in vetrina, fra tè e caffè, giustizia e rispetto. Pacchetti con loghi accattivanti e dichiarazioni di intenti e metodi si trovano dappertutto. Fiere come “Fa’ la cosa giusta”, che si è tenuta a Milano a metà marzo, raccolgono pubblico e sponsor attorno ai temi del consumo critico e degli stili di vita sostenibili. In libreria arrivano testi come L’avventura del commercio equo e solidale di Max Havelaar e La crisi di crescita. Le prospettive del commercio equo e solidale (Feltrinelli Editore). Persino l’Università si occupa del mercato alternativo: a Milano, Giampaolo Barbetta e Patrizio Tirelli, economisti alla Cattolica e alla Statale (Bicocca), hanno avviato una ricerca sul commercio equo e solidale in Italia.

Segnali, questi, di un’affermazione del sistema che si diffonde a livello mondiale. I principi su cui si basa sono semplici: abbandonare la logica di sfruttamento dei Paesi del Terzo mondo, comprare e rivendere a un prezzo giusto, favorire lo sviluppo delle strutture produttive e di trasformazione in Paesi arretrati. Il cliente finale consuma con consapevolezza. Spende qualcosa in più, ma sa di appoggiare un mercato che non sfrutta i molti a vantaggio dei pochi.

Ma da dove è partito il mercato equo e solidale e dove è arrivato? Lorenzo Guadagnucci e Fabio Favelli, autori di La crisi di crescita, spiegano: «Dal piccolo spaccio olandese di Breukelen, oggi si è passati a 2.750 negozi “equi e solidali”. Una crescita che negli ultimi anni ha trovato un’importante sponda anche nel Nord America. E nel Sud del mondo si calcola che almeno 800 mila famiglie di 50 Paesi siano coinvolte nel commercio alternativo». Il fair trade coinvolge 200 mila produttori, in 700 gruppi, garantendo condizioni di vita dignitose a sette milioni di persone. Un’indagine Efta (European Fair Trade Association) del 2001 stima il valore netto di vendita al dettaglio del commercio equo in Europa a oltre 260 milioni di euro.

Tiene conto di questi dati Ctm Altromercato, il consorzio italiano nato nel 1989 a Bolzano, che riunisce 132 cooperative, costituito per lo più da Botteghe del Mondo (oggi 260, www.bottegadelmondo.bz.it), organizzazioni senza fini di lucro che promuovono e diffondono in Italia il commercio equo e solidale. Ha rapporti con gruppi di produttori e artigiani autorganizzati in Paesi di America Latina, Asia, Africa. Ctm Altromercato, che collabora anche con la Grande distribuzione organizzata, vendendo a Esselunga e altri supermercati, non è l’unico intermediario tra produttori stranieri e mercato italiano. Dall’aggregazione tra aziende italiane (Conapi, miele e prodotti biologici; Pompadour, tè e tisane; Coind, torrefazione caffè) e produttori del Sud del mondo, è nata Mondovero, una società che commercializza in Italia prodotti dell’economia solidale, certificati da TransFair Fairtrade (www.transfair.it), associazione con funzioni di controllo e di sviluppo. «Aiutiamo altre imprese a migliorare le produzioni. Così possono vendere a un prezzo più alto. E insieme offriamo ai rivenditori una gamma di prodotti sempre più diversificata e di qualità» spiega Lucio Cavazzoni, portavoce di Mondovero (fatturato 2003: 17,5 milioni di euro).

Ma in che cosa consiste invece l’operato di Transfair? «Teniamo sotto controllo produttori, compratori e rivenditori. Il commercio equo vale 60 milioni di euro all’ingrosso, per l’80% rappresentato da alimentari. Fra i più venduti: caffè, tè, cacao, zucchero e miele. Metà va nella grande distribuzione, metà nel dettaglio specializzato. I prodotti equi rappresentano lo 0,6% del consumo totale. Anche se alcuni prodotti, come le banane biologiche, sono arrivati a coprire il 3-4% di tutto il mercato delle banane» spiega Paolo Pastore, coordinatore nazionale di Transfair.

La crescita del 25-32% dei consumi, in un periodo di stagnazione del mercato, è un dato incoraggiante. «La strada da seguire prevede un miglioramento della qualità e della bontà dei prodotti. Poi bisogna lavorare secondo le leggi del marketing. I consumatori premiano iniziative che vanno in questo senso, come quelle di La Tortuga, catena di negozi equi e solidali, nata a Padova, con due punti vendita e un cash & carry per le forniture all’ingrosso, che oggi aiuta chi vuole aprire negozi simili in altre città». Due imprenditori ce

l’hanno fatta, uno a Piacenza e uno ad Asiago: hanno avuto formazione e consulenza e godono dei vantaggi economici di far parte di un piccolo gruppo d’acquisto.

Il volontariato, però, è spesso il primo passo per l’apertura di una bottega equa e solidale. Spiega Giovanni Gerola, direttore operativo di Ctm Altromercato: «Più strutturate e avviate nella crescita, anche in senso imprenditoriale, sono le botteghe che nascono da una cooperativa. Spesso accade che i volontari si diano questa forma societaria, che consente di creare un capitale sociale, di stipendiare i soci lavoratori. Gli utili sono reinvestiti nell’attività». Questo non significa che Ctm Altromercato, con 32 milioni di euro come fatturato 2003, non miri a uno sviluppo imprenditoriale della rete dei suoi rivenditori, a cominciare dalle singole Botteghe del Mondo, cui offre consulenza. I poli che hanno già dato risultati e sviluppato “botteghe” notevoli per dimensioni, imprenditorialità e professionalità, sono Genova (Bottega Solidale), Milano (Cooperativa Chico Mendez), Trento (Mandacarù), Treviso (Pace e sviluppo).

dove vanno i soldi?

Il Consorzio italiano Ctm Altromercato stabilisce con i produttori il prezzo equo anno per anno, in base al costo delle materie prime, del lavoro locale, a una retribuzione dignitosa e regolare. Anticipa per metà la cifra e mantiene un prezzo mimimo, a garanzia della sostenibilità economica della produzione. Indica quanto va al produttore (34%), quanto per trasporto, dazi, stoccaggio e assicurazione (8%), quanto a Ctm per importazione e sviluppo rete (15% margine), quanto alla Bottega del Mondo o al rivenditore (34%).

Gli utili di esercizio sono reinvestiti nel consorzio, in parte per coprire futuri investimenti e in parte per finanziare progetti e attività di sviluppo nel Sud del mondo Negli anni 2002-3, sono stati erogati più di tre milioni di euro in prefinanziamenti per 83 progetti. In Italia, all’attività delle BdM (distribuzione dei tremila prodotti a marchio Altromercato) si affiancano 1.500 negozi del dettaglio tradizionale e 270 punti vendita della Gdo.

Il Consorzio Ctm Altromercato ha sviluppato un fatturato all’ingrosso pari a 32,3 milioni di euro (+ 49% rispetto al 2003), impiega circa 80 persone, con cui collaborano oltre tremila volontari.

INFO: www.altromercato.it

i guadagni

Quanto può guadagnare chi avvia una bottega equa e solidale? «I margini sono intorno al 25-28% sugli alimentari» spiega Marino Lorenzetti, direttore di La Tortuga (www.latortuga.net), catena di botteghe a Padova. «La gamma di offerta è limitata, il consumo è episodico. Lo scontrino medio è di 11 euro. Chi apre un negozio equo solidale fa anche una scelta di vita: gli utili si reinvestono nell’attività, al netto dei costi di gestione (spese e stipendi di chi ci lavora). Per stare sul mercato, però, servono strategie. Una è l’abbinamento con i prodotti biologici e altre attività (cartoleria, libreria)».

Aggiunge Cristiano Calvi, coordinatore della cooperativa La Bottega Solidale (www.bottegasolidale.it) di Genova: «Non facciamo beneficenza, né spediamo denaro nel Sud del mondo. Il prezzo equo e i prefinaziamenti sono stabiliti alla fonte, da Ctm Altromercato. Compriamo da loro e rivendiamo. Il margine serve per inserirci nel mercato. Abbiamo aperto cinque negozi e una caffetteria. Il capitale sociale della cooperativa è di 300 mila euro, la base di 1.015 soci». Per chi cerca impiego in bottega, la media degli stipendi è 945 euro al mese.

Silvia Messa, Millionaire 4/2004

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