In Italia il lavoro paga di più se sei uomo

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Gap uomo-donna

2022: si riscontra ancora un divario notevole tra uomo e donna quando si parla di stipendio

La questione della parità di genere tra uomini e donne è parecchio sentita in tutto il mondo. Anche in Italia. La differenza con altri Paesi, però, si riscontra in quanto poco l’Italia faccia per ridurre il divario tra i sessi. L’ennesima conferma di un percorso ancora molto travagliato arriva su un argomento che, forse più di tutti, tocca la sensibilità delle persone: il salario.

Con circa 7.700 euro di differenza negli stipendi dichiarati nell’anno 2021 (e, quindi, anno di imposta 2020), la parità salariale tra uomo e donna è qualcosa che si trova ancora a distanze siderali. O almeno, questo è quanto emerge dall’elaborazione ad opera del Dipartimento di Finanze Pubbliche (parte del MEF) dei dati presentati con le dichiarazioni di redditi lo scorso anno.

Non è la prima volta che il Dipartimento fa uso dei dati contenuti nelle dichiarazioni di reddito per valutare la “forbice” che separa maschi e femmine in termini di stipendio: le serie storiche esistono a partire dal 2017 e raccontano la storia di un Paese che non ha ancora abbracciato un vero cambiamento in direzione di una parità effettiva tra i sessi.

Le donne sono più numerose degli uomini (e meno retribuite)

Si consideri, ad esempio, che la popolazione italiana è composta in misura leggermente maggiore da donne: su 100 unità della popolazione, circa 52 sono di sesso femminile. Eppure, di tutte le persone che hanno dichiarato un reddito soggetto a imposta sul lavoro (Irpef) nel corso dell’anno passato, le donne formano nel complesso un 48% scarso.

Pur essendo numericamente più rilevanti, le donne incidono meno degli uomini a livello reddituale. Se poi si guarda la percentuale di donne contribuenti sul totale della popolazione italiana, ci si imbatte in un modesto 64,3% rispetto al 74,1% che si portano a casa gli uomini.

Ma c’è di più: il divario di quasi 10 punti percentuali netti non cambia nemmeno quando si prende in considerazione la sola popolazione in età lavorativa: questo dato, tuttavia, può essere ridimensionato alla luce del fatto che popolazione totale e popolazione in età lavorativa non differiscono troppo, dato l’invecchiamento (e l’inverno) demografico.

 

Serie storiche e scaglioni reddituali

Tuttavia, le serie storiche raccontano un bias che si protrae nel tempo e da tempo: in ciascuno dei cinque anni considerati sulla base dei dati disponibili, la partecipazione delle donne al reddito complessivo si è attestata intorno al 38%, ovvero -10% rispetto al loro peso sul totale dei contribuenti.

Questo significa semplicemente che l’importo totale dichiarato dalle donne è inferiore di 1/3 rispetto a quello dichiarato dagli uomini. Il divario negli stipendi, inoltre, si acuisce o riduce al seconda degli scaglioni di reddito che vengono presi in esame. In generale si può dire, con riferimento al primo scaglione, ovvero quello dei contribuenti più poveri, che il reddito delle donne è maggiore di quello degli uomini.

Al contrario, con riferimento ai tre scaglioni che vanno da redditi superiori ai 15K euro fino a redditi di 75k euro, gli uomini godono di uno scarto positivo ma ridotto: circa +3/5% in più rispetto all’altro sesso. È con riferimento allo scaglione che interessa i redditi maggiori di 75K euro che si produce uno scarto netto tra uomo e donna: l’importo dichiarato da ogni donna è in media l’84% di quello di un uomo.

Il mercato del lavoro tra reddito procapite e flat-tax

A cosa si devono queste differenze? In sintesi, alla conformazione del mercato del lavoro italiano: la distribuzione del reddito tra uomini e donne differisce per classi di contribuenti. Le donne, infatti, rappresentano il 53,7% dei dichiaranti reddito inferiore ai 15K euro (contro un 36% di uomini), mentre in tutti gli altri scaglioni la quota sui rispettivi totali vede gli uomini in netto vantaggio.

A maggior ragione, lo sono tra coloro che guadagnano più di 75k l’anno: sul totale complessivo del loro numero, il rapporto è di 3:1 per gli uomini. Questo la dice molto lunga sulle possibilità di accesso per molte donne a posizioni lavorative con remunerazioni altamente favorevoli: una stortura di sistema che non accenna a ridursi.

A complicare ulteriormente le cose in questa direzione ci pensa la flat-tax, tornata alla ribalta con le recenti campagne elettorali del centrodestra italiano: per sua natura, un sistema di imposizione fiscale del genere, premia le fasce di reddito più alte. Ossia quelle alle quali le donne hanno minor accesso.

Di conseguenza, le donne con introiti inferiori a 15K l’anno sono meno povere rispetto agli uomini della stessa fascia reddituale ma, dato il loro peso nella distribuzione del reddito complessivo, a livello medio si crea un divario di 7.700 euro l’anno di differenza, tutto a sfavore delle donne.

Per non parlare, infine, dei redditi oltre i 300K l’anno: in casi del genere, il rapporto reddito uomo/reddito donna cresce a dismisura solo a favore degli uomini. Un altro eloquente indicatore del fatto che, in Italia, per le donne, la salita verso condizioni socioeconomiche migliori è di gran lunga più ripida di quella che tocca agli uomini.

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