Il valore della tecnologia non sta nei trend, ma nell’impatto quotidiano: soluzioni italiane che velocizzano i processi, liberano tempo nelle PMI e aprono nuovi spazi di inclusione sociale. Ce ne parla Max Brigida, ideatore dell’evento IT’S WEEK: «Scegliere il Made in Italy non è solo una questione di mercato: è un atto politico, culturale, economico. Le tecnologie inclusive sono una possibilità concreta per costruire un’Italia che non solo innova, ma abbraccia»
Max Brigida è oggi uno dei principali evangelist del tech Made in Italy. Appassionato di tecnologia ed esperto di soluzioni SaaS, è creatore e fondatore di diverse piattaforme software sia nel mercato italiano sia in quello internazionale. Forte della sua esperienza, ha fondato l’ecosistema La Tech #MadeinItaly, nato con l’obiettivo di dare voce, visibilità e valore alle eccellenze italiane del settore tecnologico. È host del podcast “La Tech Made in Italy” e ideatore di IT’S WEEK, evento con sede a Rimini dedicato alla creazione di un ecosistema che metta in relazione le realtà del Tech Made in Italy con aziende italiane e internazionali. Nella vita personale si definisce “papà professionista, sportivo, ironman, maratoneta, nuotatore”. L’abbiamo incontrato proprio durante IT’S WEEK, dove Millionaire era media partner.
Dove nasce il suo interesse per il software e le tecnologie?
Fin dall’inizio ho capito quanto fosse importante costruire un profilo internazionale: negli anni ’90 era l’unico modo per scoprire davvero cosa stesse accadendo nel mondo. Per una serie di circostanze fortunate, nel 1994 mi sono ritrovato a studiare in Inghilterra. Proprio in quel periodo, la Comunità Europea – nata nel 1992 – metteva a disposizione una borsa di studio per studenti dei dodici Paesi membri interessati a formarsi all’estero. Quello che nasceva come un semplice corso di inglese si è così trasformato in una laurea in European Business, un percorso quadriennale che includeva anche un Erasmus a Parigi. Terminati gli studi, ho iniziato a interessarmi a Internet, che allora muoveva i primi passi. Quando ho deciso di andare negli Stati Uniti, la patria della rivoluzione digitale, ho fatto avanti e indietro per capire cosa si stava sviluppando: lì ho capito immediatamente l’importanza delle tecnologie e del software.
Tornato in Europa e stabilito a Barcellona – dove vivo tuttora, facendo spesso la spola con la Puglia – ho iniziato a portare nel settore software le competenze maturate tra Regno Unito e Stati Uniti. Ho creato diverse soluzioni digitali fino a fondare, nel 2013, The Digital Box, azienda di cui sono stato co-fondatore e membro del CDA fino a gennaio 2025, quando siamo stati acquisiti da Vection Technologies. In questi dodici anni ho imparato moltissimo sulla progettazione software, sull’esperienza utente, sulla commercializzazione internazionale. Ma una cosa continuava a sorprendermi in negativo: perché le aziende italiane non acquistavano software italiani? Mentre la Francia aveva già creato la French Tech, nel nostro Paese non esisteva nulla di simile per valorizzare l’innovazione nazionale. Così nel 2022 ho dato vita al podcast dedicato alla Tech Made in Italy. Da quel progetto sono nati prima l’osservatorio e il report scientifico Italian Tech Landscape, e poi l’evento annuale IT’S WEEK.
“La tech di casa nostra”, tema centrale di quest’anno a IT’S WEEK, ha messo al centro un’innovazione radicata nel territorio: quali sono, secondo lei, i tratti distintivi che rendono il tech Made in Italy competitivo rispetto ai grandi ecosistemi internazionali?
Innanzitutto, scegliere un prodotto Made in Italy significa utilizzare una tecnologia sviluppata da persone vicine al mercato italiano. Questo comporta un vantaggio immediato: il supporto tecnico è nella nostra lingua. Quando si devono risolvere bug complessi, farlo con interlocutori stranieri – spesso non madrelingua inglese, proprio come noi – può rallentare e complicare tutto. C’è poi il tema della protezione dei dati. Con tecnologie extraeuropee, i dati non sono tutelati come in Europa: vengono spesso rivenduti come metadata alle stesse aziende o piattaforme che utilizziamo per cercare contatti e lead. Finisce quindi che ricompriamo i nostri stessi dati, oppure – ancora peggio – li consegniamo ai nostri competitor.

Un altro aspetto fondamentale è l’impatto sull’economia nazionale. Investire in soluzioni italiane fa circolare capitale all’interno del Paese: si generano più opportunità, più investimenti e si riduce la fuga di cervelli. Le persone giovani possono restare in Italia e trovare qui terreno fertile per creare tecnologia. Infine, c’è la questione della decentralizzazione: oggi è possibile sviluppare soluzioni tech eccellenti anche dal Sud, senza dover andare necessariamente al Nord o all’estero. La tecnologia permette di costruire innovazione ovunque, valorizzando territori che prima erano considerati marginali.
In un panorama che spazia dall’AI alla cybersecurity, quale di queste aree vede oggi più matura per generare un impatto immediato sulle imprese italiane?
Penso sempre alla realtà che vivo ogni giorno, girando tra aziende, founder, CIO e imprenditori. La verità è che, in questo momento storico, l’Intelligenza Artificiale applicata ai processi interni è la tecnologia che sta già mostrando il ritorno più rapido e più concreto. E non lo dico perché “fa trend”. Lo dico perché lo vedo sul campo. Le soluzioni AI attuali non sono più quelle da film di fantascienza, né richiedono progetti da sei mesi e team dedicati. Sono strumenti che colleghi in poche ore, che puoi mettere in mano a un reparto amministrativo, a un ufficio acquisti, al customer care… e vedi da subito le persone lavorare meglio, più veloci, con meno errori. È un impatto tangibile, percepito velocemente da chiunque si avvicini a questo mondo. Se pensiamo al nostro tessuto imprenditoriale, è fatto per la maggioranza di PMI, di “artigiani digitali”, di aziende che cercano di fare tante cose ma con risorse limitate. Questo si è sempre riassunto nello stesso ostacolo: il tempo. Tempi lenti, processi manuali, montagne di documenti, scarsa automazione. L’AI si va a mettere proprio lì, liberando ore, energie, margini. Subito.
Anche la cybersecurity è cruciale, fondamentale, soprattutto per quanto riguarda tutto ciò che l’AI sta portando come innovazione e apertura ai rischi: sono quasi complementari. Senza sicurezza non si va da nessuna parte, e io sono il primo a dirlo ogni volta, anzi facciamo anche tanta divulgazione su questo tema. Ma la realtà è che il suo valore viene percepito soprattutto quando succede qualcosa: spesso infatti si sceglie di non fare nulla! L’AI invece… la vedi funzionare. La senti. Ti cambia il ritmo dell’azienda nell’immediato. Quindi sì: se devo indicare oggi l’area più “matura” per impattare davvero le imprese italiane, quella che domani mattina fa la differenza, è l’intelligenza artificiale: operativa, concreta, messa nelle mani delle persone. Però se non ci proteggiamo, se non ci affidiamo a esperti in campo di cybersecurity sarà un boomerang che ci tornerà contro.
Le tecnologie inclusive stanno entrando sempre più nelle conversazioni sul futuro: quali opportunità concrete identifica per creare prodotti e servizi capaci di ridurre barriere e ampliare l’accesso all’innovazione?
Quando si parla di tecnologie inclusive nel terzo settore, io mi illumino sempre un po’. Sono toccato da vicino sulla disabilità e difatti ne abbiamo fatto anche uno dei filoni della nostra ultima IT’S WEEK. Per me è molto semplice: l’innovazione ha senso solo se arriva a chi ne ha davvero bisogno. E in Italia, oggi, abbiamo tante soluzioni che non sono solo “tech”, ma profondamente umane.
Ci sono diverse opportunità che si possono vedere. La prima la vedo nell’AI assistiva, quella che non sostituisce, ma abilita. Grazie al mio lavoro divulgativo, sto conoscendo strumenti che, con una naturalezza incredibile, permettono a persone con disabilità di accedere ai servizi con una libertà che fino a ieri sembrava fantascienza. Tecnologie che descrivono ciò che ti circonda, che trasformano la voce in azioni digitali, che riscrivono testi complessi in linguaggio semplice: stiamo vivendo un momento in cui la tecnologia può ridare voce a chi non ha mai potuto comunicare pienamente. Penso alla comunicazione aumentativa, ai sistemi di eye-tracking, agli input alternativi… Strumenti che permettono a qualcuno di farsi capire, di scegliere, di partecipare. Quando una persona che per anni è rimasta in silenzio trova un modo per esprimersi, ti rendi conto che quella non è innovazione: è etica, dignità, altruismo! L’elemento più interessante è quello che sono molto facili da usare e hanno aperto scenari che fino a ieri sembravano fantascienza.

Poi c’è un’altra opportunità, molto concreta, che riguarda proprio le organizzazioni del terzo settore, che è quella di dare loro strumenti professionali anche quando hanno risorse minime. Chi lavora nel sociale lo sa: spesso fai miracoli con pochissimo. Ecco, oggi con le tecnologie, si può togliere di mezzo burocrazia, tempi morti, documenti infiniti, coordinamento complicato. Si possono, automatizzare compiti amministrativi, creare materiali accessibili in un clic, analizzare bisogni sul territorio senza grandi infrastrutture. E questo significa una cosa sola: più tempo dedicato alle persone con più necessità. Togliere tempo ai processi e darli alle persone, che è un po’ il leitmotiv delle associazioni.
Infine, c’è una cosa che vedo sempre più chiaramente: l’inclusione crea alleanze. Quando imprese, enti locali, scuole, associazioni e tecnologie collaborano, nascono servizi nuovi: mobilità accessibile, sportelli digitali inclusivi, formazione personalizzata, turismo per tutti. E lì capisci che l’impatto non è solo sociale: è culturale, è economico, è Paese. Lo dico con emozione: le tecnologie inclusive sono una possibilità concreta per costruire un’Italia che non solo innova, ma abbraccia. E questo, per me, è il vero futuro che vale la pena costruire. La cosa altrettanto bella è che sono tutte soluzioni Made in Italy.