«Così siamo diventati il sito di eventi numero 1 al mondo». Evensi chiude un round da 2,5 milioni di dollari

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Emanuele Corradini, Paolo Privitera, Yuri Grassi

40 anni, veneto, vive e lavora a San Francisco – dove è conosciutissimo – da molti anni. Si chiama Paolo Privitera, ha lanciato una startup dopo l’altra. L’ultima? Si chiama Evensi. È l’idea di un ragazzo di Modena, che Privitera ha portato in Silicon Valley trasformandola in una scale up. Oggi assume, raccoglie investimenti e riceve offerte di acquisizione. Ha appena annunciato un round da 2,5 milioni di dollari guidato da Regency Corporate, società di advisory Australiana, e Barcamper Ventures, il fondo italiano di venture capital istituito da Primomiglio.

Quella di Paolo Privitera è una storia d’amore. Per le startup, per la Silicon Valley e per una bimba che gli ha cambiato la vita. Imprenditore tra l’Italia e il mondo, unico italiano selezionato fra gli ambasciatori della Silicon Valley che hanno conosciuto Obama, Privitera ha creato una startup dopo l’altra. Di Mestre, 40enne, la sua prima azienda l’ha fondata a 16 anni. Dal 2002 è in California. Lo chiamano router, instradatore. Conosce tutti. La sua rubrica telefonica contiene 18mila contatti. Nel 2010 ha creato Pick1, una startup che fa profilazione di utenti conosciuta in tutto il mondo. Nel 2015 ha conosciuto Yuri Grassi, startupper di Modena e founder di Evensi. Ha deciso di aiutarlo nel suo progetto e di diventarne co-founder. In un anno Evensi si è trasformata nella più grande piattaforma di eventi al mondo. Il segreto? Un mix perfetto di execution, intelligenza artificiale e studio dei dati. Parlano i numeri: 150 milioni gli eventi pubblicati in un anno, 50 milioni di utenti annuali, 7 milioni di organizzatori. Il traffico che si muove sul sito è enorme. Google lo scopre e li premia con ottime posizioni Seo.

«Il nostro motore di intelligenza artificiale crea un matching tra gli interessi degli utenti e gli eventi. In pratica aggreghiamo i dati (quelli che ci fornisci tu e quelli che lasci in giro su Facebook o Evenbrite), capiamo i tuoi interessi e li mettiamo insieme in modo altamente personalizzato. Sappiamo dirti quali sono gli eventi migliori per te, dove si trovano e persino con chi andarci. E questo ha fatto la differenza rispetto ad altri siti di eventi» spiega Privitera.

La crescita in tre anni è stata esplosiva. È stato tutto facile?

«No, la mia storia in Silicon Valley è una storia di fallimento e rinascita. E anche oggi continuo a cadere quotidianamente, ogni giorno faccio errori, fortunatamente meno grossi di quelli di qualche anno fa, ma imparo sempre più. Dal 2016 la mia vita è cambiata completamente. Ho deciso di dedicarmi full time a Evensi, che è esploso. E poi sono diventato papà. Avere un figlio ti insegna a tornare alle basi, a non perdere più tempo, a non fare errori di cui potresti pentirti. Oggi tutta la mia vita gira intorno a una parola bellissima: che io traduco con fornire aiuto, prendermi cura. E crescere un figlio è un po’ come crescere una startup: devi uscire dalla comfort zone e capire ogni giorno se sei sulla strada giusta».

Quando hai capito che eravate sulla strada giusta?

«Quando ci siamo incontrati, ho capito subito che il progetto era speciale, e che Yuri e gli altri ragazzi del team erano sulla strada giusta per realizzare qualcosa di importante. È un po’ come se ci fossimo innamorati. Ho iniziato a dedicarmi al progetto e a portare tecnologia ed esperienza, anche se in quel momento ero impegnato in California con Pick1. Poi ho ricevuto un’offerta di acquisizione da un grande gruppo americano. Poco prima di firmare l’acquisizione, mi hanno messo sul tavolo un milione di dollari per convincermi a licenziarmi e passare a loro, anziché pagare molti milioni per tutta l’azienda. Ho detto no. Risultato? È saltato tutto, l’acquisizione non è avvenuta e io avevo perso l’energia. Ho capito che dovevo cambiare aria per un po’ e occuparmi di altro. Ho iniziato a fare consulenza per grandi aziende e startup. Sono diventato advisor per il Future Food Institute di Bologna. In due mesi ho preso 50 aerei, viaggiando da Boston a Shanghai, da Amsterdam a Singapore. Poi è come se le opportunità si fossero allineate. E ho preso una grande decisione».

Cosa è successo?

«A marzo 2017 ho deciso di dedicarmi al 100% a Evensi, per trasformarla in una startup da manuale. Mi sono mosso spinto dalla voglia di fare e da quel sentimento che chiamo provide. Ho applicato in questa startup tutto quello che avevo imparato. E ho fatto bene. A luglio, il board di Evensi, che è composto da founder e da alcuni investitori, indipendentemente da me, ha deciso di acquisire la tecnologia di Pick1 per un milione di dollari, suddiviso tra cash e quote di Evensi».

Così avete spostato la sede della startup in California?

«La sede legale è nella Silicon Valley, ma i talenti sono italiani e le attività di ricerca e sviluppo restano a Modena (strano per me che in passato avevo sempre accentrato tutto in Veneto). In Italia abbiamo un ufficio che è più bello di quello in California. Intanto abbiamo iniziato ad assumere. Oggi abbiamo 19 dipendenti».

Con quanti soldi siete partiti?

«Yuri e gli altri soci sono partiti autofinanziandosi. Pochi soldi per pagare un server e un mini-ufficio. Il primo finanziamento è stato di 500mila dollari».

Qual è il business model?

«L’80% del fatturato arriva dal b2b. Chiunque può promuovere un evento su Evensi e può farlo gratis. Ma chi vuole essere al primo posto paga». Oggi sono oltre 45mila gli organizzatori paganti.

Come fate a procurarvi milioni di eventi nel mondo?

«All’inizio è stato difficilissimo. Andavamo dalle compagnie di ticketing, grandi e piccole, cercavamo di convincerle di quanto fossimo “bravi e intelligenti” e di come il nostro servizio aiutasse a vendere di più. Li cercavamo ovunque, ma nessuno ci conosceva. E abbiamo dovuto lottare. Ora abbiamo decine di aziende che ci scrivono chiedendoci, qualche volta anche in ginocchio, di aggregare i loro eventi. Abbiamo una partnership con Eventbrite e Ticketmaster, che ci forniscono gli eventi in automatico tramite API (un’interfaccia per scambiare dati con altri siti)».

Che cosa insegna la tua storia?

«A non aver paura del fallimento, perché è il processo più veloce per imparare, a trovare la carica in nuovi percorsi formativi, a mettere energia positiva in ogni cosa che fai. Ho imparato ad ascoltare tanto, ma anche ad “avere le palle” per puntare i piedi, dire “no” e non perdere altro tempo. Ho imparato a istruire e rispettare il team, che è il fondamento di ogni startup. Se hai un buon prodotto, ma non hai un team e una forte cultura aziendale, non ce la farai. Fare una startup è un come sposarsi: solo che al tuo fianco c’è un co-founder. E soprattutto durante tutti questi anni ho imparato a non prendere sottogamba le finanze».

Come si fa?

«Devi sempre chiederti: quanti soldi ho? Quanti mesi posso vivere senza guadagnare? Come posso stare in piedi quando sono in difficoltà? È importante essere altruisti e pagare lo stipendio di chi lavora per te prima del tuo. E bisogna chiedere aiuto. È stato molto difficile per me imparare a farlo, eppure è una cosa che fa parte della cultura della Silicon Valley. In California le persone si fanno in quattro per darti un’opinione e per poterti aiutare, se lo meriti. Per loro è una questione di reputation. Basta scrivere una email e chiedere un’intro (ossia mi presenti… ndr). Nella chiusura della mail devi sempre scrivere: fammi sapere come posso ricambiare ed esserti d’aiuto…».

Cos’è per te la Silicon Valley?

«Non è solo tecnologia. Non è solo velocità. È energia pura in qualsiasi direzione. È un villaggio dove un milione di persone, e parlo di talenti straordinari, si è riunito per cambiare il mondo. Fare un viaggio in Silicon Valley è come fare un bagno di energia. Viverci significa avere un mondo di opportunità. Qui trovi contatti, tecnologia, conoscenza, soldi. L’Italia è il mio Paese, ma io sono un cittadino del mondo e per il momento continuerò a vivere qui. Il mio desiderio è costruire rapporti sempre più forti tra l’Italia e dove vivo. Gli ingegneri italiani hanno bravura ed elasticità mentale uniche».

Evensi avrebbe avuto lo stesso successo se non fosse cresciuta tra Modena e San Francisco?

«No. Qui hai accesso a un ecosistema che va centinaia di volte più veloce. Solo qui ti capita di andare a bere una birra con Joe Gebbia, founder di Airbnb e amico storico, di mangiare con il board di Uber, di fare una partnership con Eventbrite (la piattaforma più usata al mondo per comprare il biglietto di un evento, ndr). Qui è facile ricevere proposte di acquisizione da grandi aziende e guadagnare milioni di dollari… Ma solo se lo meriti».

Consigli per i giovani italiani?

«Muovetevi velocemente, provate, fate esperimenti. Qualsiasi sia la vostra idea, tenete presente il timing: è più importante testarla velocemente piuttosto che perdere tempo per renderla perfetta. Non abbiate paura di prendere aerei. Spingete lontano i vostri confini del comfort, mettetevi in gioco anche se non parlate un inglese perfetto. E se credete nel vostro progetto, non mollate mai. Resilienza è la mia parola preferita».

INFO: www.evensi.com

Intervista tratta dall’articolo «Così ho trasformato un sito di eventi nel numero 1 al mondo» pubblicato su Millionaire di ottobre 2017. 

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