Cloud computing, lassù tra le nuvole

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Risparmiare sull’acquisto di programmi e server: oggi si può. Grazie al cloud computing. Negli Usa tutti sanno che cos’è, in Italia qualcosa inizia a muoversi. Con il pc tra le nuvole

Alzate gli occhi alla nuvola. Pioveranno dati, programmi, applicazioni. Si chiama cloud, in italiano nuvola, più precisamente cloud computing: la “rete di reti”, cioè la tecnologia che fa eseguire le operazioni di cui abbiamo bisogno da programmi contenuti in altri computer collegati via Web. Il pc non contiene il programma che usa, ma si collega via Internet con una “nuvola” di macchine, decine di migliaia di computer, e ottiene le informazioni richieste.Per capirlo basta pensare a YouTube, MySpace, Facebook, Wikipedia, Flickr: non sono programmi installati su un pc, ma servizi a disposizione di tutti, che contengono un’enorme quantità di dati. Per poterli usare però un computer non ha bisogno di una particolare capacità: «Lo spazio della memoria è distribuito nella nuvola» chiarisce Marco Montemagno, cofondatore di Augmendy (http://augmendy.it), società web specializzata a 360 gradi nel mondo dei social media.

Come funziona?

La “nuvola” risponde alle nostre richieste e inizia il risultato elaborato al computer richiedente con i tempi della Rete. Un esempio è il servizio Live di Microsoft (www.live.com), in cui sono contenuti e-mail, contatti, calendario, sincronizzazione con il cellulare… Oltre a fare calcoli, il cloud computing archivia dati. Anziché cancellare messaggi e-mail perché troppo numerosi e pesanti, potete conservarli tutti nella casella e-mail di Internet: la memoria della nuvola è senza limiti.

Quanto costa?

Se tutte le funzioni di un computer fossero affidate alla nuvola finirebbe l’era di Microsoft, in cui il pc per funzionare ha bisogno di un pacchetto di programmi acquistati. Gli addetti ai lavori parlano di una separazione tra hardware e software, definita “virtualizzazione”. Con la “nuvola” il pc infatti ha bisogno solo di un sistema operativo minimo per collegarsi al Web. Inoltre chi usa la nuvola potrebbe superare la divisione tra le due maggiori piattaforme (Windows e Mac), per adottare un sistema condiviso da tutti. Il software non si compra più: si usa solo ciò che si vuole, quando si vuole, e si paga in base al consumo.

Perché il cloud computing è una svolta nel mondo informatico?

«Un’infrastruttura cloud costa, a parità di prestazioni, funzionalità e garanzie, dal 20% al 70% in meno rispetto a una soluzione convenzionale. Ed è più flessibile» spiega Antonio Baldassarra, Ceo di Seeweb, un’azienda che propone servizi di hosting, cloud server, cloud storage, cloud network (www.seeweb.it). «Il vantaggio di poter sempre usare solo la potenza necessaria è enorme». Il cloud computing trasforma i costi fissi (cioè, l’acquisto di programmi) in costi variabili (per la quantità e la frequenza di programmi in uso) e anziché grandi investimenti richiede costi che si spalmano su periodi d’uso. Per esempio: se un impiegato nel mese di agosto è in ferie, l’azienda non paga per il suo uso dei programmi per quel periodo. A prima vista, la nuvola sembra essere più vantaggiosa per privati, piccole aziende e nuove attività. «Un privato che rinuncia ad acquistare il pacchetto Office per usare Open Office risparmia qualche centinaia di euro» aggiunge Montemagno. Tra i vantaggi c’è poi l’opportunità di pagare on demand: una Pmi può usare più software, proposti da più aziende, senza investire troppo.

Grandi aziende già attive che hanno speso molto per server e database molto capaci, sembrano invece avere più da perdere nel buttare nel dimenticatoio le loro strutture.

Quali sono i problemi del cloud computing?

In primo luogo la “scalabilità”, cioè la capacità di un sistema di ingrandirsi e funzionare quando si aggiungono nuove risorse. Una facoltà che dipende sia dalla componente software sia da quella hardware. Due le possibili soluzioni: la prima prevede le necessità presenti e future analizzando quanto è successo fino a oggi. In altre parole: se ogni mese finora ho dovuto aggiungere 10GB per l’archiviazione dati, è plausibile che anche nei prossimi mesi dovrò procedere nello stesso modo. La seconda soluzione invece richiede una sorta di “allarme” che segnala anomalie al personale di gestione affinché siano preparate misure ad hoc per le emergenze.

Riassumendo: nel primo caso si interviene in modo preventivo, nel secondo si interviene al momento, solo se si presentano dei problemi.

Christophe Bisciglia

«sono il pioniere del cloud»

Non ha ancora compiuto 30 anni, ma è già stato ingegnere “senior” per Google, dove ha avviato l’iniziativa di cloud computing per le università. Oggi Christophe Bisciglia si è staccato dal colosso di Mountain View ed è vicepresidente di Cloudera (significa “l’era della nuvola”), impresa che propone una piattaforma dati basata sul software open source Apache Hadoop. Nel frattempo ha ricevuto una consacrazione ufficiale, nel 2009, con la vincita del premio Miglior imprenditore tecnologico assegnatogli dal settimanale Usa Businessweek. Ma il suo talento era già stato riconosciuto dal motore di ricerca di Sergey Brin e Larry Page quando Bisciglia aveva 22 anni ed era solo un programmatore junior: lì, tra gli uffici più creativi del mondo, si è fatto notare come uno che risolve i problemi senza fare troppo il pignolo sulle regole. «È più semplice chiedere scusa che chiedere il permesso» ha dichiarato Bisciglia. Del resto, la sua famiglia aveva capito il suo ingegno molto prima, già nei primi anni di scuola superiore: quando aveva imparato a usare il computer e creato pagine web di vendita per coltivare la sua passione per i cavalli.

I § cloud computing

› Amazon propone diversi servizi di cloud computing: dall’archivio dati, usato anche dal New York Times per immagazzinare l’archivio storico, fino all’elaborazione on demand (pagamenti, e-commerce, traffico Internet…).

› Apple invece (www.apple.com/it/mobileme) propone (a 79 euro l’anno) un servizio che sincronizza e-mail, contatti e calendari su iMac, iPhone e iPod.

› Google «Google Apps, disponibili in italiano: la versione Premier per le aziende costa 40 euro l’anno e ha 25GB di spazio per la casella di posta» spiega Gabriele Carzaniga, sales engineer manager per il Sud Europa, divisione Enterprise di Google. «Per ora l’applicazione più richiesta è la posta elettronica: niente manutenzione, né upgrade, spazio mailbox virtualmente illimitato…». Lo scorso marzo è stato lanciato il Google Apps Marketplace (google.com/enterprise/marketplace), “negozio” on line dove acquistare un catalogo di applicazioni cloud aziendali integrabili tra loro, in aree come la gestione clienti, la produttività, il marketing. «Ci sono Google Sites, per la creazione di siti web e intranet aziendali, o Google Video, per una sorta di YouTube aziendale. Le possibilità e le idee possono essere infinite e la loro trasformazione in progetti è rapida e semplice» aggiunge Carzaniga.

 

sicurezza e privacy tutelate?

La sicurezza sembra essere un problema lontano per il cloud computing: le applicazioni possono essere suddivise in più datastore che usano tecnologie e sistemi operativi diversi. In questo modo, anche quando un punto viene attaccato da un hacker, è possibile metterlo subito fuori uso e sostituirlo con un altro. «Per un privato può essere vantaggioso avere la propria posta nella nuvola: di sicuro, i sistemi di backup di un gestore come Google sono più efficaci di quelli di un utente medio» osserva Montemagno. Da sapere però che nello scorso ottobre l’operatore Usa T-Mobile ha perso i dati (rubriche, foto…) di migliaia di persone per un problema di backup. Bisogna poi fare i conti con la privacy, da tutelare con un’autenticazione rigorosissima d’accesso. Per qualcuno l’idea di affidare i propri dati a un sistema molto grande ma “virtualizzato” è una garanzia di tutela. Per altri invece la riservatezza di informazioni delicate quali la finanza e la sanità non dovrebbero essere agganciate a una miriade di “nuvole” lontanissime. È difficile prevedere oggi quale sarà lo sviluppo della nuvola anche su questi aspetti. «Un’azienda può avere delle perplessità nell’affidare la lista dei propri clienti a una “nuvola”. È probabile che, in futuro, ci saranno mille problemi che ancora oggi non prevediamo. Certo, dobbiamo abituarci all’idea che tutto ciò che è in digitale per sbaglio potrebbe diventare di pubblico dominio: dalla lista dei clienti di una banca offshore con l’ammontare dei propri conti correnti alle fotografie inviate alla propria fidanzata. Ma ci stiamo dirigendo con gradualità verso una dimensione di maggior trasparenza» conclude Montemagno.

Maria Spezia, Millionaire 7-8/2010

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