Sono miliardario e me ne vanto

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Ricchissimo e capace di godersi la vita. Così Donald Trump conduce negli usa un reality show, in cui dispensa consigli per fare centro. Ritratto di uomo che prima di piacere vuole piacersi

Donald Trump, miliardario (in dollari), non a tutti piace. In Usa molti lo definiscono «antipatico», «arrogante» e «volgare». Le accuse risalgono agli anni Ottanta, quando lui si autoproclamò «padrone di Manhattan» e sostenne di aver «comprato un pezzo di cielo», dopo l’acquisto dello spazio aereo sopra la Trump Tower. Ma forse, per molti, a parlare è l’invidia. Invidia per un uomo capace di far soldi, ma anche di goderseli. In grado di operare nei settori più diversi (costruzioni, casinò, trasporti…) e di risollevarsi da un fallimento rovinoso. Capace di passare indenne attraverso due matrimoni e risposarsi, con entusiasmo, alla soglia della sessantina (naturalmente, senza dimenticare di stilare un accordo prematrimoniale). Un uomo che non ha pudore nel difendere il suo riporto («Molti criticano la mia pettinatura. Ma io devo piacermi, non piacere»). E che spiega con semplicità le motivazioni per cui ha ritirato la sua candidatura alle elezioni presidenziali Usa: «Non avrei mai potuto stringere tutte quelle mani: ho paura dei germi. E poi, e questo è il vero problema, sono onesto».

Onesto o no, Trump si è sempre dato da fare per aiutare chi vuole fare soldi. E trovare la propria strada nella vita. Ha scritto libri dai titoli incoraggianti (L’arte di fare affari, Come diventare ricchi…) diventati dei best seller. Ha tenuto lezioni per cui è stato pagato a peso d’oro (un milione di dollari all’ora, cioè 16 mila dollari al minuto!).

Ma Donald Trump è anche un uomo generoso, che contribuisce con regolarità alle cause benefiche. Si racconta, fra gli altri, un episodio: una volta un meccanico disoccupato intervenne per riparare la limousine di Trump, ferma in autostrada. A fine lavoro, non volle essere pagato. Molto impressionato, il giorno dopo Trump mandò un mazzo di fiori alla moglie del meccanico. E poi ne estinse completamente il mutuo.

Va detto che il pallino per gli affari è di famiglia. Donald rappresenta infatti la terza generazione di businessman. Figlio di un costruttore del Queens, seguì sin da giovane il padre nei cantieri. Poi frequentò l’Accademia militare e studiò finanza all’Università della Pennsylvania. Aveva una qualità base, fondamentale per fare business e impossibile da imparare: la capacità di riconoscere un buon affare quando ne vedeva uno. Su questa – e sulla sua notevole capacità di negoziazione – Trump ha costruito un impero, che gli ha permesso di fare il grande salto verso Manhattan. E lo ha trasformato in uno degli uomini più potenti degli anni Ottanta. All’epoca possedeva edifici come la Trump Tower sulla Quinta Strada a New York, il Trump Parc e l’hotel Plaza. Era inoltre in affari nel settore dei casinò e in quello dei trasporti. Rovinosa la caduta, nel 1990, per una bancarotta causata da un debito a molti zeri. Non solo: i soci lo avevano rinnegato, aveva perso i suoi casinò e il massacrante (economicamente) divorzio da Ivana lo aveva quasi messo ko. Quasi, appunto. Perché proprio in questo frangente Donald Trump ha dimostrato di non essere solo un arrogante riccone. «Le cose non sono mai così tremende come possono apparire da fuori – sostiene lui – Anche nei momenti più brutti c’è un’opportunità, una via d’uscita, qualcosa da imparare». E così Trump si ributta nella mischia. E racconta questa sua rinascita in un nuovo libro, anche questo pieno di consigli per (ri)emergere. Risultato: oggi ha un patrimonio personale di 2,6 miliardi di dollari (fonte: classifica di Forbes). E’ l’americano del momento (secondo Newsweek), nella lista degli uomini più sexy del 2004 (per il settimanale People). Con il reality show The apprentice (vedi box pag. 78), ha incollato agli schermi 28 milioni di telespettatori. Non solo, ha appena impalmato Melania Knauss, un bellissima modella slovena di 34 anni. Certo, lungo il suo cammino continua a esserci qualche inciampo. Ad Atlantic City una delle sue aziende è finita in amministrazione controllata. Ma lui afferma che rappresenta solo l’1% del suo business. E poi sostiene con orgoglio: «Chi pensa che la mia storia sia arrivata al capolinea, si sbaglia di grosso».

«you are fired!»

«Ovvero sei licenziato». E’ questa la frase tormentone del reality show “The apprentice” (L’apprendista) diretto e co-prodotto da Donald Trump sulla Nbc. L’intuizione del programma è di Mark Burnett: piazzare i concorrenti nel competitivo mondo degli affari newyorkesi. Burnett contatta  Trump, l’imprenditore più famoso d’America. I due si piacciono e propongono il programma alla Nbc. Nel giugno del 2003 vengono selezionati i 16 concorrenti (otto donne e altrettanti uomini, tutti sulla trentina) scelti fra 250 mila aspiranti. In palio l’assunzione da parte di Trump e uno stipendio annuo di 250 mila dollari. Si capisce subito quali sono le qualità più richieste: attitudini alla vendita, capacità organizzative, creatività, spirito di squadra. Tra le prove affrontate dai concorrenti: ideare una campagna pubblicitaria, organizzare un concerto, attirare giocatori in un casinò. Una delle più originali: allestire un ristorante in uno stanzone vuoto (e convincere i fornitori a lavorare fuori orario). Uno dopo l’altro, i concorrenti vengono eliminati da Donald Trump, con la frase appunto: «You’re fired!». Al magnate non piace chi strumentalizza il gioco. E così butta fuori una ragazza che si era messa troppo in mostra e un ragazzo che aveva rifiutato l’immunità. Non mancano gli strascichi polemici, con dichiarazioni al vetriolo da parte dei concorrenti. «Avevamo alcol, sigarette e preservativi in quantità. Ma non ci davano abbastanza pane, latte e uova. Certo, affamati e un po’ sbronzi davamo più spettacolo…». Il programma, trasmesso in differita, è un successo: la finale viene seguita da 28 milioni di spettatori. Per la seconda edizione, i concorrenti aumentano a 18 e le candidature schizzano a un milione! Il favore del pubblico sembra un po’ in calo, ma la finale eguaglia l’audience dell’edizione precedente. La terza edizione è partita a gennaio di quest’anno e promette nuovi colpi di scena. Donald Trump è indubbiamente l’anima dello show. Non ha problemi a dire agli apprendisti ciò che pensa di loro («Non sai giudicare gli altri», «Ti sei mostrato debole»…). Ma si salva con una dote fondamentale: l’ironia. Una scena dello show lo riprende sul tetto della Trump Tower, con il suo “parrucchino” agitato dal vento. «E’ una bella giornata, solo un po’ ventosa – dice – Il vento mi scompiglia i capelli, che non sono mai stati il mio punto di forza».

«se qualcuno ti frega, fregalo a tua volta»

Quattro i requisiti fondamentali per fare soldi: amare quello che si fa, non mollare mai, conoscere

i propri limiti, avere un istinto innato per gli affari.

Vestirsi in modo costoso, con abiti e scarpe che non denunciano tirchieria. Muoversi con una bella macchina e fare la vita del ricco, senza però averne gli assilli.

Offrire sempre una dose calcolata di informazioni sulla propria persona oltre a opinioni provocatorie.

Non lasciarsi condizionare dai consigli economici di altri. Leggere giornali attendibili e scegliere di propria testa ogni azione, alla lettera. E’ bene poter dire «so sbagliare da solo».

Se qualcuno ti frega, fregalo a tua volta.

Fallo con quanta più cattiveria e veleno possibile. Occhio per occhio, come dice la Bibbia.

Seguire il proprio intuito. Essere un imprenditore non è un’attività di gruppo. Bisogna fidarsi solo di se stessi.

Prepararsi al peggio con ottimismo. La vita è piena di su e giù, come le onde, bisogna saperle cavalcare come un surfista, avendo fiducia nel futuro.

Stare sempre attenti ai dettagli, conoscere ogni aspetto di cosa o chi si affronta. Evitare brutte sorprese è il massimo della garanzia che ci si possa offrire.

Mai giocare d’azzardo. Io sono uno speculatore.

A me piacciono le statistiche. E i rischi li calcolo sempre.

Lucia Ingrosso, Millionaire 3/2005

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