Un’analisi della Rome Business School su venture capital, startup, brevetti e fondi europei, mostra che non esiste una sola capitale dell’innovazione, ma tre ecosistemi distinti e complementari.
Dove nasce davvero l’innovazione in Italia? Nei capitali che finanziano le startup, nei laboratori pubblici o nei distretti industriali capaci di trasformare tecnologia in prodotti? La risposta, oggi, è meno lineare di quanto si pensi.
Fondata su dati relativi a venture capital, startup, brevetti e fondi europei, un’analisi della Rome Business School – curata dall’imprenditore Michele Franzese e dal direttore del Centro di Ricerca di RBS Valerio Mancini – dimostra che non esiste una sola capitale dell’innovazione, ma tre ecosistemi distinti e complementari: Milano, che tra il 2020 e il 2024 ha attratto oltre 4,1 miliardi di euro di investimenti; Roma, prima in Italia per fondi europei alla ricerca con 776 milioni da Horizon 2020; e Torino, con un ecosistema tecnologico in crescita del 19% annuo. Dal report “Chi fa innovazione e dove? Roma, Milano, Torino: player, infrastrutture e numeri comparati” emergono tre città, tre modelli diversi che stanno ridefinendo la geografia dell’innovazione nel Paese.
Roma, il paradosso della conoscenza
Roma rappresenta il cuore scientifico dell’innovazione italiana. È il primo territorio per fondi europei alla ricerca, con 776 milioni di euro ottenuti da Horizon 2020, e ospita alcune delle principali istituzioni scientifiche del Paese, dal CNR all’ENEA fino all’Agenzia Spaziale Italiana. A questo si aggiunge un sistema universitario tra i più grandi d’Europa e una filiera industriale avanzata, come quella aerospaziale della Tiburtina Valley, che conta circa 250 aziende e oltre 23.000 addetti altamente specializzati.
Eppure, a fronte di questa massa critica, l’ecosistema romano fatica a tradurre la conoscenza in crescita economica: negli ultimi cinque anni ha raccolto circa 295 milioni di euro di venture capital in 357 operazioni, con ticket medi inferiori al milione.
Il nodo non è quantitativo ma relazionale: università, imprese e investitori restano spesso scollegati, rallentando il trasferimento tecnologico e limitando la nascita di scaleup. È il paradosso di Roma: una delle più alte concentrazioni di ricerca in Europa che, senza connessioni più solide, fatica a trasformarsi in impresa.
«Roma dispone di una massa critica scientifica che poche città europee possono vantare – spiega Michele Franzese – ma la performance di un ecosistema non dipende solo dalla quantità di ricerca prodotta, bensì dalla qualità delle connessioni tra i suoi attori».
Milano, il motore che trasforma in fatturato
Milano si conferma il principale hub imprenditoriale dell’innovazione italiana, con numeri che non hanno equivalenti nel Paese. Tra il 2020 e il 2024 ha attratto oltre 4,1 miliardi di euro di venture capital in più di 1.100 operazioni e concentra circa 2.400 startup innovative, quasi la metà delle B2B italiane.
La forza dell’ecosistema milanese non risiede solo nel volume degli investimenti, ma nella densità delle relazioni tra università, imprese, investitori e acceleratori, che rende più rapido il passaggio dall’idea al mercato. In questo contesto, le startup trovano più facilmente capitali, competenze e primi clienti, all’interno di un sistema che tende ad autoalimentarsi.
«Un ecosistema che diventa troppo competitivo al proprio interno – dice Valerio Mancini – rischia nel tempo di selezionare solo chi può permettersi di starci, perdendo quella diversità di profili e di prospettive che è il vero carburante dell’innovazione di lungo periodo».
Tuttavia, questa stessa competitività genera un effetto collaterale: il costo dei talenti cresce e diventa sempre più difficile, soprattutto per le realtà early stage, competere con le grandi aziende sul piano salariale. Milano resta quindi il benchmark nazionale per capacità di execution, ma anche un ecosistema sempre più selettivo.
Torino, dove si costruisce il futuro
Torino rappresenta il terzo modello dell’innovazione italiana, fondato su una forte matrice industriale e ingegneristica. Negli ultimi anni la città ha trasformato la propria eredità manifatturiera in un ecosistema orientato all’hard tech, all’intelligenza artificiale e all’aerospazio, con un Ecosystem Value stimato intorno ai 3 miliardi di dollari e una crescita media del 19% annuo, in controtendenza rispetto al calo registrato a livello globale.
Il Politecnico di Torino, insieme a incubatori come I3P e a infrastrutture come OGR Tech, ha contribuito a creare un ambiente altamente specializzato, in cui la ricerca applicata dialoga direttamente con l’industria. Questo rende Torino un laboratorio particolarmente efficace per lo sviluppo e il test di tecnologie complesse. Le criticità riguardano però la fase di scaleup: l’accesso ai capitali resta più limitato rispetto ad altri hub e la disponibilità di talenti senior è ancora ridotta. Ne emerge un ecosistema solido sul piano tecnico, ma che deve rafforzarsi per sostenere la crescita delle imprese oltre le prime fasi di sviluppo.
Vitalità vs produttività
Il confronto tra i tre ecosistemi evidenzia una distinzione cruciale: quella tra vitalità e produttività. La vitalità è ciò che si vede – numero di startup, eventi, programmi pubblici, iniziative sul territorio. La produttività, invece, si misura nella capacità di trasformare queste dinamiche in risultati concreti: imprese che crescono, scaleup che attraggono capitali, innovazioni che arrivano sul mercato. È proprio su questo passaggio che emergono le principali criticità del sistema italiano. Secondo la survey condotta su 100 operatori dell’ecosistema, il 62% indica come priorità lo sviluppo e l’attrazione dei talenti, il 51% sottolinea la necessità di rafforzare la governance degli ecosistemi e il 44% evidenzia i limiti degli attuali meccanismi di trasferimento tecnologico, percentuale che sale al 60% tra università e centri di ricerca. Il dato di fondo è chiaro: l’Italia non soffre per mancanza di iniziative o di idee, ma per la difficoltà nel trasformarle in crescita imprenditoriale strutturata.

Il modello policentrico
Il quadro che emerge non è quello di una competizione tra città, ma di una possibile integrazione tra modelli diversi. Milano concentra capitale, mercato e connessioni; Roma dispone della più ampia base scientifica e di accesso ai fondi europei; Torino rappresenta un laboratorio avanzato per lo sviluppo tecnologico e industriale. In questa prospettiva, il futuro dell’innovazione italiana non dipenderà dall’affermazione di un’unica capitale, ma dalla capacità di collegare questi tre ecosistemi in una rete più fluida ed efficace. Il modello che si delinea è policentrico: distribuito, specializzato e potenzialmente più resiliente rispetto ai grandi hub europei centralizzati. La sfida sarà trasformare questa complementarità teorica in connessioni operative, creando percorsi più rapidi tra ricerca, impresa e capitale e favorendo la circolazione di talenti e competenze tra territori.
Una mappa operativa
Oltre a essere descrittiva, per chi fa impresa questa fotografia è anche operativa. Significa ripensare il modo in cui si costruisce un progetto oggi in Italia: non più legato a un solo territorio, ma capace di muoversi tra ecosistemi diversi in base alla fase di crescita. Roma può essere il punto di partenza per chi sviluppa ricerca e deep tech, Milano il passaggio quasi obbligato per accedere a capitali e mercato, Torino il luogo in cui tecnologie complesse prendono forma e si testano. La differenza, sempre più, non la fa dove inizi, ma come ti sposti. In un contesto frammentato ma complementare, il vantaggio competitivo sta nella capacità di attivare connessioni, costruire relazioni e sfruttare le specificità di ogni ecosistema. Perché oggi, più che scegliere la città giusta, conta saper costruire la traiettoria giusta.
Photo cover: Rome Business School