Agribusiness, un mercato fertile per PIL e lavoro

Agribusiness, un mercato fertile per PIL e lavoro

Aumentano i processi di aggregazione nell’agroalimentare, ma diminuisce il numero delle imprese. Sono i dati elaborati da Unioncamere e Infocamere, che, dal 2019 al 2022, riportano un calo del 2,6% nel settore. Una situazione in controtendenza rispetto a un avvio della riorganizzazione registrato nello stesso periodo, con nuove forme societarie e 48 mila realtà in più. In pratica, oltre 1 impresa italiana su 10 è concentrata nel campo agricolo. 

 

Verso la maturità digitale 

Sul ruolo dei mercati nel futuro del settore, in occasione del convegno tenutosi a Roma e organizzato da Italmercati e The European House, si è espresso il Presidente di Unioncamere Andrea Prete, sottolineando l’importanza di un punto di incontro tra sostenibilità e innovazione: «Favorire questi processi di aggregazione, in ottica sostenibile e digitale – ha detto– può essere la strada per rendere più forti, equi e stabili i sistemi produttivi agricoli e alimentari, incentivando modelli organizzativi integrati». E in effetti è un gap che si fa sentire, quello nell’approccio alla trasformazione digitale, che va supportata e favorita in ogni modo. Unioncamere intende rispondere a questa forte spinta verso l’innovazione tecnologica, un potenziale ancora inespresso che misura, in una scala di valori tra 1 e 4, una maturità digitale di 1,68 rispetto al 2,09 del totale delle imprese.

 

L’impatto sul PIL e sul lavoro

I numeri nei mercati all’ingrosso hanno svolto una funzione importante anche in termini di minore risonanza del dato inflazionistico e di incremento dei posti di lavoro, con un impatto sul PIL per 12,9 miliardi. Rosee anche le prospettive future, per via del 150 milioni stanziati dal Pnrr per i mercati agroalimentari che frutterebbero un giro d’affari di ulteriori 2,8 miliardi annui e 7 mila posti di lavoro entro il 2026, sebbene il potenziale del comparto potrebbe essere espresso in maniera ancora più importante.

I fondi stanziati, infatti, rappresentano il 75% del necessario: con il 25% mancante, si potrebbero creare oltre 2 mila posti di lavoro in più. Il rilancio del Made in Italy potrebbe avvenire in maniera ancora più energica in un settore, quello dei mercati all’ingrosso, che vanta oltre 3 mila imprese e un forte incremento delle esportazioni. La sfida sarà quella di preservare la qualità dei prodotti italiani, fortemente imitati all’estero, ma che devono continuare a competere e farsi spazio, forti della loro indiscussa unicità.

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