L’azienda chiude? I dipendenti la rilevano

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Quando la crisi diventa un’opportunità. Si chiama workers buyout. Funziona così

Crisi? Liberiamo l’imprenditore che è in noi. Se l’azienda chiude o dichiara il fallimento, i suoi dipendenti possono fare qualcosa. Il meccanismo è semplice: i lavoratori, riunitisi in cooperativa, chiedono al curatore fallimentare o al liquidatore l’affitto o l’acquisto dell’azienda presso cui erano impiegati. Il capitale sociale arriva in parte da risorse proprie dei lavoratori, in parte da specifici strumenti di finanziamento. Da quel momento inizia una nuova vita. È una vita difficile, piena di ostacoli, ma l’esperienza di chi ci ha già provato insegna che ce la si può fare. In realtà il workers buyout, già diffuso negli Stati Uniti da parecchi anni, non è una novità in Italia (il primo caso risale al 1994). Ma se in passato si ricorreva a questo strumento soprattutto per aziende familiari prive di eredi, negli ultimi tempi il workers buyout è diventato una risposta ai sempre più frequenti fallimenti.

Aldo Soldi, direttore generale di Coopfond, il fondo fiduciario della Lega delle cooperative, spiega: «Il tasso di sopravvivenza delle nuove aziende da noi sostenute supera il 50%. Il dato è positivo, considerando che si tratta di aziende per loro natura fragili. Ma, con il progressivo affinamento degli strumenti di analisi, il tasso di mortalità si abbasserà ancora. Purtroppo, contemporaneamente, peggiora il contesto economico in cui le aziende si muovono».

Da dove arrivano i soldi?

Una delle caratteristiche del workers buyout è che parte del capitale iniziale proviene dagli stessi lavoratori, i quali investono i soldi della mobilità, il trattamento di fine rapporto (che però si sblocca in tempi più lunghi) e in alcuni casi anche i propri risparmi. Il resto lo si può chiedere ai Fondi mutualistici, strumenti istituiti dalla legge 59 del 1992 proprio per sviluppare nuove forme di cooperazione. Oltre al già citato Coopfond di Legacoop, c’è anche Fondo Sviluppo, che fa capo a Confcooperative. Esiste poi anche un investitore istituzionale, Cfi (Cooperazione Finanza Impresa), che annovera fra i suoi soci, oltre a 270 cooperative, anche il Ministero dello Sviluppo economico e Sviluppo Italia. Infine, come in ogni iniziativa imprenditoriale, si può fare ricorso ai normali strumenti di credito, fra cui Banca Etica, che ha supportato due dei più recenti workers buyout.

Ma se un’azienda fallisce, viene da dire, ci sarà un motivo. Perché la “New co.” dovrebbe riuscire? Risponde Aldo Soldi: «Un fallimento può avere molte ragioni. A volte l’imprenditore preferisce privilegiare investimenti diversi, altre volte alla base delle chiusure ci sono dissidi all’interno del gruppo dirigente. Altre volte ancora, invece, si chiude perché in effetti non c’è mercato: in questo caso bisogna essere bravi a riconoscere questa circostanza, rinunciando all’impresa».

Va anche detto che il workers buyout può essere l’occasione per impostare il business secondo nuovi presupposti, eliminando i fattori critici che hanno portato al fallimento la vecchia azienda.

Spese più leggere, si riparte

È il caso della Greslab di Scandiano (Re), erede della Ceramica Magica, che ha deciso di concentrarsi sulla produzione affidandosi a reti di distribuzione e commercializzazione esterne. E la nuova azienda spesso riparte anche “alleggerita” delle spese di personale: la forza lavoro in genere si riduce, per poi ritornare a crescere in un secondo momento. Gli stessi soci, poi, in diversi casi accettano di autoridursi lo stipendio, o di legarne una parte ai profitti dell’azienda. «I sindacati fanno il loro lavoro e chiedono di riconfermare tutto l’organico. Ciò a volte non è possibile, ma impostare con loro un buon rapporto è una premessa importante» racconta Soldi.

L’unione fa la forza

La maggior parte dei casi italiani di workers buyout riguarda aziende medio-piccole «perché le aziende grandi hanno maggiori difficoltà nel reperire risorse» sostiene Soldi. Un altro aspetto fondamentale per la riuscita di queste iniziative è la forte coesione del gruppo». I lavoratori mettono in gioco se stessi e tutte le loro risorse economiche. In questa situazione l’emotività ha un forte ruolo. Può essere un alleato, ma anche un nemico. Spiega Soldi: «Un alleato perché serve forte motivazione; un pericolo perché si rischia di gettarsi nell’impresa solo per “innamoramento” (lavoro qui da anni) o per disperazione (non ho alternative). Il nostro ruolo è quello di analizzare i piani di impresa in modo realistico. Siamo molto severi nelle nostre valutazioni, ma crediamo che sia il modo migliore per fare il bene di tutti».

7 regole da seguire

  1. Quanto è grande l’azienda? Meglio se medio-piccola. La maggior parte dei buyout italiani riguarda  realtà dai 10 ai 30 dipendenti.
  2. Sondate la possibilità di affittare l’attività, prima di impegnarvi in un investimento importante e definitivo.
  3. Accordi chiari col sindacato: evitare l’eccessiva conflittualità, ma non indebolire l’azienda cercando di accontentare tutti.
  4. Comportarsi da imprenditori, eventualmente riducendo il nostro stipendio o ancorandolo ai risultati.
  5. Conservare buoni rapporti coi clienti della vecchia azienda.
  6. Seria valutazione del mercato, senza farsi influenzare da fattori emotivi.
  7. Richiedere i finanziamenti dopo aver compiuto i primi passi: non “dateci i soldi che proviamo”, ma “ci stiamo provando, ora dateci i soldi per andare avanti”.

CASO 1 Art Lining

«10mila euro a testa e abbiamo salvato il posto di lavoro»

Dal fallimento della Lincra, azienda di Sant’Ilario d’Enza (Re) che produceva interni per cravatte, è nata nel 2008 la cooperativa Art Lining. Una serie di investimenti eccessivi aveva fatto sì che la vecchia azienda non reggesse al profilarsi della crisi. Ma 11 dei 40 dipendenti non si sono arresi. «In tre mesi» ricorda il presidente della cooperativa Alberto Ferrari «abbiamo deciso di metterci in gioco. Ognuno di noi ha investito 10mila euro, di cui 6mila dalla mobilità e, grazie al sostegno di Coopfond, siamo riusciti a partire». Hanno acquistato l’azienda dal Tribunale per 400mila euro, aggiungendone altri 50mila per riscattare alcune macchine in leasing. Per ripartire hanno ridotto l’attività, esternalizzando ad esempio la produzione della stoffa: «Noi ci limitiamo a tagliarla e confezionarla» spiega Ferrari. Insomma, hanno salvaguardato la qualità Made in Italy con una mentalità globalizzata.

CASO 2 D&C Modelleria

«Oggi l’impegno è maggiore ma anche le soddisfazioni»

«Eravamo consapevoli che, fuori dalla nostra azienda, non avremmo trovato una situazione facile. E poi molti di noi lavoravano qui da tanti anni e abbiamo sempre gestito noi l’attività. Potevamo mettere a frutto le nostre competenze ed esperienze» racconta il consigliere di amministrazione Alberto Grolla. Così i dipendenti hanno salvato la Modelleria Quadrifoglio di Vigodarziere (Pd), un’azienda specializzata in stampi e modelli per fonderie. Il mese dopo la chiusura dell’azienda, 12 dei 16 lavoratori – altamente qualificati, età media 35 anni – danno vita alla D&C Modelleria, portando così a conclusione un dialogo, avviato prima ancora della chiusura, con il sindacato e con Legacoop Veneto. Per partire, i lavoratori danno fondo agli ammortizzatori sociali (cassa integrazione straordinaria e mobilità volontaria) e all’anticipo dell’indennità di mobilità. Nelle compagine sociale entrano poi Coopfond e Cfi, seguite dall’intervento di altre cooperative venete del sistema Legacoop. «Oggi la nostra vita è cambiata. L’impegno è maggiore, ma sono maggiori anche le soddisfazioni».

Chi ti aiuta

Coopfond Fondo mutualistico di Legacoop

www.coopfond.it

Fondosviluppo Fondo Mutualistico di Confcooperative

www.fondosviluppo.it

Cfi – Cooperazione Finanza Impresa Investitore istituzionale nell’ambito della cooperazione.

I soci sono oltre 270 cooperative, Sviluppo Italia e il Ministero dello Sviluppo economico. www.cfi.it

Giuliano Pavone, Millionaire 12/2011

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