Iva: i 13 segreti

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Come si apre una posizione Iva. Quando è indispensabile e quando no. E la gestione? E’ meno complessa di quanto crediate…

Per aprire una nuova attività. Per sistemare una condizione di precarietà lavorativa: perché lo richiede il proprio datore di lavoro o, più semplicemente, perché si superano, nell’arco dell’anno, le tre prestazioni d’opera occasionale “consentite” dalla Legge Biagi. Aprire una posizione Iva può capitare a tutti, per un periodo di tempo limitato o anche per l’intera vita professionale. I dubbi, le incertezze e le “paure” sono diverse. Ma, a ben guardare, la gestione della posizione è meno complessa di quanto possa apparire a prima vista. Ecco 13 domande e altrettante risposte per affrontare il passo con idee più chiare e meno timori.

1. Che cosa è l’Iva?

E’ l’imposta sul valore aggiunto prodotto dall’attività. Grava, cioè, sull’apporto di valore che un professionista o un imprenditore conferisce ai beni e ai servizi che acquista per produrre o per erogare le sue prestazioni. Si prenda, per esempio, il caso di un falegname che, per produrre una libreria il cui costo al cliente finale è di 1.000 euro più 200 di Iva (quindi 1.200 euro), acquisti legno, materiali e servizi che paga 300 euro più 60 di Iva. Il valore aggiunto che avrà apportato con il suo lavoro sarà di 1.000 meno 300, quindi 700. L’Iva, in altre parole, è un costo solo per il consumatore finale. Per chi ha una posizione Iva è una “partita di giro”.

2. Come si apre una posizione Iva?

Basta recarsi all’Ufficio Iva di appartenenza, con il codice fiscale e la carta d’identità. L’attribuzione del numero è immediata: prima però bisogna compilare un modulo nel quale occorre fornire alcune informazioni di basilare importanza. Si tratta del codice di attività per cui si apre la posizione, della sede in cui si esercita l’attività (che può coincidere anche con la propria abitazione) e di quella in cui si trovano i registri contabili (di solito presso la sede del proprio commercialista).

3. Quanto costa?

Oggi, l’apertura e il “mantenimento” di una posizione Iva sono gratuiti. Un tempo, invece, occorreva pagare una tassa di concessione governativa (100 mila lire per le ditte individuali e 250 mila per le società) al momento dell’attribuzione e ogni anno successivo al primo.

4. Come si mantiene una posizione Iva?

In primo luogo, c’è l’obbligo di presentare una dichiarazione fiscale che, nel caso di piccole attività in regime di contabilità semplificata, deve avvenire ogni tre mesi. Prevede il calcolo della differenza fra l’Iva incassata con l’emissione di fatture e quella pagata con l’acquisto di beni e servizi necessari per erogare le prestazioni fatturate. Per esempio, nel caso del falegname di cui si è accennato: 200 meno 60, cioè 140. In secondo luogo, a fine anno, occorre presentare la dichiarazione Iva che consente di calcolare le imposte e le tasse da pagare sull’utile prodotto dall’attività (ricavi meno costi e meno quote di ammortamento). Viene da sé che chi è titolare di una partita Iva è tenuto a conservare sia una copia delle fatture emesse, sia una di quelle pagate, per poter effettuare il calcolo dell’Iva e quello delle altre imposte, tasse e contributi di sua spettanza.

5. Quali sono le tasse, le imposte e i contributi che si è tenuti a pagare?

Pagata periodicamente l’Iva nella misura analizzata in precedenza e definito l’utile prodotto annualmente dall’attività, il titolare di una posizione Iva è tenuto a pagare su quest’ultimo l’Imposta Regionale sulle Attività Produttive (Irap). E’ pari circa al 4,25%. Poi bisogna pagare l’Inps nella misura di circa il 18% e l’Irpef (futuro Ire) per lo scaglione contributivo di sua competenza, tenendo presente che il più basso è pari al 23%, il più alto al 43%. Infine bisogna versare una quota all’Inail, per gli eventuali infortuni sul lavoro anche da chi svolge una libera professione: consiste in una cifra fissa annua, il cui ammontare varia in funzione dei rischi che l’attività comporta.

6. Serve un commercialista?

Tenere una contabilità Iva di per sé non è un’operazione complessa. E’ possibile anche farlo in autonomia. Attenzione, però: la materia fiscale è soggetta a continui aggiornamenti. Per evitare di commettere errori grossolani, che possono comportare il pagamento di multe anche molto salate, in caso di dubbi, meglio consultare un professionista.

7.  I lavoratori dipendenti possono avere una posizione Iva?

Sì, purché il contratto di lavoro con cui si è inquadrati lo consenta e purché non esista conflittualità fra il lavoro svolto come dipendenti e quello come liberi professionisti o imprenditori. Il direttore marketing di un’azienda nel settore alimentare, per esempio, non può “spendere” la sua professionalità, facendo consulenze anche per altre aziende che operano nello stesso ambito.

8. I collaboratori a progetto e i prestatori d’opera occasionale sono tenuti a pagare l’Iva?

No. Emettono infatti delle semplici ricevute e non sono tenuti a predisporre una fattura.

9. Quali sono i vantaggi dell’avere una posizione Iva?

Rispetto a un prestatore d’opera occasionale o un lavoratore a progetto, il titolare di una posizione Iva può scaricarsi tutti i costi e le quote di ammortamento dei beni e dei servizi che gli servono per produrre, purché siano stati pagati con regolare fattura. Ciò significa che può recuperare l’Iva e abbattere il suo imponibile ai fini del pagamento dell’Irap, dell’Irpef (futuro Ire) e dell’Inps.

10. E gli svantaggi?

Indubbiamente chi ha una posizione Iva è più visibile al Fisco. E’ inoltre soggetto agli adempimenti di cui si è trattato in precedenza e, come tale, ha maggiori responsabilità nei confronti del Fisco, appunto. Ma aprire una posizione Iva è spesso l’unico modo per lavorare e farsi pagare le proprie prestazioni: avere un collaboratore con partita Iva, per il datore di lavoro, comporta meno oneri burocratici che avere, per esempio, un prestatore a progetto. Chi ha una partita Iva viene inoltre retribuito in funzione delle sue prestazioni, alla consegna del lavoro e in maniera non vincolata a un determinato periodo di tempo.

11. Quali sono i costi che si possono scaricare ai fini Iva e di tutte le altre imposte, tasse e contributi?

Variano a seconda dell’attività svolta. Un ristoratore, per esempio, può scaricare i costi delle materie prime che utilizza per preparare i suoi piatti. Ma non può farlo un libero professionista, perché le sue fatture riguardano lo svolgimento di un’attività meramente intellettuale. Nei costi, sono inclusi anche quelli relativi all’affitto e alle spese di ordinaria amministrazione dei locali in cui si opera, alle utenze, alle spese di trasporto, all’acquisto di materiali di consumo, a eventuali consulenze fiscali e di marketing.

Per quanto riguarda gli investimenti, l’Iva si recupera nell’anno in cui i beni sono stati acquistati. Ma, trattandosi di costi riferiti a beni la cui durata è pluriennale (mezzi di trasporto, computer, macchinari, arredi, ristrutturazione locali…), possono essere scaricati sotto forma di quote di ammortamento. Occorre, cioè, suddividere il loro costo per il numero di anni in cui è prevista la loro durata, in base alle indicazioni fornite dal Fisco per i singoli beni. Si ottiene con questo la quota di ammortamento annua per ogni bene che va ad abbattere l’utile (imponibile) del reddito prodotto dall’attività.

12. E’ possibile non pagare mai l’Iva?

Il primo anno, quello in cui, di solito, si sostengono i maggiori investimenti e, quindi, si recupera l’Iva relativa a questi, è possibile anche andare a credito, cioè dimostrare che si è pagata più Iva di quella che si è incassata. Ma, negli anni successivi, si tratta di una condizione non sostenibile. Significherebbe infatti che chi ha la posizione Iva, spende più di quello che incassa. La sua attività, pertanto, non avrebbe motivo di esistere. 

13. Chi ha una posizione Iva ha diritto alla pensione?

Sì, se avrà regolarmente fatto versamenti all’Inps per almeno cinque anni.

Testimonianza: «Così sono libera di lavorare per chi voglio»

Alessia Fracchia, laurea in Scienze della Formazione, 29 anni, è un’esperta di gestione di archivi. Lavora come consulente, soprattutto per conto di Enti pubblici, e ha aperto una posizione Iva perché, dopo l’entrata in vigore della Legge Biagi, non poteva più continuare a emettere ricevute come prestatrice d’opera occasionale.

Con la mia specializzazione, è praticamente impossibile trovare un lavoro come dipendente. Così, per adeguarmi alle richieste del mercato, ho aperto una posizione Iva. Inizialmente, ho pensato che fosse complicato. Ma mi sono subito resa conto che, averla, non mi crea nessun problema, a fronte del vantaggio di sentirmi libera di lavorare per chi voglio. Certo, c’è una bella differenza fra essere pagati da un’azienda o da un Ente pubblico. Questo, infatti, non può scaricare l’Iva e, quindi, molto spesso, si tratta di un’imposta che viene detratta direttamente dai miei compensi che sono al lordo di Iva anziché al netto. Ogni volta che spiego come lavoro, inoltre, noto un po’ di difficoltà a far capire che svolgo la libera professione. Soprattutto i più anziani, infatti, non riescono a comprendere come possa essere una professionista che va a domicilio dei clienti, senza avere uno studio mio né una posizione di prestigio, come accade ai classici professionisti. Insomma, il mondo del lavoro evolve. E io cerco di stare al passo coi tempi.

Lucia Botta Millionaire 04/2006

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