Punta sulla food economy, quando la cucina fa business

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C’è chi apre un sito di cucina, chi scrive un libro di ricette, chi molla tutto per dedicarsi a dolci, hamburger chic e cucina bio. La nuova food economy è composta da un esercito variegato di italiani. Millionaire è andato a scoprirli. E ha trovato storie esemplari per fare soldi. Con ogni piatto

La food economy negli Usa fa boom. Il business legato al cibo in ogni sua forma è più che mai sulla cresta dell’onda. Numerosi neoimprenditori si buttano nel settore. Tira un vento salutista e i vecchi fast food sono stati sostituiti dagli slow food. Programmi televisivi, libri, siti Internet sono diffusissimi. Dagli Usa all’Italia il passo è breve. La cucina è un settore su cui puntare, soprattutto in tempi di crisi. Voglia di autoimprenditorialità, passione per il mangiar bene e ricerca di un business che sembra risentire meno delle flessioni dell’economia, sono le molle che spingono gli italiani a trasformare la passione per la tavola in un mestiere. «La cucina è in Italia una cultura con cui, se sei bravo, riesci a fare business» ha affermato Joe Bastianich, giudice del talent show tv MasterChef (vedi pag. 49). «La cucina piace in Tv, coinvolge le celebrities, attira l’attenzione di un vasto pubblico. I consumatori si appassionano a eventi, acquistano libri, cliccano sui blog, provano le ricette» spiega Alberto Lupini, direttore di Italia a tavola (www.italiaatavola.net), quotidiano di enogastronomia. «Si può emergere e fare business, a patto di non affidarsi all’improvvisazione. Chi non sa calcolare i costi fissi della ristorazione fa poca strada. Stesso discorso per chi vuole fare informazione basandosi più sulla forma che sui contenuti» avverte Lupini. Mille le “ricette” per il successo, complici anche le nuove tecnologie: Internet consente la pubblicazione di blog, portali e libri con pochi clic. «A tavola, i consumatori premiano chi sa inventare un concept innovativo. Attenzione, però: ci vogliono qualità, coraggio, lungimiranza e un’idea in più. Perché anche in questo settore è prevedibile una contrazione dei consumi» consiglia Lupini. C’è però chi è riuscito, partendo da zero e in tempi brevi, come dimostrano le otto storie che stiamo per raccontarvi. Seguiteci.

1.       Quelli che…cucinano online

LA RETE MI HA CAMBIATO LA VITA (E IL CONTO IN BANCA)

Dallo studio di commercialista ai fornelli. Cucina ricette semplici, scatta foto e pubblica tutto online. In quattro anni fa boom e un grande gruppo acquista il sito

Giallozafferano.it è oggi un sito molto popolare, ma la sua storia è stata tutta in salita. «Ci sono stati momenti in cui avremmo voluto mollare» commenta Sonia Peronaci, 44 anni, milanese, che nel 2006 ha fondato il sito con un socio. «Lavoravo nello studio di un commercialista, ma non era quello il mio sogno. Sono figlia di un ristoratore e così ho pensato di sfruttare la mia conoscenza anche “tecnica” del cibo per impegnarmi in un’attività che, a mio avviso, aveva una grande potenzialità. In tre mesi abbiamo organizzato il lavoro: io mi sarei occupata dei contenuti, il mio compagno dell’inserimento di parole chiave nei database dei motori di ricerca, un nostro socio della programmazione e mia figlia dello sviluppo di una community. Ho iniziato a scegliere le ricette cercando di capire quali erano le più richieste in Rete: oggi ci sono strumenti informatici che facilitano queste analisi, ma cinque anni fa era un po’ più complicato. Abbiamo esordito nel settembre 2006 pubblicando un ricettario con 30 voci: mi vergognavo di avere ancora così poco materiale» ricorda Peronaci. «Fin dai primi giorni di attività abbiamo notato che le ricette erano la nostra arma vincente: così abbiamo subito rinunciato al resto» spiega Peronaci. Ridotto all’osso l’investimento iniziale: oltre alla registrazione e all’allestimento del sito, una macchina fotografica e qualche luce in aggiunta a pochi piatti per presentare al meglio le ricette, cucinate tra le pareti di casa. «Facendo un confronto con altri portali, abbiamo notato che il nostro plus erano le foto: la maggior parte della concorrenza pubblicava testi senza immagini. Così abbiamo raddoppiato gli sforzi, scattando le foto dei vari passaggi del procedimento. L’impegno era tantissimo, al punto che, dopo un anno, ho iniziato a ridurre le ore di lavoro dal commercialista per stare di più ai fornelli» prosegue Peronaci. Le cliccate quotidiane erano in crescita costante. «I nostri primi lettori avevano innescato un passaparola che si autoalimentava. Ma per tre anni non abbiamo visto un soldo. Tenevamo duro solo perché eravamo convinti che prima o poi, qualche azienda si sarebbe accorta di Giallozafferano e del suo traffico digitale». La svolta arriva nel 2009, quando il Gruppo Banzai, holding del settore informatico, mette sul piatto un’offerta di acquisto del sito ancora oggi top secret circa l’entità dell’importo. Oggi i fatturati, di sicuro profittevoli, provengono dalla vendita pubblicitaria degli spazi online. «Da allora per noi tutto è cambiato: ora abbiamo una redazione di 10 persone e due cucine. Inoltre abbiamo iniziato a fare video» riporta Peronaci. Nel tempo, il business è stato completato con un’App per iPhone e iPad, un libro (Le mie migliori ricette, Mondadori, 16,90 euro). «Il nostro segreto? Ricette semplici, testate da noi una a una, alla portata di tutti e veloci» conclude Peronaci. INFO: www.giallozafferano.it

In pratica come si apre un sito web

Su Internet ci sono programmi gratuiti che consentono di creare siti a costo zero. Tra i più noti, Google Sites (https://sites.google.com), che offre fino a 100MB di storage gratuito, Altervista (http://it.altervista.org), Tripod (www.tripod.lycos.com).  In alternativa è possibile acquistare un dominio presso una società specializzata (Aruba, Nexus), con una spesa da 25 euro si riceve in uso una pagina web. Non è necessario aprire una Partita Iva, a meno che non si preveda di guadagnare più di 5mila euro l’anno con la pubblicazione di banner o la vendita di prodotti: in questo caso, ci si iscrive alla Camera di commercio locale o all’Agenzia delle entrate (88 euro circa) e presso l’Inps (2.800 euro se iscritti come impresa, mentre come professionista si verserà un’aliquota compresa tra 17 e 25,72%).

INFO: www.nic.it, www.agenziaentrate.gov.it

Ogni giorno in Italia nasce un food blog

Blog dedicati alla cucina: in Italia è boom. Per iniziare basta la passione, non serve alcuna competenza informatica, ed è tutto a costo zero. Ma per svoltare ed essere seguiti da migliaia di internauti, non è tutto cosi facile. Lo dimostra la storia di Chiara Maci, 28 anni, bolognese di adozione, che con il suo blog Sorelleinpentola.com totalizza 7mila visite al giorno e oggi fa parte della giuria della trasmissione tv Cuochi e fiamme in onda sul canale tv La7.

Come è nata l’idea di un blog di cucina?

«Ho iniziato a scrivere di cucina nel Web a fine marzo del 2010: mi ero appena licenziata da una multinazionale e, da Milano, ero tornata a Bologna. Avevo deciso che avrei messo da parte la mia laurea in Giurisprudenza e ho iniziato a organizzare eventi dove mi occupavo del cibo. Il blog è sempre stato per me un biglietto da visita, uno strumento per far conoscere i miei progetti, più che un’attività da cui guadagnare, perché ancora oggi rifiuto qualsiasi proposta di inserimento di banner pubblicitari».

Come ti sei fatta conoscere?

«All’inizio scrivevo commenti su altri blog in tema, segnalando il mio indirizzo web. In breve ho iniziato ad avere 100 cliccate al giorno e, poco dopo, sono stata notata dalla tv».

Perché il tuo blog funziona?

«Perché ogni giorno alle 6.30 di mattina pubblico un nuovo post, completo di foto e ricetta: molti altri aggiornano ogni 7-15 giorni o anche meno, cioè troppo poco per chi cerca un’idea per la cena. I blogger poi si scoraggiano quando si verifica un calo, purtroppo fisiologico, delle visite e lasciano perdere. Inoltre io rispondo a tutti quelli che mi scrivono: in media, un lavoro di quattro ore al giorno, ma così creo un rapporto personale con il pubblico».

Un consiglio?

«Partite con un obiettivo di breve periodo: per esempio, conquistare un certo numero di cliccate e un target preciso di appassionati (i giovani, le donne…) e usare un linguaggio semplice: soprattutto quando si spiegano le tecniche fondamentali della cucina» conclude Maci.

INFO: www.sorelleinpentola.com

2.       Quelli che…pubblicano libri di ricette

Così sono diventato un editore di gusto

Guido Tommasi dirige una casa editrice specializzata in testi di cucina. Luci e difficoltà del business. Ha in catalogo nomi come il superchef  Gordon Ramsay e il padre della nouvelle cuisine Paul Bocuse. Si chiama Guido Tommasi, 45 anni, e la sua storia di editore ha inizio in tempi non sospetti, nel 1999. «Sono sempre stato un patito di libri e ho iniziato a pubblicarli mentre studiavo all’università: stampavo le dispense dei corsi. In principio pensavo di comprarmi il motorino, ma nel giro di un paio d’anni gli affari erano così cresciuti da darmi modo di comprar casa. Alla soglia dei 30 anni mi sono messo in proprio. L’idea mi è venuta con un libro su Goethe in tema culinario: è stata una folgorazione» racconta Tommasi. Allora la gastronomia era una nicchia nel mondo delle librerie. «Avevo il vantaggio di partire per primo. Il mio primo titolo è ancora oggi un bestseller: Si cucine cumme vogl’ì, firmato dalla moglie di Eduardo De Filippo. Però non avevo fatto i conti con la distribuzione. E così ho iniziato a collaborare con persone che in breve mi hanno lasciato quasi sul lastrico». Tommasi riesce però a superare l’impasse con la scoperta di una strategia che gli consente ancora oggi di far quadrare il bilancio. «I libri di cucina non si vendono quando fa caldo. Viceversa, le guide turistiche si vendono soprattutto in estate. Dedicarmi a questi due temi in periodi alterni mi consente di ottimizzare le risorse». Ha inizio così la collaborazione con una casa editrice tedesca, per curarne la traduzione in italiano dei libri di viaggio, a cui segue il colpo di fortuna di nuovi accordi per la distribuzione dei testi gastronomici. La sua strategia vincente nei confronti dei concorrenti stava in una conoscenza approfondita del mercato straniero, da cui attingere gli autori più forti. «Parlo francese, inglese e tedesco e così è stato più semplice stringere accordi all’estero. Oggi il mio catalogo, di circa 200 titoli, è formato dal 50% di traduzioni». Altra chiave di successo, la ricerca della qualità, nei temi e nella grafica, in abbinamento a una politica di prezzi alla portata di molti (da 11,50 euro). «Calcolo con cura la qualità, ma anche la quantità di produzione, per non accumulare copie invendute» conclude Tommasi. INFO: www.guidotommasi.it

Da Hollywood ai fornelli

Nel giro di pochi anni il mercato dei libri di cucina ha più che raddoppiato titoli e giro d’affari. Anche gli attori si mettono ai fornelli. Tra i libri più nuovi: Appunti dalla mia cucina, della diva hollywoodiana Gwyneth Paltrow (Salani, 29 euro) e Un pizzico di sale, dell’attrice Serena Autieri (Kowalski, 15 euro).

La più venduta è Benedetta Parodi

Il vero record di vendite di un libro di cucina è di Benedetta Parodi, giornalista e conduttrice di I menu di Benedetta, sul canale tv La7. L’exploit risale al 2010, quando Cotto e mangiato (Vallardi, 14,90 euro) vince la classifica del libro più venduto dell’anno, seguito al terzo posto da Benvenuti nella mia cucina (Vallardi, 14,90 euro) sempre dell’autrice: oltre due milioni di copie vendute in totale per i due titoli. Giro d’affari di 30 milioni di euro. Il motivo del successo? Sorriso e piatti semplici, studiati per essere accessibili anche ai più inesperti.

In pratica: 5 passi per diventare editore

1  Aprire una Partita Iva presso la Camera di commercio locale o l’Agenzia delle entrate (www.agenziaentrate.gov.it): il costo è 88 euro circa l’anno.

2 Dichiarare presso la Camera di commercio l’inizio della nuova attività (prezzo: 125 euro circa), mentre dal 2006 non è più obbligatoria l’iscrizione presso la Prefettura.

3 La pubblicazione è soggetta alla deposizione di una copia al Registro delle opere inedite della Siae (www.siae.it) e la richiesta del codice Isbn (www.isbn.it),  da apporre su ogni volume.

4 L’Associazione italiana editori (www.aie.it) organizza a cadenza periodica il corso Come diventare editore: due giornate la durata del corso, 700 euro circa il prezzo.

5 La Federazione degli editori indipendenti (www.fidare.it)  promuove la formazione dei federati e organizza fiere ed eventi di settore.

3.       Modello fast food, ma per zuppe sane

Cavalca il boom del salutismo e apre in pieno centro a Milano un food store naturale.

Punta tutto sulla cucina salutare e occupa un posto al sole in una zona già satura di ristoranti come piazza Duomo a Milano. Lui si chiama Bilal Ozkul, 42 anni, italiano nato in Turchia, che lo scorso autunno ha aperto due locali Soupercups nel centro del capoluogo lombardo.

Perché il suo concept è innovativo?

«Offriamo 10-12 tipi diversi di zuppe di verdura a settimana, a seconda dei prodotti di stagione. Con sei euro si consuma un pasto completo. Il nostro obiettivo è il benessere».

Quali sono i numeri del locale?

«Circa 160 mq la superficie, in cui sono disposti 50 coperti e lavorano su due turni 8-12 persone per il servizio: i cibi sono preparati in un laboratorio decentrato. Ispirato ai fast food il modello dell’attività, con consumo sul posto in self service oppure da asporto, anche con confezioni da passeggio, e orari di apertura molto prolungati (dalle 8 alle 20 o alle 24, sei o sette giorni a settimana)».

Come vi siete fatti conoscere?

«Abbiamo offerto assaggi il giorno dell’apertura e ancora adesso offriamo degustazioni delle novità. Velocissimo il passaparola, che in breve ha attirato e poi fidelizzato tanti colletti bianchi della zona. Per questo penso di aprire altri otto negozi entro fine anno, per poi raddoppiarli entro il 2014».

Le difficoltà?

Innanzitutto la preparazione delle zuppe: è molto lunga, inimmaginabile a chi non si occupa di cucina. Oltre alle difficoltà burocratiche che ostacolano chi apre un punto vendita di ristorazione, ho incontrato molti problemi nel trovare i giusti collaboratori. Difficile infine attirare i turisti stranieri, che forse ci considerano lontani da quella cucina mediterranea che invece si basa su alimenti sani.

Punto forte dell’attività?

«La location, di forte passaggio anche in orari lontani dai pasti. Qualche cifra? L’apertura di un locale necessita un investimento di 500mila euro, e il mio obiettivo è un fatturato di almeno mezzo milione di euro». INFO: www.soupercups.com

In pratica: un ristorante in soldoni

30 euro, scontrino medio (per un locale da 60 coperti)

1-1,7 mq, spazio necessario per ogni coperto in sala

20mila euro, investimenti per le attrezzature (cucina, frigoriferi…)

40mila euro, investimenti per tavoli e sedie

5mila euro, investimenti per le stoviglie

80mila-130mila euro, investimento totale per l’allestimento del locale (licenza esclusa)

400mila euro, fatturato annuo minimo necessario

4.       Quelli che…lo fanno dolce

TORTE ALLA RISCOSSA

Voleva fare la carriera universitaria, è finita in mezzo ai dolci per la Casa reale inglese.  tornata in Italia, si è messa in proprio

«Dopo una laurea in Scienze della comunicazione a Bologna e un dottorato all’Università di Trento non trovavo lavoro. Presto ho capito che la carriera accademica era un miraggio» racconta Camilla Rossi, 30 anni, ravennate. «Ma non ho voluto rassegnarmi alla precarietà. I dolci sono sempre stati la mia passione: mentre studiavo, ho sempre combattuto lo stress cucinando dessert. Così ho accettato un invito da un’amica che viveva a Londra e ho subito trovato lavoro presso una pasticceria, dove ho imparato le basi professionali del mestiere: tanto impegno, poco tempo libero, enorme soddisfazione. A quel punto ho fatto richiesta di stage presso uno dei negozi più rinomati della città, che conta come clienti i reali britannici. I tirocini erano a numero chiuso e non sono riuscita a passare la selezione. Ma non mi sono rassegnata, ho scritto chiedendo se c’era una lista di attesa o se potevano segnalarmi altri corsi. In poche ore ho ricevuto risposta: si era riaperta una posizione. Ho superato la prova e ho avuto modo di lavorare su torte che costano 2mila euro. Finito il praticantato, sono tornata in Italia. Era il Natale 2010 e cercavo un modo per restare. Ho iniziato proponendo le mie torte ai familiari e così si è innescato un passaparola che in breve mi ha portato a essere un cuoco a domicilio a tempo pieno. Le mie torte richiedono due-tre giorni di lavorazione e ho potuto contare su altrettante ordinazioni a settimana. I prezzi partono da quattro euro a porzione e una torta per matrimonio costa circa 400-500 euro. Per risolvere problemi logistici ho deciso di aprire il negozio, che lavora soprattutto su ordinazione. Infinita la trafila burocratica prima dell’apertura: la mia attività non corrisponde a quella delle pasticcerie tout court e trovare il giusto inquadramento alle norme è stato una vera impresa. Ma ce l’ho fatta».

INFO: www.camillarossitorte.it

In pratica: a scuola di pasticceria

Associazione

Cake designers (http://cakedesigners.org) organizza corsi per la decorazione di dolci in tutta Italia. I costi sono da 20 euro l’ora, a fronte di incontri della durata di un pomeriggio o più.

L‘Accademia

del gusto di Ravenna (www.accademiadelgusto.ra.it) propone lezioni aperte anche ai non professionisti per pasticceria contemporanea, pralineria. Prezzi da 145 euro per otto ore di lezione.

A Brescia

la Cast Alimenti (www.castalimenti.it) è rinomata per il ventaglio di corsi “in dolce”, da quello in pasticceria professionale a quello sul cioccolato: prezzi da 450 euro.

Scuola internazionale di cucina Alma a Colorno (Pr) (www.alma.scuolacucina.it), diretta da Gualtiero Marchesi, ha istituito il Corso superiore di pasticceria: sette mesi la durata, 9.680 euro la retta.

5.       Quelli che…mollano tutto per la cucina

CAMICE ADDIO, ORA METTO IL GREMBIULE

Ex medico di Agrigento, lascia l’ospedale e cambia vita. Si trasferisce a Milano e apre un ristorante, dove tutto è bio (compreso il rum)

Mollare tutto e ricominciare dietro i fornelli di un ristorante: Giuseppe Alletto, 60 anni, siciliano, primario ad Agrigento, ha lasciato l’ospedale per aprire a Milano il ristorante Tastàri. «Per 25 anni mi sono occupato, oltre che di medicina, anche di omeopatia, intolleranze e sana alimentazione. Per tanto tempo ho trasmesso le mie conoscenze in ambulatorio, poi ho pensato di comunicare le mie competenze tecniche sul cibo in modo diverso: cioè con un ristorante in cui proporre pasti sani» racconta Alletto. Lunga la preparazione per l’avvio dell’attività: un anno intero trascorso alla ricerca di piccoli produttori da cui rifornirsi per offrire alimenti più sani possibile. Il passaggio successivo è stata la scelta di una location e l’elaborazione di un menu per vegetariani, vegani, ma anche onnivori. «Prepariamo piatti di origine biologica: il benessere è la chiave vincente. La difficoltà, più che nella concorrenza, sta nella burocrazia, che dilata a dismisura i tempi per le pratiche di apertura. Complicato poi trovare collaboratori adatti. Qualche ostacolo a volte viene dai fornitori, che non rispettano i tempi di consegna degli alimenti. È necessaria una buona capacità organizzativa per far quadrare tutto: e questo l’ho imparato in ospedale» sottolinea Alletto. Circa 70 i coperti, sui 35-40 euro lo scontrino medio, una dozzina il personale tra cucina e sala. «Ho investito circa 500mila euro e conto di rientrare dall’investimento in quattro anni» chiarisce Alletto. INFO: www.tastari.it

In pratica: 8 mosse per farcela

1. Si cerca la location adatta al tipo di locale, si analizza la concorrenza, si elabora il business plan.

2. È necessaria (secondo la legge 287/1991) un’autorizzazione rilasciata dal Sindaco del Comune: i permessi sono rilasciati in numero limitato e il loro valore parte da decine di migliaia di euro.

3. Bisogna avere i “requisiti morali” (non essere stato dichiarato delinquente abituale, non aver ricevuto condanne…), in aggiunta a quelli professionali: i corsi Sab, cioè Somministrazione alimenti e bevande, costano da 500-800 euro per 30-50 ore. In alternativa, è valido il diploma di scuola alberghiera oppure cinque anni di esperienza.

4. Vanno soddisfatte le disposizioni per l’igiene alimentare e la sicurezza: il nulla osta si ottiene dall’Asl.

5. Va scelta la forma giuridica (impresa individuale, famigliare…), che determinerà le imposte da versare, la responsabilità d’impresa…

6. Va comunicato all’Agenzia delle entrate l’avvio dell’attività, per ottenere la Partita Iva. Necessari poi i registri contabili, l’iscrizione alla Camera di commercio (in contemporanea si sarà iscritti anche all’Inps) e all’Inail. Presso il Comune si dichiara la superficie dei locali per il pagamento della tassa sui rifiuti e si chiede autorizzazione per l’insegna.

7. Si ricercano i fornitori e il personale e si seguono lavori di ristrutturazione.

8. Si studia la promozione lancio del locale (volantinaggio, sito e pagina su Facebook).

6.       Quelli che…importano un trend

E IO APRO UN’ HAMBURGERIA A 5 STELLE

Dimenticate i fast food.il nuovo trend della ristorazione sono gli hamburger di qualità, ordinati dai clienti con un iPad

A Milano, l’hamburger “gourmet” è già una moda. Tra le novità, c’è Ham Holy Burger, un hamburgheria dove ogni cliente ha a disposizione un iPad per ordinare il suo piatto di hamburger di carne piemontese e giocare nell’attesa. «Non pensate a un fast food americano. Si tratta di un hamburger di qualità, un trend che negli Usa e in Inghilterra è già sviluppato anche in affiliazione, così ho pensato di portare l’idea anche in Italia» chiarisce Franco Manna, 50 anni, napoletano e presidente del Gruppo Sebeto, proprietario dei marchi franchising Rossopomodoro e Anema & Cozze. «Non è stato facile trovare un sistema di cottura più leggero rispetto a quello della piastra tradizionale, ma ho sperimentato fino a trovare una preparazione al forno diversa da quella dei pub che propongono l’hamburger come sinonimo di una ristorazione veloce» sottolinea Manna. Circa 200 mq la superficie del locale, che ospita 70 coperti e si avvale del lavoro di 10 persone. L’hamburger costa da 9 euro in su. «Ci siamo fatti conoscere presentando il nostro menu prima dell’inaugurazione a diversi gruppi di “esperti”: gastronomi, studenti, trend setter del commercio, giornalisti… Grazie ai loro commenti abbiamo messo a punto le ricette e testato il software per l’ordinazione, che in futuro completeremo con l’aggiunta di informazioni sugli alimenti. Progettiamo altre tre aperture per il 2012, solo in centri storici, e per ora non in franchising: vogliamo ancora testare la formula. Ci affideremo sempre al passaparola e al social networking per i lanci dei locali, che funzionano meglio di altre promozioni tradizionali. E poi adotteremo superfici un po’ più grandi, sui 250-300 mq, per dare spazio a 100 coperti, a fronte di un investimento di 1.000-1.200 euro al mq: puntiamo a un fatturato di poco inferiore al milione di euro» riporta Manna. INFO: www.hamholyburger.com

 In pratica: strategia del panino d’autore

Ecco i fattori del successo di un’hamburgeria nuovo stile

1. Occhio alla ricetta

Tutto può essere sperimentato, dal tipo di pane (brioche, biologico, speziato) fino a carne (non solo manzo ma anche tacchino, vitello), salse (maionese insaporita con lime, rafano) e verdure per la farcitura (rucola, trevisana). Il mercato premia l’originalità, ma anche la capacità di armonizzare sapori non convenzionali.

2. Attenzione al prezzo

Un panino gourmet, preparato con alimenti di qualità, per bilanciare i costi deve costare da sei euro in su.

3. Location di stile

Meglio scegliere una location centrale o in prossimità di uffici, musei, tribunali, che ben si prestano all’offerta di un pasto veloce, ma gustoso.

4. Servizio? Sì grazie

La maggior parte dei clienti sarà composta da over 30: un target che spesso preferisce il servizio al tavolo piuttosto che il self service.

5. Per finire in dolcezza

Chi sceglie un pasto gustoso in genere è propenso a concedersi anche un dolce: meglio completare il menu con tre-quattro ricette a prova di golosità.

7.       Ricercatore molecolare e chef in tv

Si occupa di scienza e ricerca, ma ha conquistato tv e lettori con un programma sui buoni alimenti: intervista a Marco Bianchi

Condurre un programma in tv è il sogno di molti. Notorietà e compensi sui 10mila euro per tre-quattro mesi di lavorazione per i volti nuovi. Ma come si arriva a lavorare in tv? Lo abbiamo chiesto a Marco Bianchi, 33 anni, milanese, tecnico in Ricerca biochimica e conduttore di Tesoro, salviamo i ragazzi, in onda su Fox Life. «A dire la verità, è stata la tv a cercare me. Prima della la tv avevo guadagnato popolarità con due libri di cucina (I magnifici 20 e Le ricette dei magnifici 20, entrambi editi da Ponte alle Grazie, 14 euro). Sono stato notato dalla casa di produzione Magnolia mentre era alla ricerca dei protagonisti per l’adattamento di un format televisivo britannico. Ho sostenuto tre colloqui, in cui ho spiegato come avrei modificato una dieta sbagliata a favore di uno stile di vita più sano. Sono stato selezionato. Per me era un salto nel vuoto: non ero mai stato ripreso da una telecamera, anche se avevo dimestichezza con il parlare in pubblico perché, nella mia attività di ricercatore per un istituto di Oncologia molecolare, ho partecipato più volte a incontri di divulgazione scientifica. L’essere ripreso non mi ha mai bloccato: mi sentivo a mio agio perché dovevo parlare di temi di cui mi occupo quotidianamente. La difficoltà? Allinearsi ai ritmi tv: significa esprimersi nel modo più semplice possibile con il minor uso di parole. Un consiglio per gli imprenditori? Puntate sulla cucina sana: sulla mia pagina Facebook la ricetta della frittata senza uova, ma con farina di ceci sta spopolando» spiega Bianchi.

INFO: www.foxlife.it/tesoro-salviamo-i-ragazzi

In pratica: come si entra a MasterChef

Ha messo in palio 100mila euro e la possibilità di firmare un libro di ricette da pubblicare con Rizzoli. Ma il talent show MasterChef, che ha  incoronato il modenese Spyros Theodoridis, è diventato grazie agli ascolti (oltre 700mila nell’ultima puntata) un trampolino di lancio per trasformare la cucina in una professione. Come superare le selezioni di un programma? Secondo The Daily Telegraph, la capacità di sopportare lo stress è la prima qualità per presentarsi al meglio.  Altra dote importante è la capacità di curare ogni dettaglio delle ricette, dalla scelta degli ingredienti alla precisione quasi millimetrica dei tempi di cottura fino all’impiattamento. In molte selezioni poi è emerso che i giudici apprezzano anche una buona dose di umiltà.

 

Maria Spezia, Millionaire 02/2012

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