Home restaurant: come aprirne uno in 7 step

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Dall’Europa all’Italia si diffondono i ristoranti in casa. Dietro i fornelli, cuochi più o meno dilettanti. A tavola, estimatori della cucina familiare. La bella notizia? Non ci sono particolari obblighi, di legge o fiscali, almeno nella prima fase dell’attività. Si comincia in piccolo, ma poi i guadagni arrivano.

Ecco come iniziare in 7 step…

1. Mettiti alla prova. Non importa che tu sia un cuoco professionista. Devi saper preparare piatti sperimentati, anche semplici, con ottime materie prime. Due o tre primi, altrettanti secondi, vino e bevande. Con menu a seconda degli eventi e delle stagioni. Devi essere accurato, pulito, creativo nella presentazione del servizio: «Accogliamo fino a 17 persone. A ogni ospite chiediamo un rimborso di 25 euro. I primi guadagni, li abbiamo reinvestiti in stoviglie e tovaglie» spiegano Martina Garlassi e Valentina Olgiati di Friendly Food

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2. Socializza ed emoziona. Cucinare non basta. Devi raccontarti, diventare una guida al buon cibo e alle bellezze della tua zona. Chi cerca un home restaurant, vuole sentirsi tra amici, in famiglia, spesso inizia una vacanza e desidera dritti e consigli per viverla meglio. Vuole emozioni

3. Organizza spazi e attrezzature. Non serve una cucina professionale, ma efficiente: doppio lavandino, lavastoviglie grande, piano cottura con più fuochi, pentole, padelle, teglie, frigo. Piatti, bicchieri, posate di buona qualità: «Abbiamo acquistato nuovi piatti (150 euro) e bicchieri (500 euro) serigrafati con il nostro logo» spiega Adriano Amoretti di http://www.fukrestaurant.it/

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4. Stabilisci i prezzi. Cerca i fornitori della tua zona. Puoi acquistare quello che ti serve e calcolare il prezzo del menu in base al costo ingredienti, alle tue ore di lavoro, consumi energetici. Si parte da una decina di euro per un brunch e si arriva a 25-35 euro per una cena».

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5. Proponi il cobranding. «Noi facciamo ricerca sul territorio, soprattutto presso i piccoli produttori di vino e materie prime di qualità. In questo caso per cene a tema con i loro prodotti, si possono dividere i proventi: 70% all’home restaurant, 30% al produttore» spiega Adriano. Dopo la cena i produttori possono anche vendere i loro prodotti o raccogliere ordini di acquisto.

6. Vuoi farti conoscere? Entra in una community. In Italia crescono le community degli estimatori del social eating. Ci sono già portali affermati: Gnammo ha già 40mila iscritti tra cuochi (25-30%) e gnammer (chi mangia). L’hanno fondato due 40enni, GianLuca Ranno, designer, e Cristiano Rigon, informatico, con Walter Dabbico, esperto di comunicazione e marketing, 28 anni. Gli host riconoscono alla piattaforma il 12% del guadagno. Altri esempi italiani http://www.thesoulfood.it/ e http://www.homefood.it/. Ma esistono anche portali internazionali: pubblichi gli eventi, ricevi prenotazioni e riconosci al network una percentuale: https://www.kitchenparty.org/, http://www.eatwith.com/, http://www.eatwith.com/, http://www.hushsupperclub.com/, https://it.vizeat.com/, tra le più conosciute.

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7. Verifica la burocrazia. Devi aprire partita Iva solo se i tuoi redditi superano il massimo annuo di 5mila euro. Se non superi 30mila euro annui puoi usufruire del regime fiscale agevolato dei minimi. Non ci sono obblighi sanitari perché il ristorante in casa non è un’attività commerciale, ma molti homeristoratori, ottengono la certificazione HACCP, per l’autocontrollo sull’igiene degli alimenti.

Vuoi saperne di più? Leggi l’inchiesta di Silvia Messa pubblicata su Millionaire di aprile 2015.

Redazione

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