E io apro un minimarket

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Piccoli ma agguerriti. Offrono prodotti freschi, pulizia, comodità di parcheggio. I supermercati di quartiere trovano spazi inediti. Ma l’affare non è per tutti

C’erano una volta il lattaio, il fruttivendolo, il salumiere. Adesso c’è il piccolo, grande supermercato di quartiere. A differenza di tante botteghe in difficoltà, superette e minimarket vanno alla grande. Piccoli ma agguerriti, affrontano la concorrenza dei centri commerciali. Il loro regno è il centro città, un incrocio di vie o una piazza, qualche isolato residenziale o zone di uffici. La loro forza offrire alla gente del posto quello di cui ha bisogno. Alimentari freschi e confezionati ogni giorno, bevande, prodotti per la casa… Tutto comodo, su scaffali ordinati, da acquistare al volo al ritorno dall’ufficio o nell’intervallo, senza bisogno di farsi lunghi viaggi in auto, nel traffico. «Il super di prossimità è un riferimento per gli acquisti quotidiani» spiega Danilo Preto, direttore marketing e comunicazione della Sisa, catena con 2.000 supermarket in Italia. «Ci si va anche tre, quattro volte la settimana, per pane, latte e alimenti freschi. Al centro commerciale invece ci si reca più raramente e in occasione di offerte speciali».

Ma può un minimarket spuntarla coi colossi del retail? «I supermercati di prossimità recuperano terreno e spazi imprevisti» spiega Luca Fumagalli, esperto in sviluppo reti. «La logica del negozio di vicinato tiene e va avanti, anche nella crisi del commercio al dettaglio. Nel piccolo super si dà una risposta precisa alla richiesta locale. Il dettagliante calibra il mix di merce a seconda delle esigenze dei clienti». Da una ricerca ACNielsen per Sisa, risulta che un cliente su cinque (soprattutto sopra i 55 anni) apprezza il fatto di trovare nel “suo super” prodotti locali e regionali. E il 43% degli italiani vorrebbe prodotti freschi e piatti pronti tradizionali. Attira sempre più anche il biologico, purché non comporti prezzi eccessivi. In crescita l’appeal degli alimenti per animali domestici, segnale che anche in Italia il pet business è una realtà.

Aprire un supermercato, però, non è affare per tutti. Spiega Fumagalli: «La collocazione nei centri urbani rende impegnativo l’investimento immobiliare o l’affitto, che sale nelle grandi città come Milano. Le metrature devono essere adeguate e comprendere il magazzino e spazi conformi alle indicazioni di legge per la gestione degli alimenti freschi. Si parla, per l’allestimento di piccole metrature, di cifre sopra i 100 mila euro». Ma l’investimento sale tra 500 mila e un milione e 200 mila euro per gli 800 mq, spazio indicato per un super di prossimità o un piccolo superstore. «Le cifre variano. Dipende dalla collocazione, dal format utilizzato, dalle dimensioni. Così cambia anche la redditività: 50 mq nei Quartieri spagnoli di Napoli o in una stazione ferroviaria possono rendere come 400 mq nella periferia di una città» aggiunge Preto. Meglio però informarsi subito circa i piani di sviluppo del Comune di pertinenza o, in certi casi, della Regione.

Aprire dove è previsto un centro commerciale nelle vicinanze è l’anticamera del fallimento.

Ma conviene iniziare da indipendenti o entrare in una rete conosciuta, con un logo diffuso e pubblicizzato? Alcune catene fanno parte di gruppi della grande distribuzione, come Dì per Dì (Carrefour), o Sma, Punto Sma e Cityper (Auchan), e prospettano formule in franchising. Ma ci sono altri tipi di collaborazione commerciale come quelle di Conad, dove si parla di associazioni e corsorzi. Il Pellicano, poi, cerca concessionari. Nella rete Sisa entrano soci o affiliati, che hanno livelli di coinvolgimento diversi nelle strategie del consozio. Ogni partnership ha le sue regole, ma in genere l’imprenditore riceve dal gruppo una serie di supporti preziosi per l’attività: servizi commerciali, tecnici, gestionali, predisposizione del punto vendita. Il clou, però, è la fornitura della merce. In genere, ogni catena  dispone di una o più piattaforme logistiche, ossia magazzini centrali da cui arrivano i rifornimenti, ogni giorno, spesso sollecitati da un software di gestione delle scorte, utilizzato nel negozio. Se si considera che anche il supermarket più piccolo offre almeno tremila referenze, una logistica integrata consente di avere riassortimenti rapidi per qualsiasi prodotto e un magazzino ridotto presso il punto vendita. Con notevoli risparmi (vedi box a fianco). Attenzione, però, non bastano spirito imprenditoriale o denaro. Indispensabile un’esperienza di vendita al dettaglio, per risolvere le problematiche in negozio, gestire il personale e trattare coi clienti.

Burocrazia

Prima di partire

Ecco passo per passo tutte le pratiche burocratiche indispensabili per aprire un minimarket.

› Chiedi al Comune.

Per una superficie sotto i 250 mq, basta dare comunicazione al Comune. Poi si può aprire entro 30 giorni. Per superficie tra i 251 e 2.500 mq, bisogna presentare una domanda al Comune (ufficio urbanistica), che verifica se si può aprire in una determinata zona.

› Licenza per alimenti. La licenza per attività alimentare è rilasciata dall’ufficio Igiene del Comune, dopo l’ispezione e il parere dell’Asl, che verifica che siano state rispettate le norme.

› Requisiti.

Il titolare deve avere lavorato per due anni (negli ultimi cinque), nel settore alimentare, come dipendente o coadiutore, oppure seguire un corso specifico presso la Camera di Commercio o Ascom locale.

Si fa presto a dire super

Ecco, in linea di massima, le cifre da considerare quando si avvia un market.

1. Investimenti. Gli investimenti variano a seconda delle superficie.

›              Superette: 200-400 mq investimento: 350 mila euro.

›              Supermercato di prossimità: 400-800 mq, investimento: 450-500 mila euro.

›              Superstore: 800-1.200 mq, investimento: 1.200.000 euro.

›              Piccolo iper: 1.200-1.500 mq investimento: 1.500.000 euro.

2. Costi. Rilevanti le spese per l’allestimento delle aree dove si trattano gli alimenti e le attrezzature, che devono rispettare le norme sanitarie e di sicurezza (le Haccp impongono anche la frequenza di un corso e l’ottenimento di un certificato). Le macchine devono essere robuste e di qualità: un’affettatrice, per esempio, costa anche 2.000 euro. Gli espositori refrigerati per le bevande, spesso, sono dati in comodato d’uso dai fornitori. Il banco del fresco non deve mancare: è un elemento fondamentale nella scelta del consumatore. Da non sottovalutare, il costo del lavoro: per una superette servono almeno 8-10 persone. Poi, gli affitti, l’energia, le spese generali (soprattutto i materiali di confezionamento), l’asporto dei rifiuti , le differenze inventariali. In questa voce rientrano i furti (piccola piaga da tenere in conto) e i gettati, ossi i prodotti freschi che scadono e si devono buttare.

3. Guadagni. Sui prodotti freschi, il dettagliante ha un ricarico del 20%, sugli altri più basso. In generale, l’utile netto è solo del 2%: per avere profitti, i volumi di affari devono essere molto elevati. Commenta Luigi Morreale, ex titolare di una superette ad Agrigento: «I ricarichi lordi non devono essere meno del 20%, per garantire margini dignitosi. I costi di gestione incidono per il 15-16% su questo 20%, e al titolare resta il 2-3% sul fatturato globale. L’utile aumenta di qualche punto grazie ai premi di fine anno e agli incentivi dei produttori, che pongono, su alcuni prodotti, obiettivi di vendita e gratificano chi li raggiunge. In media, una superette per andare bene deve produrre un fatturato di 5.000 euro al mq. Quindi, per una superficie di 300-400 mq, si parla di 1.500.000 euro di fatturato annuo e un utile netto di 60 mila euro l’anno». Un altro consiglio prezioso arriva da Alessandro Campisi, responsabile sviluppo partnership di Pellicano: «Ogni reparto di un supermercato, soprattutto quelli del fresco (carne, pesce, gastromomia) fa a sé. Bisognerebbe fare per ognuno un bilancio previsionale. Per alcuni, è negativo, ma i reparti vanno mantenuti per offrire un servizio alla clientela».

Silvia Messa Millionaire 01/2006

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