Nostra Signora della grappa

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Ha trasformato il distillato più povero, bevuto nelle osterie, in un prodotto battuto all’asta di londra. Giannola Nonino non sapeva nulla di superalcolici. Ce l’ha fatta così…

C’è chi l’ha chiamata “Nostra Signora della grappa”. Chi Giannola degli spiriti. Chi, più semplicemente, la donna che ha rivoluzionato il mondo dell’acquavite. Parliamo di Giannola Nonino, l’imprenditrice friulana che ha trasformato un’azienda familiare con cinque collaboratori in una realtà che fattura 15 milioni di euro. Grazie alla grappa. Oggi, le sue bottiglie più pregiate sono battute alle aste londinesi, studiate dai professori di management, amate dalla gente. E dalla concorrenza. Il segreto? Giannola, il marito Benito, e le tre figlie (Cristina, Antonella, Elisabetta) hanno intuito un’operazione di marketing perfetta. Il mix si basa sulla qualità del prodotto, la sua costante innovazione, un packaging raffinato, una comunicazione veicolata da testimonial famosi. Ora l’intuizione è diventata ricerca scientifica e studio.

Ma come è nata la storia della grappa No­nino? Nel ‘62 le cose erano molto diverse. Giannola Bulfoni, figlia di un produttore di aratri friulano, aveva sposato Benito Nonino, erede di un’azienda familiare di Percoto (UD), attiva nella distillazione della grappa. Un colpo di fulmine, sia sentimentale (i due si sposeranno presto), sia professionale: Benito da anni procedeva, per tentativi, alla ricerca di un distillato di qualità. La moglie si butta a capofitto nella vita aziendale. E nasce la classica storia di ordinaria convivenza tra suocera e nuora. La madre di Benito, che per anni aveva diretto la distilleria, non dava molto spazio all’inesperienza di Giannola. Che fare? Passare tutto il giorno chiusa in ufficio non le piaceva e, per cercarsi una nicchia tutta sua, iniziò a occuparsi dell’acquisto della vinaccia (cioè bucce, raspi e vinaccioli dell’uva pigiata). Una decisione strategica, perché nessuno in azienda amava contrattare il costo della materia prima. «Fu Benito a insegnarmi a guidare il camion, per andare da sola dai viticoltori a comprare vinacce» ricorda Giannola. Partiva alla mattina prestissimo, per arrivare prima della concorrenza, e si misurava contro la notorietà della suocera, che da anni pagava poco i viticoltori e non aveva instaurato buoni rapporti con loro.

Ma è proprio questa “gavetta” a far maturare in Giannola un progetto: produrre una grappa di alto livello, in grado di competere con whisky e cognac, considerati alcolici molto più raffinati. Una bella sfida: perché la grappa, agli occhi dei consumatori, era sinonimo di osterie paesane e di alpini con un debole per l’alcool. Commenta Giannola: «Eppure, la grappa è un distillato, quindi un prodotto nobile. Mio marito e io eravamo convinti che fosse necessario trasformare la percezione del consumatore. Come? Puntando sulla qualità. Ciò era possibile grazie al metodo produttivo usato da Benito, l’alambicco discontinuo artigianale: qui la materia prima è controllata a vista (a differenza del processo industriale) e la distillazione non si svolge secondo misurazioni standard. Benito ha sempre avuto un talento speciale per questa tecnica artigianale che, in modo quasi magico, trasforma una materia povera come la vinaccia in un liquido limpido e profumato». Ma la strada per affermarsi era lunga. Giannola non si dà per vinta: oltre ad affiancare il marito nella sua ricerca produttiva, combatte una battaglia di immagine. «Quando le mie amiche della “Udine bene” mi invitavano a cena – ricorda lei – anziché portare dolci o fiori, regalavo una bottiglia della mia “sgnapa”, perché ho sempre creduto che la grappa fosse degna delle migliori tavole».

I tentativi per ottenere un distillato di qualità sono costati a Giannola e Benito 11 anni di lavoro: nel dicembre ‘73, i Nonino realizzano per la prima volta la distillazione di un singolo vitigno, il Picolit, creando così un prodotto unico. «I vignaioli non volevano separare le vinacce delle diverse qualità di uva – spiega Giannola – perché farlo comportava un lavoro in più. Decidemmo allora di fare leva sulle mogli, promettendo loro un prezzo superiore, fino a 200 volte il valore di mercato. Le donne, che allora non erano economicamente indipendenti, furono fondamentali per realizzare il nostro progetto». Giannola andava a prendere la vinaccia, aiutava Benito a separare le bucce dai raspi e pigiarle nei tini, mentre Benito si occupava della distillazione.

Ma, una volta ottenuto un prodotto unico, come promuoverlo? Racconta Giannola: «Da anni leggevo la rubrica culinaria che Luigi Veronelli firmava su Panorama e, da qui, avevo tratto lo spunto per creare una grappa monovitigno». Così i Nonino hanno invitato Veronelli ad assistere alla distillazione e ad assaggiare la loro grappa. Risultato: un articolo pubblicato sul settimanale, con il titolo “Picolit, Picolit, che sgnapa!”. Fioccano ordinazioni da tutta Italia per centinaia di bottiglie. «Ma noi avevamo prodotto due damigiane da 50 litri: come soddisfare tutti?» ricorda Giannola. La soluzione era far assaggiare a quanti più italiani possibile il Cru Monovitigno Picolit Nonino, scegliendo una bottiglia di soli 250 ml. «Dopo tante ricerche – spiega Giannola – trovammo la forma ad ampolla che ancora oggi ci caratterizza. Una bottiglia così aveva le carte in regola per essere esposta in bella mostra anche nei ristoranti». Il tappo era argentato, la bottiglia in vetro di Murano soffiato a mano, le etichette scritte una a una da Giannola. E il prezzo proibitivo: ottomila lire (del 1974), rispetto alle 2.500 di un bottiglione di grappa tradizionale.

Per imporre un prodotto così, era necessaria una strategia ad hoc, che Giannola intuisce fin da subito: «Regalai grappa a Gianni Agnelli, Indro Montanelli, Marcello Mastroianni e tanti altri». Nel giro di quattro anni, il Monovitigno Nonino si afferma nelle enoteche e nei ristoranti. Ma Giannola intanto era già al lavoro per raggiungere nuovi obiettivi: disporre, oltre al Picolit, di altri vitigni di qualità. Per farlo, nel ‘75 istituisce il premio Risit D’Aur, da assegnare ai vignaioli coltivatori di varietà pregiate in via di estinzione, come Ribolla, Schioppettino, Tazzelenghe e Pignolo. Nei primi anni, il premio rappresentava quasi una sfida, perché queste coltivazioni erano vietate per legge. Ma la forza dell’iniziativa è tale da ottenere (nel ‘78) l’autorizzazione delle istituzioni. E i Nonino, già dal ‘76, puntano anche su un altro premio: questa volta in ambito letterario, per dare un riconoscimento agli scrittori italiani che promuovono la cultura contadina.

Ma non era finita. Nell’84 la Nonino distilla per la prima volta il frutto intero dell’uva, creando l’Acquavite Uè. Era un’altra scommessa: la legge vietava la distillazione dell’uva e, per sbloccare la situazione, bisognava ottenere l’autorizzazione di tre diversi ministeri: Industria, Agricoltura e Sanità. Il paradosso? Quello della Sanità, per dare il via libera, richiedeva un campione del distillato. Mentre si svolgevano le pratiche burocratiche, Benito sperimentava un tipo di alambicco ad hoc e Giannola selezionava l’uva. Ma, una volta realizzato il distillato, non c’erano ancora le autorizzazioni. Ricorda Giannola: «L’uva fermentava, le bottiglie erano pronte e il nostro investimento stava andando in fumo. L’ultimo tentativo: inviai al ministro dell’Agricoltura un piccolo campione di acquavite, unita a un biglietto in cui supplicavo una soluzione». La firma del ministro arrivò in una settimana, consentendo la nascita di un prodotto che nel 2000 è stato battuto all’asta da Christie’s a Londra, con una valutazione di circa 1.500 sterline (circa 2.200 euro). E ha dato alla coppia la carica per avventurarsi nella distillazione del miele, realizzata la prima volta nell’aprile di quell’anno. Oggi, a 40 anni dall’ingresso di Giannola in azienda, i numeri parlano da soli: 15 milioni di euro di fatturato, 30 collaboratori, 42 alambicchi, 700 mila litri di prodotti.

Maria Spezia, Millionaire 01/2004

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