Piano C: un progetto per le mamme che lavorano

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Mamme e lavoratrici, un binomio che spesso costringe le persone a fare scelte drastiche o a vivere la propria vita a metà. E se vi dicessimo che qualcuno ha inventato una soluzione per aiutare tutti coloro che a questo sistema proprio non vogliono adattarsi?

A fine novembre aprirà a Milano Piano C, il primo spazio di coworking pensato per le donne e per quanti hanno deciso di dire basta alla separazione tra lavoro e vita privata e al modo tradizionale di concepire gli spazi lavorativi. Un luogo messo a disposizione per tutte quelle persone che hanno il bisogno e la voglia di sfruttare le potenzialità del coworking, usufruendo di scrivanie a tempo, servizi di cobaby e uno spazio per scambiarsi esperienze di vita e consigli importanti.

Vediamo nello specifico di che cosa si tratta.

C come …

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  • Coworking

Coworking significa utilizzare degli spazi condivisi per lavorare e scambiare esperienze di vita con altre persone. Ogni postazione, dotata di scrivania, wireless, stampante, ma anche tè e caffè, è messa a disposizione “a tempo”. Quando non la usi tu, la userà qualcun altro. Questo permette di condividere i costi, ma anche di non sentirsi mai soli.

  • Cobaby

Il cobaby è un servizio che ti permette di lavorare in tranquillità, mentre il tuo bambino gioca ed è affidato a professioniste esperte a pochi metri da te. È un servizio rivolto ai bambini dai 3 mesi ai 3 anni. Una seconda sala, con apertura pomeridiana, accoglie bambini e ragazzi in età scolastica, offrendo loro corsi e attività pomeridiane (compreso il doposcuola).

  • Community

Community come sinonimo di collaborazione. Una collaborazione tutta al femminile, attraverso la quale scambiarsi esperienze, formazione, collaborazione, servizi. Ma anche passatempo, cooperazione e crescita condivisa. Una comunità dove riscoprire la propria dimensione di donna, mamma e lavoratrice.[/styled_list]

S come Salvatempo

Uno degli aspetti più importanti nella vita di oggi è la capacità di gestire il proprio tempo. Spesso, però, gli impegni e le scadenze non ce lo permettono.

Piano C mette a disposizione della propria community dei servizi, collegati tra loro, che sostengono le donne nel loro lavoro quotidiano.

C’è il maggiordomo che si occupa per te della lista della spesa (comunicata online) o di altre commissioni che vuoi delegare. C’è il quartiere, una rete di convenzioni con negozi che mettono a disposizione prezzi e offerte speciali entro un raggio di un chilometro quadrato da Piano C e una serie di convenzioni con servizi di catering, baby sitting e tanto altro.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando, Millionaire ha incontrato per voi Riccarda Zezza, co-fondatrice e amministratrice di Piano C. Sentiamo da lei come è nato e qual è la mission del progetto.

Piano C cerca di far fronte a una delle maggiori difficoltà del nostro Paese: la mancanza di servizi per le donne che lavorano. Avete ricevuto aiuti o finanziamenti dalle istituzioni, o avete dovuto fare tutto da sole?

[blockquote align=”center” variation=”hotpink”]Abbiamo iniziato a parlare con il Comune di Milano, con cui è stato facile avviare il dialogo: sono molto aperti e hanno voglia di far partire progetti innovativi. Difficile poi è stato trovare la giusta formula di collaborazione: probabilmente qualcosa avremmo potuto fare insieme – e ancora speriamo di farla! – ma i tempi si sarebbero allungati molto.

Oggi proviamo a cogliere le opportunità istituzionali dei bandi, ma rientrare nei parametri è difficile. Un esempio? Piano C non si può considerare una start up secondo il recente decreto di Passera: eppure stiamo facendo qualcosa mai fatto prima, aprendo un nuovo mercato, usando le ultime tecnologie e sicuramente producendo innovazione. Se invece parliamo di credito con la banca, allora sì che ci considerano una start up![/blockquote]

Quanto costa in termini di sforzi e sacrifici economici creare una struttura del genere?

Da uno a due anni di lavoro a tempo pieno senza retribuzione e in cassa per partire almeno 200.000 euro: i costi di avviamento per aprire uno spazio fisico e garantire dei servizi sono alti. Anche per questo abbiamo preferito la forma giuridica della società a responsabilità limitata: ci ha permesso di mettere insieme sette soci (cinque donne e due uomini) che hanno investito in Piano C molto più per passione verso l’idea che per obiettivi speculativi. Stiamo cercando altri finanziamenti per arricchire la parte progettuale e cogliere in tempi più brevi alcuni spunti che stanno nascendo: il franchising, la partnership con le aziende, la ricerca.

Pensate che Piano C possa veramente apportare un cambiamento in un contesto che, purtroppo, per molti versi, è ancora poco attento alle esigenze delle donne?

[blockquote align=”center” variation=”hotpink”]Le esigenze delle donne sono la manifestazione più evidente di un disagio che riguarda tutti. Aver trattato come separati lavoro e vita, quando sono semplicemente l’uno parte dell’altra, ha portato a una dicotomia che oggi non solo non è più sostenibile ma è anche inefficiente: rallenta lo sviluppo e inibisce l’innovazione, escludendo ogni forma di diversità, ostacolando il cambiamento.

Piano C è un primo esperimento: un laboratorio dove creiamo condizioni diverse e misuriamo i risultati che si ottengono cambiando i tempi e usando gli spazi. E sì: siamo convinte di riuscire a dimostrare che si può e si deve cambiare l’organizzazione del lavoro, a beneficio delle persone e dell’economia tutta.[/blockquote]

Nel progetto si parla di pacchetti “Back to work”, per aiutare le donne al rientro dal congedo di maternità, a riprendere al meglio il lavoro. Ci spiegate in dettaglio di cosa si tratta?

[blockquote align=”center” variation=”hotpink”]Il cambiamento inizia con libere professioniste e imprenditrici, ma passa per le aziende.

È in azienda che una cattiva gestione della maternità crea costi altissimi: sia in termini di perdita di risorse che di produttività. Insieme alle aziende, vogliamo accompagnare il congedo di maternità e i mesi immediatamente successivi al rientro al lavoro con un “percorso misto”, che nel corso della settimana alterna al lavoro in ufficio quello in Piano C.

Lavorando in Piano C 2-3 giorni a settimana, le dipendenti trovano mamme professioniste come loro e scoprono che non è così difficile mettere insieme tutto. Trovano servizi come il cobaby, che consente di non staccarsi subito dai figli ma di lavorare sapendoli vicini e accessibili. E trovano un percorso formativo che le restituirà in azienda ricche delle competenze aggiuntive date da un’esperienza intensa come la maternità –equiparabile a un anno sabbatico o a una job rotation.

Ed ecco che la maternità da crisi e costo si trasforma per le aziende e per le dipendenti in un’opportunità di crescita. Ma è importante che l’investimento sia fatto da entrambe le parti: devono mettersi in gioco le aziende e le dipendenti.[/blockquote]

Come ha reagito il pubblico femminile a questo progetto? Quante sono state le adesioni prima della partenza?

Abbiamo scoperto la forza della rete che nasce in modo naturale intorno a esigenze condivise. Non solo abbiamo raccolto 40 prenotazioni per le giornate di prova e oltre 100 contatti interessati, ma abbiamo anche velocemente creato una rete di donne manager che hanno voglia di collaborare insieme alle loro aziende nel fare di Piano C qualcosa di veramente accessibile e replicabile. Abbiamo persone interessate ad aprire Piano C a Trieste, Torino, Roma, in provincia. Stiamo lavorando per farne un formato “esportabile” anche direttamente nelle aziende. L’esigenza è così comune e condivisa che la vera sfida oggi è continuare a essere all’altezza delle aspettative e dei progetti che stiamo avviando.

Quali obiettivi pensate di raggiungere?

Un sogno: che non ci sia più bisogno di avere un piano C per riportare la vita nel lavoro e il lavoro nella vita. Che Piano C diventi solo uno degli episodi che hanno dato il via a un cambiamento che non si può più rimandare, anche per il bene dell’economia, ma soprattutto per la nostra felicità.

Per info: www.pianoc.it

 

Giuseppina Ocello

Cosa pensi di questa iniziativa? Può essere una soluzione alla difficoltà di conciliare vita privata a vita lavorativa?

(Fonte Foto: Utente Flickr Levork)

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