Italia: le aziende unicorno sono rare

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Unicorni

L’Italia non è (ancora) un paese per startup e in buona parte il problema risiede nei capitali a disposizione. Nonostante i segnali positivi che sono arrivati nel 2021 e nella prima metà di quest’anno, infatti, il nostro Paese resta avaro negli investimenti a sostegno di nuove aziende innovative.

 

Certamente il 2021 è stato un anno da record, con 1,25 miliardi di euro raccolti. Un record nazionale che viene, però, ridimensionato uscendo dai confini dell’Italia. Sempre nel 2021, l’ecosistema startup della Francia ha raccolto 10,2 miliardi, in Spagna la cifra è di oltre 4 miliardi. Questi e altri dati sono al centro del report Italian Unicorns: what do we need? pubblicato a luglio dall’associazione Il Club degli Investitori, che prova a fare il punto sulle dimensioni del nostro ecosistema startup e in particolare sugli unicorni, ossia su quelle aziende che hanno raggiunto e superato la valutazione di 1 miliardo di euro, prima di un’eventuale quotazione in Borsa.

 

Il 2021 è stato un anno da record, con 1,25 miliardi di euro raccolti a sostegno di nuove aziende innovative.

 

Fondare un’azienda unicorno è il sogno di qualsiasi imprenditore, ma sono pochissime le startup che ci arrivano. Se va bene siamo nell’ordine dell’uno su mille, come cantava Gianni Morandi. Ma la valutazione non è solo un traguardo economico. Gli unicorni sono importanti anche perché generano valore, posti di lavoro (mediamente un unicorno ha circa 1.000 dipendenti) e indotto per il Paese che li ospita. Attualmente l’Italia ha all’attivo due unicorni: Scalapay, fondato da Simone Mancini, e Satispay. Il confronto con altri Paesi europei è impietoso: il Regno Unito conta circa 44 unicorni, la Germania 29, la Francia 25, Svezia e Spagna sono a 8. Se poi guardiamo all’intero bacino del Mediterraneo, bisogna aggiungere alla lista anche Israele, che ha un ecosistema startup paragonabile a quello inglese, con ben 12,7 miliardi di dollari che sono stati raccolti nei primi 8 mesi del 2022.

 

Insomma, tutto ciò significa che gli italiani non sono capaci di fondare aziende innovative, che poi diventano unicorni? In realtà siamo capaci, ma spesso lo facciamo fuori dall’Italia. Secondo il report, infatti, sono stati finora almeno 9 gli unicorni fondati all’estero da italiani: Yoox, King, FaceIT, Kong, Advanced Accelerator Applications (AAA), Depop, MutuiOnline, TrueLayer e Sysdig.

 

 

Andando ancora più a fondo e scavando nei dati e nella storia aziendale di 132 unicorni europei, il report mette in luce come ci siano almeno tre elementi ricorrenti, che aumentano la probabilità di arrivare al fatidico miliardo di valore.

 

Il primo elemento è non avere fretta: mediamente ci vogliono 10 anni per diventare unicorni. Il secondo è di ragionare in ottica internazionale sin dal primo giorno: 9 unicorni su 10 infatti operano su più mercati contemporaneamente. Il terzo, infine, riguarda i founder. Quelli di unicorni hanno un’età media di 40 anni e quasi sempre hanno già avuto esperienze significative o come fondatori di altre startup (60%) o come senior manager in altre aziende (40%). Anche il background universitario dei fondatori incide sulla probabilità di fondare qualcosa che, un giorno, potrebbe trasformarsi in un unicorno. Secondo una recente ricerca di Sifted, infatti, è possibile stilare la top 10 europea delle “unicorn university”. Sul podio l’INSEAD di Parigi, l’Università di Cambridge e l’Università di Stoccolma. Però gli atenei italiani in classifica proprio non ci sono…

 

Un altro fattore da considerare è il difficile quadro macroeconomico: dallo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, i fondi e i venture capital sono diventati più prudenti. Di fatto c’è stata una generale riduzione degli investimenti in startup, accompagnata dal taglio di molti posti di lavoro e dalla revisione al ribasso di tante valutazioni di mercato. Tra tutte spicca in negativo la fintech svedese Klarna, campione del modello Buy Now Pay Later, passata da una valutazione di 45,6 miliardi di dollari a giugno 2021, a “soli” 6,7 miliardi toccati lo scorso luglio. Un crollo di circa l’85%.

 

Ma torniamo in Italia. Cosa servirebbe al nostro paese per diventare finalmente terra fertile per gli unicorni e in generale per le startup? Secondo il Club degli Investitori bisogna intervenire in almeno 3 direzioni: “Migliorare la collaborazione e l’integrazione tra i venture capital nazionali, perché oggi abbiamo in Italia più di 200 operatori, troppi per le dimensioni del nostro ecosistema. Poi c’è il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti, a cui chiediamo di istituire un fondo d’investimento da 1 miliardo, che possa intervenire con tagli da 50 milioni, per co-investire insieme a fondi privati. Infine è necessario rinnovare la legge sulle startup, ormai vecchia di 10 anni. Il rinnovamento del quadro normativo è necessario per arginare lo spostamento all’estero delle nuove tech company. Lavorando in questa direzione potremmo avere 15 nuovi unicorni nei prossimi 5 anni”.

 

Di modificare la legge sulle startup dovrà occuparsi, se lo vorrà, il nuovo Governo. D’altronde di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, da quando venne approvata dal Governo Monti, con Corrado Passera al Ministero dello Sviluppo economico. Certamente in questi anni il mondo startup non è certo rimasto fermo e continua a crescere. Sempre secondo il report del Club degli Investitori, stavolta integrato dalla ricerca European Unicorn & Soonicorn di i5invest, fino a 16 aziende fondate da italiani potrebbero diventare unicorni nei prossimi anni. Solo 4 di queste hanno sede legale all’estero, quindi la scuderia italiana potrebbe diventare decisamente più affollata di oggi. Tra le speranze azzurre ci sono nomi come Moneyfarm, Soldo, Credimi, Roboze, Casavo ed Everli. Alle future valutazioni l’ardua sentenza.

 

Articolo da Millionaire ottobre 2022.

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