Foodtech: il futuro dell’alimentazione è sempre più vicino

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Planted

Il mercato italiano della carne plant-based è ancora agli albori: un’occasione da non perdere per tutte quelle startup che operano nel campo delle proteine alternative

Di recente, Planted, la piccola startup foodtech con sede in Svizzera che ha l’obiettivo di sviluppare una gamma di prodotti alimentari basati su proteine alternative a quelle animali, è diventata la fiera intestataria di un round di finanziamenti, il secondo nella sua storia, dal valore di 70 milioni di euro.

A quanto pare, la sua carne vegetale 100% Made In Switzerland ha attirato e stuzzicato l’attenzione di grandi investitori internazionali. Forse perché, con buona pace dei puristi delle carni animali, il mercato dei derivati vegetali sta crescendo in Europa e si sta facendo largo anche in Italia: grazie all’ampia scelta che numerose startup simili a Planted rendono possibile, sempre più consumatori acquistano prodotti plant-based.

Come sempre, specie quando si tratta di agroalimentare, gli italiani non sono da meno. A riportare un dato interessante in questo senso è una ricerca di mercato realizzata da BVA-Doxa per Unione Italiana Food: nel report si evidenzia come, sebbene il mercato delle carni vegetali sia ancora emergente, più della metà dei consumatori intervistati, soprattutto Under 35, acquista regolarmente prodotti derivati dalle piante.

 

Un mercato in piena crescita

Ma c’è di più. Come rilevato da NielsenIQ, nel periodo compreso tra marzo 2020 e marzo 2021 la spesa totale per prodotti plant-based in Italia ha toccato la cifra record di 200 milioni di euro: non si tratta solo di una crescita (+10,9% in un anno) nel numero di consumatori, ma anche di una conferma di quelli esistenti, i quali tornano a comprare carni vegetali dopo averle provate una volta.

Un trend piuttosto in linea con quello che succede a livello globale: la società di ricerche di mercato Imark ha stimato in 8,5 miliardi di dollari il valore dell’interno mercato dei prodotti plant-based e ha ipotizzato, all’attuale tasso di crescita, un settore che varrà all’incirca 34 miliardi di dollari entro il 2027.

Non male, soprattutto alla luce del fatto che alla rapida crescita dei consumi di carne vegetale (+14,8% rispetto al medesimo periodo del 2021) e all’altrettanto rapido calo nei consumi di carne rossa (-5,6%), non corrisponde un effettivo risparmio economico. La spesa per la carne resta, infatti, invariata.

Cambiano le abitudini, non i costi

A dar conto di questo fenomeno, un report dell’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea) che, mappando i primi 5 mesi del 2022, ha rilevato che al di là dell’aumento negli acquisti di alternative alle carni animali e nel relativo calo negli acquisti di carni rosse, la spesa per famiglia si attesta al +0,1% quando si tratta in generale di carne.

Le ragioni ipotizzate sono due: da un lato, una maggior consapevolezza dei consumatori, i quali sono disposti a pagare un extra-price a favore della qualità, vuoi per motivi salutistici, vuoi per motivi etici. Dall’altro lato, la pandemia prima e la guerra in Ucraina poi hanno portato con sé un aumento generalizzato dei prezzi della materia prima.

E così, se da una parte ci si rende conto che il consumo di carne animale non è più sostenibile, l’allevamento intensivo pesa per il 19,7% delle emissioni planetarie, contro il 16,2% dei trasporti complessivi, né idoneo alla salute per via degli antibiotici, degli OGM e delle sostanze chimiche varie usate per crescere gli animali, dall’altra parte le carni vegetali spesso penalizzate per via degli alti costi di rivendita, grazie all’inflazione che colpisce le carni animali si trovano a essere estremamente competitive.

 

Nuove prospettive di guadagno e filiere a rischio

Una conferma nel cambiamento delle abitudini alimentari degli europei stessi arriva proprio da Ismea: “In Europa l’inflazione ha iniziato a incidere sul consumo di carne bovina in molti Paesi”. Non a caso, “la situazione produttiva in Italia riflette le conseguenze dell’aumento dei costi di alimentazione [degli animali, ndr]”. Difatti, “a giugno, i prezzi in allevamento per i vitelloni fanno registrare il +22% su base annua e quelli delle mucche +33%”.

La conclusione del report Ismea, dunque, non può che essere drammatica, se vista dalla parte degli allevatori: “Il clima di fiducia degli allevatori peggiora. A preoccupare sono soprattutto gli aumenti dei prezzi delle materie prime che, associati alla perdita di potere d’acquisto dei consumatori, potrebbero rivelarsi catastrofici per un settore da tempo in equilibrio precario”.

La prospettiva cambia radicalmente se si osserva il mercato dal punto di vista delle startup che operano nel campo delle proteine alternative e, di conseguenza, nello sviluppo di carni plant-based: il mercato della carne vegetale rappresenta oggi solo il 4% del mercato totale della carne italiana. Ciò significa che lo spazio di manovra è ancora molto ampio: basta solo saper cogliere l’occasione.

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