La storia di Dustin Moskovitz, da Facebook ad Asana, passando per il coraggio di rallentare
Immagina di avere poco più di vent’anni. Sei nel posto giusto, al momento giusto. Stai costruendo Facebook, e il mondo – anche se ancora non lo sa – sta per cambiare per sempre.
Uno dei ragazzi in quella stanza si chiama Dustin Moskovitz.
Per molti, quella sarebbe stata la storia perfetta. Fine del racconto. Ma questa non è una storia su come si arriva al successo. È una storia su cosa succede dopo.
Siamo nel 2008. Facebook cresce, ma attorno a Dustin il rumore è forte: «È una moda», «non durerà», «verrà sostituito da qualcos’altro». Anni dopo, quelle stesse frasi torneranno identiche. Ma allora Dustin prende una decisione che pochi avrebbero il coraggio di prendere: se ne va.
Non perché Facebook stia andando male. Proprio perché ha imparato una cosa fondamentale: se fai impresa, qualcuno ti dirà sempre che stai per fallire. E a un certo punto devi smettere di ascoltare il coro e iniziare ad ascoltare te stesso.
Da quella scelta nasce Asana.
Un’idea semplice ma ambiziosa: aiutare team e aziende a lavorare meglio, con meno caos, meno email e più chiarezza su chi fa cosa, e perché. Uno strumento pensato per rimettere ordine nel lavoro quotidiano.

Non un’idea “alla moda”. Non un colpo veloce. Ma una domanda semplice e ambiziosa insieme: perché lavoriamo così male, anche quando siamo pieni di talento? Riunioni infinite. Email su email. Confusione sulle priorità. Stress. Asana prova a fare l’opposto: creare chiarezza.
Dustin e il suo team crescono lentamente. Con intenzione. Investono nella cultura prima ancora che nel prodotto. Qualcuno direbbe: troppo lentamente.
Lui la chiama un’altra cosa: andare veloci nel lungo periodo.
Nel 2020 Asana arriva in Borsa. Niente IPO spettacolare, niente fuochi d’artificio. Una quotazione diretta. Quasi sobria. Come a dire: non siamo qui per il rumore, ma per il percorso. «Stiamo raccogliendo ciò che abbiamo seminato», dirà Dustin.
Ma c’è un livello più profondo in questa storia. Per Moskovitz, la vera sfida dell’imprenditoria non è solo costruire un’azienda. È reggere psicologicamente il viaggio. Gestire l’ansia. Evitare il burnout. Mettere confini. Perché se il fondatore crolla, prima o poi crolla anche l’azienda.
E poi c’è il tema del denaro. Quando ne hai molto, cosa te ne fai?
Dustin e sua moglie scelgono una strada silenziosa: la filantropia strategica. Good Ventures, Open Philanthropy, miliardi destinati a cause poco visibili ma cruciali: prevenzione delle pandemie, ricerca, impatto reale. Non per apparire. Per essere utili.
Se c’è una lezione in questa storia, forse è questa: la vera sfida non è vincere una volta sola. È costruire qualcosa che duri. È restare coerenti quando nessuno ti obbliga a esserlo. È scegliere, ogni giorno, che tipo di imprenditore – e di persona – vuoi essere, anche quando nessuno sta guardando.
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