Piano piano va fortissimo

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Riccioli in testa e pianoforte. Così Giovanni Allevi conquista stadi, teatri, rassegne all’aperto e le jazz house più prestigiose

Riempire i teatri e gli stadi di gente suonando musica classica con il pianoforte: è una realtà possibile?

«Il mio sogno è far comprendere che il piano è lo strumento principale. Ha un’estensione che la voce non può coprire. Io mi sento un cantautore col pianoforte. Voglio portare la musica del piano tra la gente. Ho fatto il concertista classico, oggi invece comunico le mie emozioni. Per anni ho avuto una doppia vita. Davo al conservatorio quello che mi chiedeva e i miei spartiti non li ho fatti sentire a nessuno fino a 28 anni. Poi con Jovanotti, ho suonato davanti a uno stadio pieno di gente. E’ stata un’emozione incredibile».

Perché ha scelto di suonare nella vita?

«E’ nel mio destino. La passione per la musica è per me travolgente. Non riesco a pensarmi in altri contesti».

Come nascono le sue composizioni?

«Sono un agitato, anche di notte. Lì vengo assalito da melodie, che mi appunto sul quaderno che tengo vicino al mio comodino. Poi c’è il piano, che è sempre protagonista. Si tocca con le dita, si accarezza. Mi permette un approccio tattile, sensuale. Quindi la musica che ne viene fuori ci fa vibrare, ci accarezza. Suonare non è un divertimento. Ho un approccio molto serio a quello che faccio».

Che obiettivi ha quando compone?

«Non voglio darmi degli obiettivi. Altrimenti la musica si piega a logiche esterne. E’ la musica che detta le regole, non viceversa. Non ho mai scritto musica per film o come sottofondo. E’ una scelta radicale e rischiosa, ma forse sono stato premiato per questo».

Come si arriva al successo?

«Che tu sia un dirigente o un artigiano, c’è un talento che ti porta a fare bene quello che fai: farlo con il cuore. Questo rende tutto naturale e ti apre le porte. Il segreto non è suonare bene le note, ma avere un’intenzione travolgente. Anche in amore è così».

Ricorda un momento in cui hai capito che la sua musica poteva piacere?

«Ero a Napoli, suonavo in una piccola sala che si affaccia su Piazza Plebiscito. La musica usciva dalla finestra aperta. Ho inserito a fine programma una mia composizione. La gente al mercato, sotto le finestre, ha applaudito. E’ stata una sorpresa: persone comuni si erano riconosciute in una mia composizione. Ho capito che potevo davvero proporre la mia musica. Anche se la strada è in salita. Bisogna vincere il pregiudizio degli addetti ai lavori, soprattutto degli organizzatori che devono proporre davanti a un pubblico una musica nuova… senza parole. Per fortuna il successo sta arrivando e sarà sempre più facile proporsi. Ho l’aiuto di un gruppo di amici che mi sta promuovendo, una nuova etichetta discografica, Bollettino, poi la distribuzione Bmg».

Che cosa ha significato suonare al Blue Note di New York?

«Un momento poetico, di grande intensità: biglietti, lettere d’amore, fiori in camerino. La parola carriera non mi piace. Preferisco sogno, progetto. New York è stata la svolta internazionale, che permetterà la distribuzione anche all’estero del mio disco e concerti nel mondo. Sono riuscito ad avere una serata in modo curioso. Avevo deciso di passare un periodo ad Harlem, tagliando i ponti con tutto: avevo imboccato tante strade che non andavano lontano. Ho telefonato per chiedere un provino al club e ho beccato per caso proprio Steve Bensusan, il titolare. Dopo un giorno mi ha richiamato fissandomi un’audizione. Ci ho messo l’anima. Poi lui ha detto: “Tu hai bisogno di un ingaggio”. E ha fissato il concerto per sette mesi dopo. E io ho iniziato a comporre i brani che poi sono diventati il nuovo disco».

E ora?

«Voglio partecipare a manifestazioni musicali, suonare il più possibile. E magari a 90 anni, suonare alla Scala…».

Come ha convinto i discografici a credere in lei?

«E’ stato un innamoramento, il loro. Non una scelta razionale. Ma ci sono dei vantaggi in un “prodotto” come me. Sono facile da gestire, solo con il mio piano, senza band, senza amplificatori. E non ci sono parole da tradurre, che possano ostacolare una distribuzione internazionale. Anzi. Il disco è più adatto all’estero. In Italia è meno sentita la cultura del piano».

Che cosa si aspetta dal successo?

«La possibilità di esprimermi di più e più facilmente. Il lato economico non mi ha mai interessato. Conosco il valore del denaro e lavoro per mantenermi. Insegno musica alle medie. Ma non lo faccio solo per sopravvivere. Il contatto coi ragazzi mi dà freschezza. Sono i miei consulenti sul “panorama musicale internazionale” e i miei direttori artistici. Loro mi ascoltano per primi, mi danno suggestioni».

Che cosa consiglierebbe a chi vuole lavorare nella musica?

«Ci devi credere. Poi tutto trama in tuo favore. Questo vale in qualunque campo. Se alcune porte si chiudono, vuol dire che c’è un’altra strada da percorrere».

Identikit

Giovanni Allevi, 31 anni, nasce in una famiglia di musicisti. Ha un curriculum di tutto rispetto, come pianista. Diploma in pianoforte al Conservatorio di Perugia e in composizione a Milano, perfezionamento ad Arezzo.

Agli inizi della sua carriera tiene concerti come esecutore di musica classica, ma compone fin da ragazzino. Nel 1991 fa il militare e lo inseriscono nella banda dell’Esercito, con cui porta in tour la Rapsodia in Blue di Gershwin. Dopo la leva, comincia a eseguire anche sue composizioni.

Frequenta corsi di “Bio-musica e musicoterapia”. Jovanotti nel 1997 produce il suo primo disco e lo vuole come supporter nel suo tour. Con lui, Allevi collabora ancora nel tour del 2002, come pianista e arrangiatore. Fra un concerto e l’altro, insegna musica alle medie. Il Baltimora Opera House (Usa) gli ha commissionato la rielaborazione della Carmen di Bizet, per l’attuale stagione operistica.

Silvia Messa, Millionaire 9/2005

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