E ora swap party!

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Da New York all’Italia. Si diffondono le feste dedicate allo scambio di abiti e accessori. Si rinnova il guardaroba senza spendere. Ma, per chi crea strutture e servizi per favorire gli scambi, c’è il business

Il concetto è semplice: abbiamo gli armadi pieni di capi belli ma che non usiamo più. Molti ci sono costati parecchio. Perché buttarli, soprattutto di questi tempi, in cui il denaro scarseggia? E allora io do una cosa a te, tu dai una cosa di pari valore a me. Ci si trova, ognuno con qualche abito, in location chic. E iniziano gli scambi.

Si chiamano swap party, sono arrivati in Italia direttamente da Manhattan.

Le feste fanno notizia: sono ecologiche (non si buttano capi buoni né si utilizzano nuove risorse), chic, benefiche (ciò che non viene scambiato si dà in beneficenza) e favoriscono la socializzazione. La loro attrattiva le trasforma in eventi sponsorizzabili. Li stanno già sfruttando grandi aziende come Visa, che ha organizzato a Londra, nella City, una festa modaiola durata tre settimane.

 Dal party al franchising

Ma ci sono possibilità di fare business in piccolo? Organizzare momenti di baratto può essere una bella idea per mettersi in proprio? Sì, a giudicare dalle storie che abbiamo raccolto.

Grazia Pallagrosi e Chiara Bettelli, giornaliste, con la pittrice Alice Pazzi, hanno fondato nel 2009 a Milano l’Atelier del riciclo, un’associazione che ha come scopo il riuso delle cose e che organizza swap party

Facciamo una festa al mese, si tratta di party che favoriscono il risparmio e le relazioni sociali. Chi partecipa si scambia abiti, accessori, bijou… Oggetti, mobili. Persino idee, progetti, case, vacanze.Il nostro motto è Be cool, be green, be glam» racconta Grazia Pallagrosi.

Varie le location. Il loro Urban Swap Party, a Milano, in corrispondenza con la settimana della moda, dal 25 al 27 settembre, è stata una festa su un tram.

Come funziona?

Si consegnano i capi. Li valutano esperti in fa­shion design, assegnando loro una, due o tre stelle, a seconda della qualità. Le stelle sono buoni-scambio che possono essere utilizzati subito per prendere capi o accessori di pari valore.

«Abbiamo circa 550 persone che ci seguono, tra chi partecipa ai party, membri dell’associazione e abbonati.

Partecipare alle feste ha un costo: tra 10 e 20 euro, dipende dall’evento. I soci pagano 50 euro l’anno, ottenendo sconti con aziende e servizi convenzionati nell’ambito dell’”edonismo sostenibile”: viaggi, negozi, wedding planner…

Entrano gratis a due swap party e nella swap boutique, il negozio che abbiamo aperto e dove è possibile barattare. L’abbonamento serve per frequentare il negozio: 20 euro per un ingresso giornaliero, 50 euro per il mensile, 90 euro trimestrale». Gli ingressi ai party e gli abbonamenti sono un introito, ma non basta.

Abbiamo creato lo shop. E ampliato l’attività con lo spazio espositivo, aperto a marzo di quest’anno. Abbiamo fondato una Srl, Ecostyle, per lanciare un franchising: abbiamo un progetto pilota per creare una rete di swap boutique.

Tra un anno partiremo con le affiliazioni. Lavoriamo con otto collaboratori e stiamo investendo per creare la struttura.

Per chi vuole aderire al franchising, prospettiamo un impegno di circa 80mila euro per realizzare la boutique, cui si sommano altri 10mila per il pilotage.

Siamo interessati a Roma, Torino, Firenze, Sicilia. Forniremo marchio, know-how, comunicazione e i corsi che poi si tengono in negozio. Prevediamo un anno per il break even. Per ora, rispettiamo il nostro business plan e l’attività a Milano funziona. Certo che nelle metropoli l’offerta di moda ed eventi è infinita, compresi i second hand, negozi che propongono usato. La swap boutique potrebbe sfondare in provincia, anche se la mentalità è più chiusa, ma siamo ottimiste:

Sei mesi fa non si sapeva neppure cosa fosse uno swap party, oggi se ne parla e c’è interesse: noi ne abbiamo organizzati 25» conclude Pallagrosi.

 Da Nord a Sud, in tanti credono nello swap

Molto attivi anche i fondatori di Swap Club Italia: Tamara Nocco, trend setter bolognese, ha creato con Francesca Caprioli, fondatrice di Green-Think, e Rodolfo Due’, esperto di social media, www.swapclub.it, sito per lo swapping on line (1.000 utenti registrati). L’obiettivo è, anche in questo caso, di organizzare eventi ecochic nelle maggiori città italiane.

«Il primo swap l’abbiamo organizzato due anni fa. Ne abbiamo realizzati 10, da ottobre 2009 a luglio 2010, alcuni in un centro commerciale, in Puglia».

Come si fa? «Affittiamo una location, in qualche caso prestigiosa (come palazzo Gnudi, a Bologna), per due-tre ore. Le persone si registrano e pagano un ingresso di circa 30 euro a testa, con cui accedono a un salotto chic, con gente per chiacchierare e un buon buffet. Se il party ha uno sponsor che sostiene le spese di organizzazione, si entra gratis» racconta Due’. I partecipanti, 40-50 al massimo, devono portare capi di buona fattura, del valore di almeno 50 euro. Una giuria di esperti di moda assegna una contromarca, che permette di prendere capi di valore corrispondente, non superiore. Ciò che non viene scelto da nessuno, va in beneficenza».

Ma si guadagna organizzando swap party? «Le prospettive sono buone per la partecipazione di sponsor, interessati alla visibilità. Le spese organizzative si aggirano sui 1.500-2.000 euro a festa: circa 500 per una location media, il resto per il personale. Servono almeno quattro-cinque collaboratori a serata, che si occupano del trasporto abiti e dello stoccaggio dopo la valutazione, poi della protezione contro i furti, nella fase di esposizione, infine c’è il rimborso spese per la giuria.

Il nostro target è interessante: donne con ottima capacità di spesa, che comprano abiti per 400-500 euro ogni mese. La nostra filosofia è reuse, reduce, recycle: ci sono belle cose che si possono rimettere in circolazione. Con 20-30 euro porti a casa un capitale». Gli organizzatori di Swap Club Italia intervengono se chiamati per organizzare party in giro per l’Italia: «Mettiamo a disposizione competenze e contatti. Ci si accorda di volta in volta per ripartire i guadagni con l’organizzatore del posto o chi mette a disposizione la location. Ideali quelle che possono far parlare di sé e attirare gente».

“Barattiamo” è già un franchising

Il baratto genera business, dunque. Per favorire gli scambi e guadagnarci, Arianna Alaimo, imprenditrice siciliana, laureata all’Accademia di Costume e moda, dopo avere aperto sette anni fa a Roma L’Officina sartoriale, ha pensato di creare un nuovo negozio per il baratto.

«La gente spende sempre meno, per il nuovo. Negozi di usato ce ne sono tanti. Ho creato due anni fa uno swap shop per l’abbigliamento femminile e l’ho chiamato Barattiamo. Le clienti portano i capi che sono valutati con una, due o tre stampelle. Devono essere in ottimo stato, senza macchie. Ma sono comunque mandati in tintoria, per la sanificazione. Per questo, per ogni capo si paga una quota di servizio di 13, 16, 20 euro a seconda della categoria. Il buono-stampelle può essere usato entro i tre mesi successivi».

Il business c’è e deriva dall’attività di servizio, tanto che Alaimo ha lanciato da alcuni mesi un franchising, inserendo Barattiamo tra le insegne della Federazione italiana franchising. Per affiliarsi servono un negozio di circa 50 mq e una sola persona per la gestione.

Tolte le spese, l’affitto, la tintoria e gli ammortamenti, Alaimo prospetta un guadagno netto mensile di almeno 2.000 euro.

Le spese di tintoria incidono per 1,30 euro su ogni capo. L’affiliato può anche ricevere un apparecchio per fare da solo la sanificazione. «Per il franchising richiediamo una fee di 10mila euro e altri 30mila euro per allestimento, arredo e uno stock iniziale di 200 pezzi tra abbigliamento e accessori. Sono capi che acquisto io da clienti selezionati e mercati di un certo livello» spiega l’imprenditrice.

«Servono almeno due anni per entrare a regime. Ma in questo periodo, l’affiliato può comunque guadagnare almeno 1.000-1.200 euro al mese». Alaimo non ha potuto, all’inizio, contare sulla clientela della precedente attività: i due negozi erano in zone diverse. Oggi si sono avvicinati e le clienti si mescolano. Anche in funzione del progetto franchising, Alaimo investe in pubblicità (circa 30mila euro, finora), ha partecipato alla Fiera del franchising di Roma e valuta quella di Milano.

Il baratto non è ancora visto come una cosa normale, siamo ancora un po’ provinciali. C’è molto interesse per il mio franchising, ma sono pochi quelli che hanno disponibilità finanziaria, in questo periodo. Noi ci crediamo e ci stiamo lavorando».

Silvia Messa, Millionaire 10/2011

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