D-Orbit, la startup aerospaziale italiana che riporterà a casa un satellite

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D-Orbit è la prima startup aerospaziale che ripulisce lo spazio dai vecchi satelliti. Ora si prepara a lanciarne uno e riportarlo sulla Terra.

Luca Rossettini, 41 anni, di Vicenza, è il fondatore di D-Orbit, la prima startup aerospaziale che ripulisce lo spazio dai vecchi satelliti. Sarà anche la prima a lanciare e riportare sulla Terra un satellite, il D-Sat, che in questo modo non si trasformerà in rifiuto spaziale. L’inizio della missione è previsto per metà giugno. La durata delle operazioni in orbita dipenderà invece da una campagna su Kickstarter. L’obiettivo della raccolta è 25mila euro. In pochi giorni, D-Sat ne ha già raccolti più di 7000, con pagamenti dai 5 continenti.

Come il suo omonimo Parmitano, Luca Rossettini quello che voleva fare nella vita lo sapeva fin da piccolo: l’astronauta. Dopo la laurea e il dottorato di ricerca, entra nel programma dell’ente spaziale Esa che seleziona 4 piloti. A fine corso, la notizia arriva per email: “Siamo spiacenti, ma non ha passato le selezioni: 192° su 10mila candidati”. Luca ha 27 anni e non si concentra sull’ottimo piazzamento. Lui vede solo infrangersi un sogno. Questo momento poteva essere l’epilogo della storia e invece è solo il prologo. Perché Luca farà tesoro dell’esperienza per fondare la D-Orbit. Ecco cosa ha raccontato in un’intervista a Millionaire.

Che rapporto dobbiamo avere con i nostri sogni?

«I sogni sono ambiziosi di per sé. Credo che i sogni, gli obiettivi, la prospettiva di ciascuno siano sempre personali e mai professionali. La vita professionale è un mezzo per arrivare a un obiettivo personale. Io non ho mai voluto semplicemente diventare un astronauta. Voglio viaggiare nello spazio e diventare astronauta mi avrebbe agevolato la strada. Avere un sogno ci permette di cambiare percorso, far tesoro dell’esperienza e dare un giro al timone e aggirare l’apparente ostacolo per rimettersi poi nella direzione giusta».

Come ha vissuto la bocciatura da astronauta?

«L’esclusione è stata una forte delusione. Mi sono fermato per aggirare questo ostacolo e rimettermi in rotta».

Che qualità servono per fare impresa?

«Vision. Resilienza. Passione. E qualcuno a fianco che ti sostenga nei momenti critici, che non sono mai pochi. L’ingrediente che tiene amalgamati questi elementi è la preparazione. Non si fa impresa perché non si trova lavoro. Non basta una buona idea per creare un’azienda. Prima di D-Orbit possedevo un’azienda di ingegneria. Facevamo e utilizzavamo in tempi non sospetti tecnologie oggi ben note, videocamere ad alta velocità e droni. Si stava bene, ma non si scalava. Per capire come impostare un business che cresca e scali ho investito un anno di studio e lavoro in Silicon Valley».

Ha mai avuto momenti di sconforto? Come li ha superati?

«Oh certo! In D-Orbit abbiamo sempre dovuto usare le unghie e i denti per andare avanti. Da noi il concetto di fortuna non esiste: ci impegniamo per riuscire a controllare il maggior numero di variabili. E a volte l’ennesimo problema ti butta a terra. È proprio in quel momento che capisci quanto siano importanti i tuoi familiari. E quanto sia importante avere una squadra. Ricordo quando ci siamo ritrovati – a seguito di un cospicuo ritardo nella chiusura di un round di investimento – ad avere 2mila euro sul conto corrente. E di come ogni persona in D-Orbit, davvero tutti, abbiano sostenuto di tasca loro i costi per non rallentare il progetto in corso. Volontariamente. A ciascuno di loro poi è stato ridato il doppio di quanto avevano messo, come regalo di Natale!».

Cosa dice ai ragazzi che sognano in grande?

«Mai mollare. Puntare in alto, con intelligenza, mai scendere a compromessi. Costruire un business con un obiettivo per cui fare denaro sia un mezzo e non un fine, un business che possa portare beneficio non solo ai clienti, ma a tutti i collaboratori e alla società in cui l’azienda è inserita. Essere preparati. Anticipare le critiche e mettersi nei panni del cliente».

INFO: www.deorbitaldevices.com

 

Intervista tratta dall’articolo di Lucia Ingrosso “Tutti mi dicevano che non ce l’avrei fatta” pubblicata su Millionaire di agosto 2016.

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