Arriva la App economy

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Nel 2000 tutti volevano un sito web. Nel 2011 aziende, media e privati vogliono una App. È boom per le applicazioni di smartphone e tablet. L’opportunità non è solo per gli smanettatori. Basta avere l’idea giusta

La App economy è una grande opportunità per vari tipi di business. Si stima che a livello globale, tra tutte le piattaforme, esistano circa 700mila App, ossia programmi scaricabili (in genere, ma non esclusivamente) per il proprio smartphone. Non si tratta solo di giochi e divertimento. «Tutto comincia nel 2008 con la Apple, l’azienda produttrice di iPhone e iPad, che crea l’Apple store, un negozio online in cui chiunque può caricare e vendere una sua applicazione. L’azienda, per l’onere di controllarne la validità, trattiene una percentuale del 30%. Il modello di business all’inizio creava molte perplessità. «Ma dove si va con guadagni di pochi cent alla volta?» si chiedevano gli scettici. Oggi l’Apple store conta 350mila App e più di 10 miliardi di download» spiega Giuliano Iacobelli, consulente It. Ma attenzione: la Apple non è tutto. «Le App funzionano anche su piattaforme differenti. Non solo smartphone, ma anche tablet, Internet tv e social media. E gli App store si sono moltiplicati, così come le opportunità di guadagno e visibilità» prosegue Iacobelli (www.giulianoiacobelli.com).

Chi sono i protagonisti?

Il settore è giovane, così come i suoi attori principali. All’interno delle classifiche dei principali store, sono presenti soprattutto applicazioni realizzate da piccole imprese (il 70% su Android, un po’ meno per AppStore). Su AppStore tra le prime posizioni troviamo alcuni sviluppatori italiani, sia tra le grandi sia tra le piccole aziende, su Android la presenza italiana è scarsa.

In questo settore vanno forte i giovani, anche i giovanissimi. Ha 14 anni Robert Navy, il creatore della killer App Bubble ball, un giochino che ha raggiunto due milioni di download. Robert ha progettato il primo sito Web in terza elementare e ora ha intenzione di far crescere il business intorno alla sua fortunata App.

«La App economy è un’opportunità non solo per gli sviluppatori, ma anche per i creatori di contenuti, le persone che si occupano di marketing, le aziende che vogliono trovare un nuovo canale di comunicazione con i propri clienti…» illustra Filippo Renga, responsabile di Osservatori Ict & management del Politecnico di Milano (www.osservatori.net).

I numeri del business?

Il valore dell’industria globale delle App per smartphone dovrebbe raggiungere 12 miliardi di euro entro il 2012, con 50 miliardi di download (fonte Getjar, www.getjar.com). Un’altra ricerca condotta dalla società di analisi Yankee Group (www.yankeegroup.com) ha sottolineato che il business mobile di applicazioni nei soli Stati Uniti ha superato il miliardo di euro nel 2010, e si passerebbe a circa otto miliardi nel 2014.

Che tipo di App esistono?

Al top nella classifica delle App più scaricate ci sono quelle di giochi e intrattenimenti. Ma non è tutto. «Un’altra categoria importante è rappresentata dai contenuti e cioè le App per leggere il giornale, essere aggiornati sul meteo, il gossip, l’oroscopo… E poi ancora le App di servizio, che permettono di usare il telefonino per effettuare operazioni bancarie, tracciare una spedizione, prenotare biglietti aerei. Esiste poi tutta l’area del mobile commerce, che permette di effettuare acquisti comodamente con il proprio smartphone» spiega Filippo Renga. In Italia, il comparto del Mobile content & Apps a pagamento ha registrato, nel 2010, il 9%. Questo risultato è però l’effetto combinato di due trend opposti. Da una parte, continua la contrazione (-13%) dei ricavi derivanti dai contenuti più tradizionali (loghi, suonerie, giochi Java, dating, televoto televisivo…). Dall’altra, si irrobustisce la crescita dei contenuti erogati tramite i nuovi canali del mobile Internet e degli application store (+113%), anche se in percentuale sono il 9% del totale.

Da dove arrivano le opportunità?

«Il mercato delle App ricorda quello dei siti Web, all’inizio. Tutti (aziende, media, privati) vogliono avere la propria applicazione ad hoc. Il costo base per crearsi un’App è tutt’altro che proibitivo e si attesta su qualche centinaia di euro. Naturalmente, cresce di molto all’aumentare della complessità. Le opportunità sono quindi numerose, ma la concorrenza è alta e non sempre qualificata» spiega Filippo Renga. All’inizio era più facile per studenti e smanettoni. Ora il top delle classifiche di vendita delle App è presidiato da grandi aziende ed editori, che nel frattempo sono scesi in campo.

Idea vincente: in che modo trovarla?

«Un’App, per avere successo, deve estendere un business esistente oppure risolvere un problema dell’utente» spiega Fabio Lalli, imprenditore del settore. Si può partire da un’attività già in essere e usare le App per trovare un nuovo pubblico o nuove fonti di guadagno. Oppure crearne uno ex novo, tutto da inventare grazie alla tecnologia.

Il primo passo è quello di essere un utilizzatore del device di riferimento. Quindi si può decidere di mettere a frutto una propria competenza, risolvere una difficoltà della vita quotidiana o creare un gioco. Più si è informati, curiosi, tecnologici e social e più possibilità si hanno di trovare l’idea giusta.

«Un’App è un modo per avere una relazione con il cliente ovunque esso sia. Ma, per avere successo, bisogna conoscere e soddisfare le esigenze dei propri utenti, far capire l’unicità e l’utilità dell’applicazione, renderla facile e fruibile, mantenere sempre alto l’interesse» spiega Iacobelli.

E se non sono un tecnico?

La buona notizia è che non è necessario essere ingegneri con triplo master. «La Rete abbonda di tutorial che insegnano passo per passo a realizzare un’App» incoraggia Iacobelli. È però scontato che di partenza serve una certa conoscenza dei linguaggi di programmazione. Oltre a passione, abnegazione e conoscenza del mezzo. Il ricco mercato delle App, poi, offre opportunità di lavoro e di business anche a chi ha altre competenze. Sono ricercati anche venditori per la parte distributiva, giornalisti per la realizzazione di contenuti, esperti di marketing per l’ottenimento di una maggior visibilità…

I contest sono opportunità?

Sì. Chi monitora il Web sa che le opportunità fioccano. L’anno scorso Nokia e Wired hanno lanciato un concorso per trovare le migliori idee per cambiare la telefonia mobile, a cui hanno partecipato quasi 300 sviluppatori. Ad aggiudicarsi il primo premio, la società Mixel con Buca stop, un’App per individuare (e segnalare) le buche pericolose sulle strade italiane (www.mixelweb.it).

«Abbiamo usato una piccola parte del premio per ricompensare chi aveva sviluppato l’App in appena 24 ore: un tablet a testa. Il resto dei 30mila euro ci è servito per assumere personale e sviluppare una linea dedicata di App di utilità sociale. Il settore delle App è in pieno sviluppo e raggiungerà il picco fra un anno e mezzo. A fare la differenza, più che gli investimenti iniziali, sarà la possibilità di farsi conoscere» spiega Gaetano Peligra, project manager di Mixel. Tra le altre opportunità c’è l’Application award promosso da Ericsson (www.ericssonapplicationawards.com), di cui si è appena conclusa l’edizione 2011. Periodicamente, contest simili sono lanciati anche da Android, Microsoft… Da tenere d’occhio, fra gli altri, www.pianetatech.it e http://hightech.blogosfere.it

Sono molte le aziende che hanno lanciato un’App?

Molte aziende hanno lanciato App, di solito gratuite, per migliorare la brand awareness e stimolare l’uso dei prodotti. Ntv, la nuova azienda di treni ad alta velocità di Della Valle e Montezemolo, si promuove con un’App gratuita per iPhone. Si tratta di un gioco, con protagonista Italo, treno “super veloce”. Kellogg ha lanciato un’App con un programma per rimettersi in forma: esercizi e dieta. Le case cinematografiche lanciano app per vedere un’anteprima dei film e acquistarli (es. la Warner Bros con Inception e Il cavaliere oscuro). E così, chi si fa notare per un’App carina, magari viene reclutato da sviluppatori professionisti.

Si diventa ricchi con un’App?

Angry birds, una delle App più scaricate dell’anno, ha fatto il botto con numeri di capogiro. Il giochino inventato dal giovane team di Rovio ha totalizzato 100 milioni di download e guadagni intorno a 50 milioni di euro. Ma attenzione: era il 52° tentativo dell’azienda finlandese, che era arrivata a un passo dal fallimento. La concorrenza è alta ed è sempre più improbabile svoltare con un software fatto in casa. In più, i prezzi delle App sono bassi (qualche euro) e i margini ridotti. Oltre il 70% di quelle a pagamento costa meno di cinque euro.

«I ricavi sono limitati a poche decine di milioni di euro. Non solo: metà circa dei nostri connazionali tende a scaricare solo App gratuite e a usarle poco» aggiunge Renga. In compenso, il settore è in pieno boom e i tassi di crescita impressionanti. Senza contare che chi punta a essere innovativo e conquistare un pubblico all’avanguardia non può prescindere dalle App.

Rispetto ad altri settori, qui la differenza – prima delle competenze tecniche o del budget a disposizione – la fa l’idea. Se pensiamo di produrre vestiti, non dobbiamo necessariamente essere sarti o stilisti, basta che troviamo collaboratori con le giuste competenze. Nello stesso modo, chi pensa di intraprendere con le App, può appoggiarsi a sviluppatori professionisti. Il vantaggio è che poi non ci sono i costi di produzione industriale: una volta che l’App è realizzata, può essere replicata all’infinito senza sostenere quasi nessun costo extra.

Guadagnare dalle vendite delle App è l’unico business?

No. È anche possibile regalare l’App (sono free il 70% delle App per smartphone), ma farsi pagare per gli aggiornamenti o le versioni premium (il 75% delle versioni free lo prevede). Questo rende ancor più importante che l’App sia utile e di valore. «Oltre ai numeri di download, il successo di un’App si misura dal tasso di stickiness, cioè di attaccamento. La tendenza è scaricarne tante, ma usarne poche. Solo un’App su tre viene usata più di due volte» precisa Renga. Un’altra formula consiste nel guadagnare con la pubblicità: l’App è gratis, ma contiene advertising ed è da qui che lo sviluppatore guadagna. E ancora, c’è la possibilità di regalare l’App, ma vendere beni virtuali e oggetti all’interno (l’esempio più noto è quello del gioco Farmville).

Passare dalle App virtuali al mondo reale è possibile?

Le App sono le nuove T-shirt? La creatività aiuta a fare affari nella moda e nella tecnologia? Il trait-d’union tra due settori solo in apparenza così lontani è un regista livornese di 37 anni, Giovanni

Pasquini. Appassionato di informatica e della Apple, un anno e mezzo fa ha realizzato l’App per iPhone Italian gesture (www.italiangesture.com): un’enciclopedia visiva con i gesti degli italiani e le spiegazioni testuali. Al prezzo di 79 centesimi, solo con un’autopromozione sul Web, ha totalizzato migliaia di vendite ed è entrata nella top 25 della categoria “mode e tendenze”. «La mia prima App è un raro esempio di “ciambella con il buco”. Visto il successo in tutto il mondo, ho investito su una seconda versione con contenuti anche didattici. Poi, mi è venuta l’idea di stampare immagini e testi sulle magliette. Innescando così un circolo virtuale multimediale: la maglietta promuove l’App e viceversa» spiega Pasquini. Per le magliette, presentate al Pitti di Firenze, si sono subito fatti avanti potenziali produttori e distributori. «Le T-shirt saranno in vendita nella prossima stagione, prezzo stimato 30 euro, ma tutto dipende dagli accordi che si sigleranno in queste ore. È un successo di squadra: fondamentali i miei collaboratori, tra cui un testimonial speciale: il comico Paolo Migone» conclude Pasquini.

Apple o “resto del mondo”?

«Gli utenti Apple, sono i più portati a scaricare un maggior numero di applicazioni, provare le novità, innescare il passaparola» spiega Giuliano Iacobelli.

Ma se le ragioni del cuore portano da una parte, quelle dei numeri conducono altrove. Infatti, il 36% del mercato è in mano a Google (piattaforma Android), a seguire il 27% di Nokia. Apple ha una percentuale del 17% (comunque notevole, in rapporto alle sue dimensioni e al tasso di crescita: in un anno ha raddoppiato le vendite dei suoi device), a seguire Rim (Blackberry) con il 13% (ma questo è un mondo a parte: vista l’utenza business, funzionano soprattutto le App orientate al lavoro e alla produttività). L’attenzione è su Android. «Android è la piattaforma di riferimento per marche come Sony, Samsung, Htc. Ed è a tutti gli effetti un mercato di massa» spiega Renga.

Come programmare per Apple?

Lo sviluppo del software avviene all’interno del mondo Apple, perciò serve un computer Mac recente (portatile o desktop è indifferente). Il kit software per sviluppare e testare le applicazioni, iPhone Sdk, è disponibile gratis sul sito Apple ed è basato sull’ambiente di sviluppo Xcode, utilizzato anche per creare programmi per Mac stesso. Lo si può scaricare su http://developer.apple.com/programs/iphone previa registrazione (gratuita) sul sito Apple Developer Connection (Adc). La programmazione su iPhone richiede la conoscenza di Objective-C, una versione del linguaggio C orientata agli oggetti. Con il solo Sdk è possibile testare le App solo su Mac sull’emulatore iPhone/iPad, e non integralmente (alcune funzioni particolari, tra cui il Gps, non vengono simulate). Acquistando la licenza developer (99 euro/dollari per singolo sviluppatore, circa 350 per la versione Enterprise-aziende con più sviluppatori) è possibile invece testare le App con un certificato digitale temporaneo direttamente su un device reale (iPhone, iPad, iPod touch) e sottoporle ad Apple per la validazione dell’App e la successiva inclusione (e vendita) su App store. Online, si può trovare iTunes U, raccolta di brevi lezioni tratte dal corso dell’università di Stanford che insegna a programmare un’applicazione per Ios. L’università di Pisa ha tenuto una serie di lezioni su come creare app per Ios e si prevede a breve un master (http://iu.di.unipi.it/iApp).

Come programmare per Android?

Basta un account Gmail per accedere alle pagine di App Inventor di Google (http://appinventor.googlelabs.com), un sistema intuitivo e gratuito. Appare uno schermo tipo smartphone con una serie di opzioni per aggiungere testi, immagini, colori di sfondo… Per dritte e suggerimenti, c’è la sezione learn. Più in generale, sono utilissimi i tutorial di programmazione, che si possono trovare su YouTube.

Come passare da un sistema all’altro?

«Le applicazioni più performanti sono quelle realizzate su misura per il singolo sistema operativo. Lo svantaggio è che vanno poi riscritte ogni volta per ogni singolo sistema. Una soluzione di compromesso è offerta da strumenti come Phonegap (http://www.phonegap.com) e Appcelerator (http://www.appcelerator.com) che permettono di scrivere l’applicazione una volta sola e poi adattarla ai vari sistemi applicativi» spiega Iacobelli. Un’interessante opportunità è poi quella di realizzare App costruite non per un singolo sistema operativo, ma per Internet. Grazie al linguaggio Html5, l’ultima evoluzione dell’html, possono girare ovunque: smartphone, tablet e Pc. In questo modo, l’applicazione viene scritta una volta sola e vale per tutti. L’utente non la scarica sul proprio device, ma la utilizza collegandosi a Internet. Lo svantaggio è che la qualità e le prestazioni sono ancora inferiori rispetto ad app realizzate su misura per il singolo apparecchio.

Dove vendere la propria App?

Il primo mercato è rappresentato dagli application store. A ogni sistema operativo ne corrisponde uno. I principali sono: l’App store di Apple (http://store.apple.com/it), l’Android Market di Google (https://market.android.com), l’Ovi store di Nokia (http://store.ovi.com), e l’App World di Rim per Blackberry (http://us.blackberry.com/apps-software/appworld). Agli application store spetta un primo controllo e il diritto di veto in caso di App giudicate non adeguate. In cambio della possibilità di vendere la propria App, chiedono una commissione in genere compresa tra 30% e 40%.

Come farsi conoscere?

«Se fai un’App, per quanto utile e originale, e ti limiti a metterla in un application store, non succede assolutamente nulla» spiega Renga. Ma lo stesso accade con qualsiasi altra opera dell’ingegno, dal libro al cd. O qualsiasi altro prodotto. «Per farsi conoscere, bisogna investire tempo ed energie. La killer application è una possibilità, ma per arrivare a questo traguardo, c’è moltissimo lavoro prima. Si parte dal coinvolgimento del più alto numero possibile di utilizzatori potenziali. Poi ci si promuove su Facebook e i social network in generale» spiega Iacobelli. Utile la realizzazione di un sito web, con tutte le istruzioni d’uso, una linea diretta sempre aperta e gli aggiornamenti. «Bisogna sempre aggiornare il programma e rispondere a tutte le sollecitazioni degli utenti» spiegano i creatori di Angry birds. Scalare la classifica degli app store non è facile, ma chi ci riesce fa il botto. Per ogni gioco, servizio utile o informativo possibile ci saranno già due-tre App disponibili. Ecco perché è importante arrivare in alto e rientrare nella prima rosa di scelte.

Storia big

«Così abbiamo inventato Angry birds, la App più venduta del mondo»

È la killer application del momento. Al primo posto di quelle più scaricate, a pagamento nella classifica iTunes di 68 Paesi. La più venduta di tutti i tempi. Ogni giorno, 75 milioni di persone in tutto il mondo occupano (perdono?) 200 milioni di minuti lanciando uccellini kamikaze contro maialini verdi. Da questo è poi scaturito un fiorente business relativo al merchandising (60mila peluche venduti). Il tutto finora ha fruttato 50 milioni di euro, per un investimento iniziale di 100mila. Con un ritorno stellare. Una storia da sogno per gli “smanettoni” di tutto il mondo. Un’iniezione di fiducia e speranza. Quella di poter fare fortuna con un’App.

Tutto comincia nel 2003, quando Niklas Hed, all’epoca 22enne, con due amici, vince un concorso per programmazione di videogiochi per mobile sponsorizzato da Nokia. Da lì l’idea di fondare, con il cugino Mikael, una società, la Rovio (falò, in finlandese), che realizza giochi.

Ma le fasi sono altalenanti. I ragazzi amano ciò che fanno, ma non ne azzeccano una. Hanno grandi idee per videogiochi, ma non le risorse per produrli in proprio. Così lavorano a contratto  per i grandi nomi. Nel 2007, cominciano le riduzioni di personale.

Nel 2009, dopo un picco di 50 dipendenti, si tocca il minimo storico: 12 persone. I giovani imprenditori sono pronti a scommettere sul ruolo centrale che gli smartphone avrebbero avuto sull’intrattenimento. E decidono di puntare al mercato dell’Apple store. La competizione è alta, ma se sfondano lì è fatta. Ma in quegli stessi mesi, la Rovio è sull’orlo del fallimento. I 51 giochi sviluppati non erano bastati ad assicurarle stabilità e prosperità economica. Poi un game designer propone loro la schermata di un nuovo gioco. Angry birds cambia tutto: da 12 si schizza a 80 persone impiegate.

Millionaire ha intervistato Mikael Hed, il Ceo di Rovio.

Com’è cominciato tutto?

«All’inizio del 2009, il nostro team di creativi aveva realizzato vari concept. Uno di questi comprendeva uno stormo di uccelli arrabbiati. Tutti noi ci innamorammo subito di questi personaggi e decidemmo di usarli per il nostro gioco successivo».

Come avete capito di essere a una svolta?

«Lo scorso dicembre, il mio socio e cugino Niklas ha mostrato il lavoro a sua madre, che stava finendo di organizzare una cena. Due ore dopo, quando gli ospiti erano arrivati, sua madre stava ancora giocando. Visto che lei abitualmente non giocava ad alcun gioco, lo prendemmo come un ottimo segno. A questo punto, cominciammo ad aspettarci un certo successo di vendite, il che voleva dire almeno mezzo milione di download. Adesso, 200 milioni di download dopo, possiamo dire di essere piacevolmente sorpresi, ma non impreparati».

Qual è il segreto del vostro successo?

«Non c’è un solo fattore di successo. Abbiamo lanciato il gioco in un momento particolarmente propizio e pieno di opportunità, quello del boom degli smartphone. Adesso stiamo crescendo al di là degli smartphone. Stiamo cercando di espanderci su più piattaforme e trovare nuovi clienti e opportunità (è di questi giorni la notizia che Angry Birds è pronto a sbarcare su Facebook, ndr).

Nel 2010 è entrato nella società Peter Vesterbacka, con il compito di sviluppare il business in Nord America».

Come avere successo nell’App economy?

«Il settore è pieno di opportunità, ma anche molto competitivo. Il segreto è lavorare sull’idea, creare un prodotto forte, conoscere il mercato e i propri clienti».

Quali i vostri consigli ai neoimprenditori?

«Il primo successo da inseguire deve essere la partecipazione attiva del proprio pubblico e questa può essere ottenuta con storie, prodotti e servizi unici e attraenti.

Creare prodotti e servizi perfetti richiede un perfetto equilibrio tra persone giuste, esperienza, competenze

e risorse».

INFO: www.rovio.com

Storia small

«Siamo piccoli ma cresceremo»

«La risposta italiana ad Angry birds? Magari! Loro fanno dei numeri impressionanti. Noi, nel nostro piccolo, puntiamo a far diventare lo sviluppo di App la nostra attività principale entro il 2011» spiega Fabio Lalli, 33 anni.

Che App avete inventato?

«Uno dei nostri successi è stato Yeplike: 1.500 utenti in un mese. Il concetto è semplice: mettere l’etichetta “mi piace” o “non mi piace” a qualsiasi cosa (un panorama, un piatto, una persona…) e poi geolocalizzarlo. Questa applicazione è stata sviluppata in 72 ore. L’App Baby 2.0 mi è venuta in mente quando è nato mio figlio. È un’App che consente di “gestire” il proprio bambino: informazioni mediche, numero di poppate, statistiche di crescita».

Qual è la ricetta per tentare di emulare il successo di Angry birds?

«Ci vogliono esperienza, formazione, investimenti. Lavoro da 12 anni nell’It. Mi sono sempre occupato di tecnologia e sicurezza informatica. Negli ultimi anni anche di web marketing. Attualmente ho un lavoro full time in un’azienda come responsabile dei sistemi informativi».

È importante la formazione?

«La materia cambia in fretta, perciò bisogna sempre studiare e tenersi aggiornati. Io leggo, seguo corsi e mi sono anche iscritto all’università in età adulta. Adesso sono a cinque esami dalla laurea in Marketing».

Come farcela?

«Bisogna sempre guardare avanti. Conoscere la realtà americana. Avere confidenza con i nuovi strumenti e supporti. I principali tablet e smartphone me li faccio mandare dagli Usa, ancora prima che escano in Italia, perché li devo testare. Ogni anno – tra formazione personale e dotazione tecnologica – spendo circa 15mila euro».

La marcia in più?

«Usare Pc e smartphone per essere sempre connessi, comunicare con i social network, informarsi in Internet. Tenere spenta la tv e condividere. Ho dato vita al network Indigeni digitali: una community per sviluppare progetti.

Come vi fate conoscere?

«Si parte dal gruppo ristretto di conoscenti, ci si fa conoscere con i social network, si fa un comunicato in italiano e inglese per le riviste specializzate, online e offline. Funziona anche la pubblicità su Facebook: con 170 euro siamo stati visti sette milioni di volte e cliccati 1.500».

Guadagni?

«Bisogna avere ben chiare le fonti di guadagno. Una buona norma per scalare posizioni nella classifica degli App store è quella di variare il prezzo, fare delle promozioni a tempo, attirare l’attenzione. Con Yeplike contiamo di guadagnare dalla vendita di oggetti virtuali (come succede con Farmville). Con Baby 2.0 la svolta può arrivare da accordi di co-marketing con aziende del settore. Abbiamo già trattative in corso».

INFO: www.fabiolalli.com

Lucia Ingrosso, Millionaire 7-8/2011

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