Visita gli occhi con l’iPhone e conquista gli investitori

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andrea russo d-eye

Dall’idea di un medico italiano nasce uno strumento diagnostico nuovo, a prezzo abbordabile, che può migliorare la vita di intere popolazioni. Azienda e prodotto convincono i venture capitalist.

Si chiama D-eye la startup tecnologica nata tra Italia e Usa, tra Padova e Pasadena, da un’idea di un medico italiano, Andrea Russo, oculista e ricercatore presso l’Università di Brescia.

Come è nata l’idea?

«Si fa un’enorme quantità di esami alla retina, negli ospedali. Se si potesse utilizzare lo smartphone per una prima diagnostica, questo permetterebbe un controllo immediato, da parte dell’oculista, senza costose attrezzature o lunghi tempi di attesa. E consentirebbe anche screening di massa nella popolazione, soprattutto dove gli oftalmoscopi non ci sono».

Come hai realizzato l’idea?

«Ho progettato un dispositivo da applicare allo smartphone e realizzato il prototipo con un stampante 3D. Poi ho cercato un partner industriale e commerciale per realizzare il prodotto da lanciare sul mercato. L’ho trovato in Si14, un laboratorio specializzato in design e sviluppo di prodotti tecnologici».

Il sistema è piaciuto a livello internazionale…

«Sì, ha ricevuto un premio dell’American Academy of Oftalmology, nel 2014. E un altro in denaro di 100mila euro dalla Società italiana di Oftalmologia. Oltre a darci linfa economica per strutturare la startup e iniziare la produzione, ci ha dato prestigio e ha destato l’interesse degli investitori. Oggi collaboriamo anche con aziende della Silicon Valley».

Chi ha investito nella vostra startup?

«Innogest: ci hanno dato denaro (100mila euro), ma anche supporto nello sviluppo. Poi Invitalia Venture e la fondazione Coppino, con 750mila euro. Segue un secondo round d’investimento per altri 750mila euro»..

Quali sono gli obiettivi?

«Dobbiamo scalare il mercato. Significa essere presenti in eventi tecnologici e scientifici, convincere gli ambienti accademici, portarli a superare lo scetticismo iniziale, utilizzare il dispositivo in studi scientifici».

Chi sono i vostri clienti?

«Oculisti privati, enti, aziende. Non il paziente, che per ora non usa D-eye per il fai da te. Il costo è di 400 euro, contro i circa 7mila necessari per un’attrezzatura diagnostica ospedaliera. Abbiamo già venduto 600 pezzi. Il nostro obiettivo è venderne 2000».

Momenti critici, in questa fase di scalata?

«Sono un medico e continuo a curare i miei pazienti. Ma mi trovo anche a interagire con altri mondi: tecnologia, industria, fi nanza. È una cosa nuova, ma molto stimolante. All’estero, la pratica clinica non è svincolata dal mondo industriale. Poi, non possiamo fermarci mai: il nostro dispositivo dovrà migliorare e modificarsi costantemente, per adeguarsi ai nuovi device sul mercato».

INFO: www.d-eyecare.com

Da un estratto dell’articolo di Silvia Messa “Startup: 10 strategie per diventare grandi (e scalare)” pubblicato su Millionaire di giugno 2016.

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