Papà, fatti più in là

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Sfide e opportunità. Ma anche delusioni e litigi. Il passaggio di proprietà di padre in figlio non è sempre facile. Tra testamento e quote legittime, come si divide l’azienda? E se i figli sono più di uno? Viaggio nelle imprese familiari d’Italia

Figlio di papà? Non è tutto oro quello che luccica. Il passaggio di testimone, da padre in figlio, può rivoluzionare business consolidati da anni. In meglio, ma anche in peggio. Il tema è più che mai attuale e non solo a causa della vicenda Parmalat. In Italia, le aziende familiari rappresentano oltre il 90% del totale. Secondo una ricerca di Sda Bocconi, il 30% degli imprenditori ha un’età compresa tra i 50 e i 60 anni. Ma solo il 50% delle attività riesce ad arrivare alla seconda generazione. E i nipoti che ereditano le imprese dei nonni non superano il 30%. Intanto, si moltiplicano i libri sull’argomento, così come i master e i seminari. Solo in Spagna, ci sono ben 11 cattedre universitarie dedicate al passaggio di testimone.

Ma come si subentra al padre? Due le strade legali: per testamento o per legittima, con quote fisse regolamentate dalle normative. Da quando è stata abolita la tassa di successione, le imprese affrontano la questione con maggior serenità. Ciò nonostante, il passaggio di testimone rimane ancora un nodo complesso. Secondo Angelo Vergani, autore di un libro sull’argomento e amministratore della società Contract Manage, l’abolizione della tassa di successione rappresenta la scusa giusta con cui rimandare un processo che va invece pianificato con cura. Ma spesso a mancare è il tempo. Le piccole imprese sono caratterizzate da grande operatività e la tendenza a rimandare la questione è molto diffusa.

Il primo passo spetta ai figli. Sono loro che devono considerare l’azienda di papà come un’opportunità, non un obbligo. Proprio come è stato per Camilla Braghieri, 33 anni, erede della Prisma di Codogno (LO), azienda che produce strutture modulari per stand: «Non ho accettato subito l’attività in azienda. Finiti gli studi, sono andata a lavorare per una multinazionale. Lì ho capito quanto è stimolante la vita in azienda. E sono tornata: dopo aver conosciuto le strategie di una grande struttura, ho maturato una visione diversa da quella che avrei avuto se non mi fossi allontanata da casa». Mettersi alla prova in imprese diverse da quella di famiglia prima di assumerne il comando è proprio il percorso suggerito dagli esperti. Permette ai giovani di godere di maggiore credibilità una volta entrati nella struttura familiare e di non essere più considerati semplici “figli di papà”, ma professionisti con alle spalle anni di lavoro. Ma quando i figli sono più di uno? Risponde Vergani: «Bisogna individuare il figlio più dotato dal punto di vista imprenditoriale, quello che già negli anni dell’adolescenza si distingue per fiuto, capacità di vendita, leadership, ambizione, propensione al rischio… In poche parole, quello che già a 14-15 anni inizia a darsi da fare per guadagnare qualche spicciolo». Una volta prescelto l’erede, bisogna tracciare un percorso di studi adeguato, completato se possibile anche da master all’estero. A questo punto si è pronti per iniziare a lavorare in altre realtà imprenditoriali (le esperienze fuori d’Italia sono considerate privilegiate), per poi rimboccarsi le maniche nell’azienda paterna.

Gli esperti sono concordi: il tutoraggio non dovrebbe spettare al padre. Meglio il ricorso a un manager, sia per attutire il passaggio di consegne, sia per dare continuità alla gestione. Non si tratta di una scelta facile, come testimonia Camilla Braghieri: «Ho preferito avere un consulente esterno all’azienda, a cui rivolgermi in caso di necessità: la presenza di una persona in più sarebbe stata troppo pesante per i miei collaboratori». L’importante è fare un po’ di gavetta, anche nell’azienda di papà. E’ il caso di Alberto Tasca d’Almerita, amministratore delegato dell’omonima azienda vinicola palermitana, giunta alla quinta generazione di attività: «Ho iniziato giovanissimo, dal primo gradino. Tra i miei maestri, mio padre e mio nonno. E’ stata una bella esperienza, anche perché sono sempre stato libero di esprimermi». Non tutti riescono a creare un clima sereno: se da una parte i giovani rischiano di sentirsi inadeguati, dall’altra i padri commettono l’errore di nutrire attese eccessive. «Sono tanti quelli che non lasciano spazio ai figli, ostacolando a volte cambiamenti necessari. L’ideale è instaurare una convivenza (anche dieci anni), basata sulla fiducia per le nuove generazioni e sul dialogo: visioni discordanti possono vivacizzare la gestione aziendale» spiega Gioacchino Attanzio, direttore Aidaf, Associazione italiana aziende familiari (www.aidaf.it). Negli anni della convivenza è bene definire gli ambiti di lavoro, decidendo da subito responsabilità e obiettivi per i giovani. Occuparsi di campi diversi diminuisce anche la possibilità di scontro, come spiega Tasca d’Almerita: «Lavoro con mio padre e mio fratello. Quando eravamo più giovani la competizione era più accesa, oggi si è attenuata: le nostre competenze sono molto diverse e, così, abbiamo eliminato le occasioni di scontro. Abbiamo anche imparato a stemperare la passionalità». Secondo gli esperti, le rivalità tra fratelli sono più pericolose di quelle tra generazioni diverse, perché la figura paterna è riconosciuta con più facilità come dominante rispetto a quella di un coetaneo. Conferma Giuseppe Peyrano, titolare dell’omonima impresa cioccolatiera torinese: «Non ho mai avuto problemi né con mio padre, che è stato il mio maestro, né con mio figlio, che fin da adolescente bazzicava in laboratorio. Diverso il discorso con mio fratello: le nostre opinioni sulla distribuzione erano diversissime e non abbiamo trovato altra soluzione che il suo allontanamento dall’attività».

Quanti più sono i fratelli, tanto più numerosi saranno i problemi: anche perché alla loro voce si aggiunge quella di eventuali mogli o mariti che subentrano nella gestione dell’impresa. «Da anni ci battiamo per l’abolizione del divieto dei patti successori, affinché ogni famiglia possa decidere in autonomia come suddividere l’eredità. Una nuova normativa potrebbe risolvere le controversie più comuni alle terze generazioni, in cui i nipoti devono tener conto anche dei diritti dei cugini» spiega Attanzio.

vizi e virtù: che cosa cambia

Lavorano meno, sono più stressati e fanno vacanze più lunghe. I figli non sono sempre uguali ai padri. A dimostrarlo, arriva una ricerca della Camera di Commercio di Milano.

I figli lavorano 8,3 ore al giorno, rispetto alle 8,5 dei padri. Inoltre, fanno vacanze più lunghe: 23 giorni l’anno, contro i 21 dei genitori. E, mentre chi ha fondato l’azienda si considera come un vero e proprio capitano, chi la eredita si definisce «amico» nei confronti dei dipendenti. Unici punti di contatto tra le due generazioni? Il tempo dedicato al sonno (sette ore circa) e alla tavola (un’ora e mezza in tutto l’arco della giornata), oltre alla scelta della casa come status symbol più importante.

INFO: www.mi.camcom.it

200 anni di storia

C’è un’associazione internazionale che riunisce 32 aziende con oltre 200 anni di storia familiare e un bilancio in attivo. Si chiama Les Henokiens. L’azienda più vecchia? La giapponese Hoshi, società alberghiera con 1.300 anni di storia. Dal ‘97, l’Italia detiene la leadership del maggior numero di iscritti. Sono 13 le attività associate, tra cui spiccano nomi conosciuti come la Beretta di Brescia, storica produttrice di armi, e le acciaierie Falck, accanto ad altri meno noti come la fabbrica cosentina di liquirizia Amarelli, le vetrerie Barovier & Toso e la Cartiera Mantovana. Tra le prossime probabili iscrizioni, quella dei fratelli Gancia, produttori di spumante con oltre 140 anni di storia (vedi pag. 114). Seconda in classifica è la Francia, con dieci aziende associate. A seguire, la Germania (con quattro) e il Giappone (con due). Spicca l’assenza degli Stati Uniti, dove le aziende, quando arrivano a 50 anni di attività, sono già considerate “vecchie”.

INFO: www.henokiens.com

Maria Spezia, Millionaire 4/2004

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