Salute digitale

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Salute digitale

Entro il 2040 l’assistenza sanitaria, così come la conosciamo, non esisterà più. Al centro del nuovo modello: il consumatore. Intorno, intelligenza artificiale, dati condivisi e assistenza personalizzata

Piattaforme per la prenotazione di visite, cartelle cliniche elettroniche, telemedicina, medicina digitale, servizi a domicilio. App che forniscono informazioni e servizi per le diverse aree terapeutiche. Sono gli ambiti in cui si muove il settore della digital health, la salute digitale.

Le nuove tecnologie lo potenziano: machine learning e intelligenza artificiale per interpretare i big data sanitari, sempre più utili per screening, diagnosi precoci e prevenzione. I sensori contenuti nei dispositivi medici indossabili, in grado di tracciare i parametri vitali. O quelli all’interno nelle pillole (i cosiddetti ingestible) che, una volta ingeriti, mandano messaggi a un cerotto e da questo allo smartphone.

«Grazie a scienza, dati e tecnologia, se non sarà possibile eliminare le malattie, saremo in grado di identificarle prima, intervenire preventivamente e comprenderne meglio la progressione» riportano gli analisti di Deloitte nel report The future of health 2019.

La notizia ha dell’incredibile: entro il 2040 l’assistenza sanitaria, così come la conosciamo, non esisterà più. Al centro del nuovo modello, il consumatore, e non le istituzioni sanitarie. Intorno a lui, intelligenza artificiale, dati condivisi, piattaforme aperte e assistenza personalizzata.

 

L’obiettivo è nobile: migliorare la vita delle persone

Ma la posta in gioco è alta: solo in Europa nel 2021 sono stati investiti 6,7 miliardi di dollari nelle società della salute digitale (State of digital Health, di CB Insight).

«Negli ultimi anni, l’attenzione verso il settore della sanità digitale ha subìto un’accelerazione» spiega Roberto Ascione, fondatore e Ad di Healthware Group e autore del libro The Future of Health (Wiley 2021).

 

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E in Italia?

«A differenza che in altri settori, come la finanza e la mobilità, la digitalizzazione della sanità registra ancora un ritardo significativo» continua Ascione. I dati lo confermano. Se in Europa la digital healthcare nel 2021 è cresciuta del 17% fino a 47 miliardi di euro, l’Italia ha inseguito: +8% per 3,3 miliardi di euro (fonte: Il mercato della sanità digitale 2018-2024 di NetConsulting Cube).

«Nell’ultimo decennio, le strutture sanitarie si sono dotate di tecnologie digitali molto difformi tra loro e, quando è stato necessario uniformare i sistemi tecnologici, ciò ha portato ad avere un approccio frammentario».

Ma non è questo l’unico motivo del ritardo. I cittadini faticano ad affidarsi a strumenti digitali: basti pensare che 9 italiani su 10 non hanno mai utilizzato il Fascicolo Sanitario Elettronico, lo strumento digitale che permette di tracciare la storia della nostra vita sanitaria.

«Il ruolo di aziende e startup risulterà sempre più determinante, soprattutto alla luce delle opportunità offerte dal PNRR, che dedica a riforme e investimenti nel settore salute l’intera Missione 6, con 15,63 miliardi di euro».

 

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(© Roberto Ascione | Healthware Group)

Tra le startup italiane, tante le App

Come DoctorApp, fondata a Cuneo da Alessandro Giraudo, che aiuta i medici di famiglia e i pediatri a gestire le prenotazioni dei loro pazienti (in media 1.200 per ogni medico): oggi ha più di 100mila utenti e 32mila prenotazioni al mese.

iMamma, del palermitano Pippo Fertitta, che fornisce informazioni alle donne prima, durante e dopo la gravidanza: 800mila euro di fatturato nel 2020, 3,5 milioni di download, 30 dipendenti, è stata recentemente acquisita dal Gruppo Angelini.

Healthy Virtuoso punta invece sulla gamification per promuovere uno stile di vita salutare all’interno di un’azienda.

Nel campo della telemedicina e del monitoraggio remoto dei pazienti, la piattaforma di Paginemediche, creata nel 2015 con l’idea iniziale di rispondere ai dubbi di salute degli utenti, con il tempo ha introdotto videovisite e monitoraggio domiciliare.

Infine, la storia da manuale di Empatica, fondata nel 2014 da Matteo Lai, Simone Tognetti e Maurizio Garbarino, che avevano lanciato un braccialetto in grado di monitorare lo stress, grazie all’analisi di battito cardiaco, conduttività della pelle e temperatura corporea.

Si è fusa con Physio, spinoff dell’MIT Media Lab. E oggi è sul mercato statunitense con Embrace2, il braccialetto che serve a monitorare l’epilessia. Nel 2018 è diventato il primo medical device wearable approvato dalla Food&Drug Administration per l’impiego in ambito neurologico.

«Lo scorso maggio CDP Venture Capital ha lanciato VITA, il primo acceleratore italiano di digital health, indirizzato alle startup early stage, con una dotazione di oltre 6 milioni di euro. Venture capital e fondi di investimento sono sempre più attivi nell’ecosistema. Un esempio è rappresentato da Panakès Partners, il fondo di venture capital che dall’ambito life science e med tech si espande anche alla digital health. E il nostro Healthware Ventures, il corporate venture capital, focalizzato esclusivamente sulla digital health».

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