Ricchi sì, ma buoni

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Fare del bene fa bene all’impresa. Viaggio nel mondo della solidarietà aziendale. Tra donazioni, bilanci sociali e raccolte fondi, gli imprenditori scoprono il terzo settore

Fare del bene fa bene. All’immagine, al cuore e qualche volta anche al portafoglio. Numerose sono le iniziative a scopo benefico. Si va dalla sfilata di moda delle Parlamentari al concerto organizzato per l’Asia, fino alle aziende che donano parte del loro fatturato a organizzazioni umanitarie.

Il trend è più che consolidato: in Italia i donatori privati sono oltre 19 milioni, si contano più volontari che nel resto d’Europa e i testamenti a favore delle associazioni non profit aumentano a vista d’occhio. «Le aziende che applicano un comportamento etico sono circa il 30% del totale» conferma Bruno Bonsignore, presidente di Assoetica (www.assoetica.it), l’associazione finalizzata alla diffusione dell’etica nelle imprese. Il coinvolgimento si concretizza in modi diversi: si va dall’organizzazione di eventi come l’Avon Running (www.avonrunning.it), gara di corsa che devolve le quote di iscrizione all’Istituto europeo di oncologia, alla possibilità di partecipare a programmi ad hoc del genere del Corporate Golden Donor del Fai (www.fondoambiente.it), fino alla creazione di attività Onlus e fondazioni. Senza contare iniziative come quella di Coop, che ha lanciato sul mercato una polo equo-solidale.

Spiega Bonsignore: «Due le strade che un’azienda può scegliere: la corporate social responsability, cioè un comportamento benefico non pianificato e casuale, e la business ethics, con la quale l’azienda fa una scelta di eticità non reversibile, da applicare nel 100% del proprio operato».

I vantaggi per le imprese che investono nel fare del bene sono numerosi. Basta pensare all’iniziativa della casa farmaceutica americana Merck (www.merck.com), che nel dopoguerra distribuì gratis il vaccino anti Tbc alle popolazioni giapponesi vittime di un’epidemia. Dopo oltre 50 anni, i prodotti Merck sono ancora i più diffusi nel Sol Levante.

E contro i cattivi? «I consumatori scelgono sempre di più l’arma del boicottaggio per le società che si macchiano di azioni come lo sfruttamento del lavoro minorile» aggiunge Bonsignore. Non stupisce quindi che la Nike, dopo l’ammissione di abusi, abbia deciso di iniziare un’operazione trasparenza, mirata a rendere pubbliche le azioni future. Ma le conseguenze di un comportamento corretto non si misurano solo con un ritorno economico in senso stretto, perché la ricompensa per chi fa del bene si concretizza a più livelli. «Mi occupo di volontariato da quattro anni, e ne ricevo una soddisfazione che non ha paragoni con nient’altro». A parlare è Mirco Gasparotto, presidente della società Arroweld (www.arroweld.it), che nel 2002 ha fondato l’associazione mariana Opere nel mondo onlus (www.onlusmariana.org), attiva nella raccolta di aiuti a favore di zone colpite da fame e sottosviluppo. «I problemi? La credibilità, soprattutto. La gente si chiede dove vadano davvero a finire i soldi in gioco. Un ostacolo superabile con una gestione più imprenditoriale delle azioni etiche, che in questo modo potrebbero anche diventare più incisive».

Un’altra strada è quella del bilancio sociale, cioè della certificazione di azioni etiche. In Italia, già lo fanno società note come Art’E’, Ras, Bnl, Merloni e Sabaf (www.sabaf.it). E’ proprio quest’ultima ad avere introdotto voci come la distribuzione della ricchezza ai dipendenti, gli investimenti per la qualità del lavoro, la politica nei confronti di ambiente e fornitori. Tra le sue operazioni più note, un aiuto concreto ai dipendenti che vogliono acquistare casa. Spiega Angelo Bettinzoli, amministratore delegato Sabaf: «Chi investe nei beni immateriali, come il valore delle conoscenze dei collaboratori, innesca un circolo virtuoso che aumenta il patrimonio aziendale. Le nostre iniziative diminuiscono i conflitti interni, fidelizzano i piccoli azionisti e rafforzano l’impresa: lavorare in un clima più disteso aumenta l’impegno di tutti». Ma se fare del bene porta dei vantaggi, perché non tutte le aziende si impegnano sul fronte etico? Risponde Bettinzoli: «Chi non è quotato in Borsa riceve benefici meno tangibili dalle operazioni sociali e ha maggiore necessità di comprimere i costi, anziché aumentarli con il proprio impegno. Eppure ci sono realtà che, pur non essendo quotate nel mondo finanziario, si mettono in gioco». E’ il caso della Granarolo (www.granarolo.it), gruppo alimentare bolognese che ha sottoscritto un codice etico in cui compaiono equità, correttezza e cooperazione anche con attività onlus.

Ma è vero che per essere “buoni” bisogna investire grandi cifre? «No. Una Pmi può destinare diecimila euro per risistemare lo spazio destinato alla pausa, o migliorare l’impianto di condizionamento: si tratta sempre di azioni che hanno come focus la persona, non il guadagno» conclude Bonsignore.

70 mila euro di detrazioni

Investimenti nel settore umanitario? Sconti fiscali. «Si tratta di un provvedimento che fa parlare bene di questo Governo: peccato che non ne parli nessuno». Così commenta Victor Uckmar, professore universitario e fiscalista, il decreto legge varato nel marzo scorso che aumenta le deduzioni applicabili per chi investe nel settore umanitario.

La nuova normativa prevede una detrazione del 10% sul reddito dichiarato (rispetto al 2% della disposizione precedente) e un tetto massimo di 70 mila euro.

INFO: www.parlamento.it/parlam/leggi/decreti/0535d.htm

Maria Spezia, Millionaire 6/2005

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